Stomp

1931

Possibile che succeda tutto a me? era la domanda che Stomp andava ripetersi da quando quella mattina si era svegliato, cioè dal momento in cui si era accorto che, quel giorno, nulla sarebbe filato liscio.

Non poteva più tornare indietro.

Perché, quello, era il Giorno.

Si era preparato da settimane. Avesse rimandato tutto, la perdita economica sarebbe stata onerosa.

Stomp si era fatto coraggio e aveva stabilito di sfidare la sorte. Nonostante i segnali negativi.

Rapinare la banca all’angolo della 15a strada a New York.

Mica un affare da pesci piccoli.

E lui aveva le bretelle che si rompevano di continuo, il segnale negativo, più segnali negativi.

Solo a immaginarsi che, durante la fuga dalle guardie private se non dalla polizia doveva correre con i calzoni che gli scivolavano a terra, la paura diventava insopportabile. Gente sarebbe morta, uccisa da lui; e se gli sbirri l’avessero acciuffato, sarebbe finito sulla sedia elettrica.

Devo rischiare.

E così, lui e i suoi ragazzi, tutti teppisti di periferia che lo avevano idealizzato, si avviarono in automobile per compiere la rapina.

I proventi del crimine sarebbero serviti a finanziare un traffico di droga sinora inedito nella Grande Mela.

Molte aspettative, molte ambizioni, al tempo stesso troppe possibilità di sbagliare.

Stomp, il revolver e un fazzoletto portafortuna a nascondergli il volto, scese dalla macchina e, con i ragazzi, penetrò nell’istituto bancario. «Fermi tutti, questa è una rapina! Chi si muove, lo ammazzo. Lo ammazzo!». Meglio ripetersi.

Gente strillò, altri presero a puzzare in maniera insopportabile con macchie di umidità in corrispondenza del cavallo dei pantaloni, quasi tutti rimasero immobili come statue.

Ai ragazzi bastò malmenare o picchiare qualcuno che imposero la legge del crimine.

Stomp scavalcò il bancone, il revolver e il sacco vuoto nella stessa mano, l’altra correva alle bretelle per assicurarsi che non si rompessero nell’occasione meno adatta. «Tutti i verdoni. Forza, o ti buco!» sbraitò a uno sportellista. Tanto ho il fazzoletto portafortuna.

«Sì» balbettò quel tipo, la sua unica risposta. Obbedì con movimenti febbrili.

Stomp, impaziente e consumato dalla tensione, fece appello alla sua esperienza. Aveva eseguito altre rapine, una iniziata con così tanta scalogna no. E poi detestava essere definito “scalcagnato”. Si ricordò del suo portafortuna, doveva dargli una possibilità.

«Finito» balbettò ancora l’impiegato.

Stomp verificò che dicesse corretto, aveva detto la verità. «Bene».

Gli altri sacchi dei ragazzi, pieni.

«Bene» ripeté Stomp. Tornò dai suoi, si radunarono, si riunirono, fecero per uscire, ma là fuori c’era mezzo NYPD, le armi spianate.

Stomp, per evitare di inciampare, la paranoia che le bretelle si spezzassero di nuovo, aprì il fuoco.

Anche i ragazzi fecero la stessa cosa.

A Stomp sfuggì il sacco pieno di dollari, poi il nodo del fazzoletto si allentò – Meno male era il mio portafortuna, gli venne tristezza – e nell’aria, al di sopra degli spari, risuonò la voce di un piedipiatti:

«Ma è Stomp, il gangster scalcagnato e pasticcione».

Tutti gli sbirri scoppiarono all’unisono in una risata.

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