Sporco e vissuto

Puntò la Walther e fece fuoco.

I fantaccini sovietici davanti a lui erano delle belve che attaccavano senza sosta. «Urrà, urrà!».

Egon ne colpì uno con la Walther, poi raccolse un StG44 e sparò contro tutti gli altri.

I soldati tedeschi gli si chiusero a riccio, gli StG44 come le spine dell’animaletto.

Adesso i sovietici si erano stancati, si stavano ritirando lasciandosi dietro un tappeto di morti.

Per ora i tedeschi avevano vinto, ma poi, dopo?

Egon si mise a sedere. «Sergente, conta dei caduti e dei feriti. In fretta!».

Il sergente obbedì subito.

Egon si sentì solo. Si guardò gli stivali, con il fango di Kursk, i pantaloni con la polvere di Königsberg e il cinturone consumato da quando aveva combattuto a Budapest. Ogni strato di sporco era una battaglia, ogni segno sull’uniforme la morte di decine di soldati… ma non era mai abbastanza per l’Oberkommando der Wehrmacht.

Il sergente fece ritorno. «Sette morti, cinque feriti e tre dispersi».

Egon si tirò in piedi. Si preparò a subire un nuovo attacco quando arrivò un portaordini. «È lei il tenente Torgau?».

«In persona».

«Un messaggio dal quartier generale». Gli fece il saluto hitleriano e andò via.

Egon lesse il messaggio e a parte i convenevoli capì in fretta cosa doveva fare. Si arrabbiò, si sentì felice, poi ci rimase male. «Sono stato messo in congedo… torno ad Amburgo».

Il sergente fu felice per lui. «Fa bene. Qua moriremo tutti».

Egon preparò il bagaglio, mise tutto sulla Kübel e andò via che aveva indossato gli occhialoni che fino a quel momento aveva portato sul berretto.

Dopo un viaggio folle attraverso la Germania devastata, Egon giunse ad Amburgo. Il viaggio dalla Russia alla Germania era stato senza parole, ma adesso non vedeva l’ora di vedere il reggicalze di sua moglie.

«Abita qui?».

Egon si chiese il perché della domanda dell’autiere, ma quando vide che dove un tempo aveva la casa adesso c’era un cumulo di macerie con una puzza di cadavere che impregnava tutto, non seppe come rispondere.

«Abita qui?» insisté l’autiere.

Egon prese il bagaglio, la Kübel ripartì ed Egon si mise a sedere su un montarozzo di mattoni che erano franati. Era senza parole di nuovo, ma si domandò se mai avrebbe più potuto parlare.

Si coprì la faccia con le mani, il sale delle lacrime a ripulirgli la faccia, ma quando mai tutto sarebbe stato ripulito?

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Discussioni

  1. Ho apprezzato che in questo racconto tu abbia dato voce alle emozioni amare del protagonista. Mi è piaciuta moltissimo la descrizione della divisa sporca, dove ogni indumento porta la polvere delle località in cui ha combattuto. Le lacrime alla scoperta della perdita della moglie e quel “quando mai tutto sarebbe stato ripulito?” rendono bene l’angoscia provata.