Spazzino in quattro – 1

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Quinto racconto dell'antologia (diviso in due parti)

“Allora, ci siamo?” esclamò Renato, sul punto di perdere la pazienza.

L’uomo con il cappotto cessò per un momento di mescolare le carte. Alzò lo sguardo, permettendo a Renato di scorgere un sorriso sulla sua bocca. Era un sorriso forzato, convenzionale. Falso avrebbero detto lui e i suoi amici in seguito. L’uomo riprese a mischiare senza dire nulla, ignorando la tensione che nel salotto era cresciuta fino a diventare solida, tangibile. Solo il rumore della pioggia la superava in intensità.

Vittorio si alzò. “Al diavolo, vado a prendermi qualcosa” disse. Lanciò un’occhiata di rimprovero a Ivo, unendosi a Renato. I loro occhi dicevano la prossima volta che inviti uno sconosciuto a giocare sono guai.

Quell’uomo non solo si era unito per la prima volta a una loro partita; nessuno lo aveva mai visto da quelle parti, prima di quella sera. Ivo, Vittorio e Renato si trovavano il giovedì sera al bar La Cripta per giocare qualche partita a briscola, una routine che andava avanti da quando Ivo aveva vent’anni. Fino ai trenta era stato un modo per scaricare le fatiche accumulate di giorno in cantiere, poi si erano spostati e la briscola era diventata un modo per dimenticare le cantilene delle loro mogli.

Ora Ivo ne aveva sessantuno, di anni, e per tutto quel tempo il gruppo era rimasto lo stesso: lui, Vittorio, Renato e Luigi, ricoverato da una settimana in cardiologia. Con la conseguenza che quella sera al gruppo mancava un giocatore per la consueta briscola a chiamata.

Pioveva, e in giro non c’era un cane. Nel salone principale della Cripta, a parte il trio l’unica altra presenza era Aldo, il proprietario. Fumava una Camel dietro l’altra, le natiche appoggiate al mobiletto che faceva da credenza dietro il bancone, fissando i tavoli vuoti. Il rivolo di fumo saliva fino al soffitto, unendosi al fumo delle sigarette precedenti, accumulatosi fino a diventare una foschia sospesa a mezz’aria. I bicchieri appesi sopra il ripiano del banco emanavano bagliori fiochi attraverso la nebbia, riflettendo la luce fredda delle lampade al neon.

Proprio nel momento in cui Ivo e glia ltri erano sul punto di rinunciare alla briscola in favore di uno spazzino a tre, sulla soglia dell’ingresso era apparso un uomo. Era molto alto – un metro e novanta o giù di lì -, anche se ad attirare l’attenzione era stato il suo lungo impermeabile nero.

“Buonasera” aveva detto, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Poi si era avviato al bancone e aveva ordinato un Whiskey.

“Non ho granché” gli aveva detto Aldo. “Qui di solito bevono grappa.”

“Il Jack Daniels che tiene nel mobiletto lì dietro andrà bene” disse, le labbra piegate all’insù in quel sorriso che più tardi sarebbe rimasto impresso nella memoria di tutti. Aldo, sentendosi come se la sua proprietà fosse stata violata, non ricambiò né i modi né il tono di finta cortesia.

“Non ho nessun Jack Daniels, in nessun mobiletto” mentì. Si voltò, e sporgendosi verso i ripiani più alti e polverosi – quelli dove venivano riposte le bottiglie che erano più che altro un ornamento -, afferrò una bottiglia di Glenn Grant il cui contenuto appariva scolorito, visto attraverso la cortina di polvere che ricopriva il vetro. Senza guardare l’uomo, aveva servito il distillato in un bicchiere senza ghiaccio. Posò la bottiglia, afferrò il bicchiere alla base e lo spostò con decisione in avanti, un gesto che avrebbe potuto voler dire qui lo serviamo così, fine della storia.

“Grazie” disse l’uomo senza abbassare di un millimetro la piega all’insu delle labbra. Con un cenno del capo, alzò leggermente il bicchiere come per brindare e bevve un sorso.

“Buonissimo” disse accentuando il sorriso.

Posò il bicchiere. “Sa dove posso giocare a carte?” aveva chiesto. Alle sue spalle, il gruppo aveva smesso di distribuire le carte. Stavano parlando tra di loro, consultandosi sull’opportunità o meno di invitare lo sconosciuto a giocare. Prima che Aldo potesse dirgli che nel suo bar non si giocava, Ivo parlò.

“A noi manca un giocatore.”

L’uomo si voltò fingendo sorpresa, guardando subito in direzione del gruppo di amici. “Sarebbe fantastico potermi unire a voi” disse. Tra le sue labbra semi aperte si potevano intravedere i denti.

“Prego, siediti” disse Ivo, ignorando la gomitata di Vittorio e l’occhiataccia di Renato. “Dicevo, ci manca un giocatore. Briscola a chiamata?”

L’uomo si bloccò. Le labbra si appiattirono solo leggermente, ma l’espressione degli occhi spense del tutto quel suo strano sorriso.

“Sono desolato… gioco solo a spazzino” disse.

Ora gli occhi di Vittorio dicevano ci è andata bene. Digli che giochiamo solo a briscola.

“Nessun problema. Ventuno punti?” chiese invece Ivo. Vittorio ingurgitò in un sorso la grappa che era rimasta nel suo bicchiere, posandolo con forza sul tavolo di legno.

“Gioco una partita per volta, di solito.”

“Una per volta?” chiese dubbioso Ivo. “Come vuoi” concluse con un alzata di spalle.

E così l’uomo si sedette e i tre si presentarono, scambiando ciascuno una stretta di mano con il nuovo arrivato.

“Vittorio.”

“Renato.”

“Ivo. È un piacere.”

Ora che l’uomo si era avvicinato, i tre si accorsero che il suo volto era come un dipinto. In esso vi ertano tanti elementi, tutti coerenti e configurati a comunicare qualcosa. Gli occhi. La chiusura delle palpebre. L’inclinazione del capo. I tre non capivano quale fosse lo stato d’animo di quell’uomo, riuscivano al massimo a percepirne i contorni sfumati. Non riuscivano a decifrare cosa volesse, come si sentisse o chi fosse. Ma erano tutti tacitamente d’accordo che non fosse nulla di buono. A dirglielo era l’elemento principale di quel quadro. Il sorriso. Mentre l’uomo mescolava il mazzo di carte, Ivo iniziò a pentirsi della sua decisione. Senza Luigi, avrebbero fatto meglio a rimanere a casa.

D’un tratto l’uomo fermò il movimento frenetico delle mani. Indugiò un istante fissando il vuoto, come se avesse dimenticato qualcosa. Il sorriso gli sparì dalle labbra, poi tornò.

“Che sbadato, non mi sono presentato” disse.

“Il mio nome è Luigi”. Guardò Vittorio, poi Renato. Infine il suo sguardo incrociò quello di Ivo. “E il piacere è tutto mio.”

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Un colpo di scena finale molto invitante.
    Sembra tutto assolutamente normale, quando, alla fine, arriva quest’uomo, che porta lo stesso nome dell’amico ricoverato. Cosa celerà mai? Vado a leggere la conclusione.

  2. Mi ripeterò ma anche qui l’atmosfera di tensione è costruita parecchio bene, a partire dalle idee contrastanti che hanno i tre amici a proposito dello sconosciuto, fino ad arrivare alle frasi finali che il loro effetto lo fanno eccome. Eppure, in tutto questo, nulla di particolarmente esplicito, tutto velato e quasi nascosto direi, nella perfetta modalità di come si dovrebbe creare un buon clima di tensione.

  3. Veramente interessante come inizio, e finale ottimo. Per tutto il tempo ho avuto la sensazione che l’uomo fosse qualcosa di simile a un fantasma, un apparizione…ora scorpo che porta lo stesso nome dell’amico assente. Mi frullano un sacco di ipotesi…vado a leggermi il resto!

  4. “Ma erano tutti tacitamente d’accordo che non fosse nulla di buono. A dirglielo era l’elemento principale di quel quadro. Il sorriso.”
    Anche un sorriso, a volte, fa capire chi si ha di fronte, è vero. Questa frase mi è piaciuta particolarmente. Complimenti!!❤️ 👏