Storia di Gatèi e dell’Armonica di Stradella

Molti anni dopo, di fronte al portone chiuso della sua fabbrica, Ettore Cassinelli, Gatèi, si ricordò di quel pomeriggio in cui sua madre lo accompagnò a vedere la neve.

Massenzatico era allora un grumo di case liquefatte nella pianura Padana: aveva una piazza, una chiesa, campi di grano, odore di stallatico; un’unica strada, con il nome altisonante di Ludwig Van Beethoven, che lo attraversava in tutta la sua lunghezza e presto avrebbe avuto una Casa del Popolo. La prima in Italia.

Tutto il resto ancora non c’era. Ma c’erano le idee; e si appoggiavano leggere sul terreno, come la neve in quel lontano pomeriggio dell’inverno del 1893. Da lì sarebbero germogliate insieme alle parole, ancora poco usate, di socialismo, cooperazione, solidarietà, utopia e libertà.

Per chi non aveva mai lasciato il paese, l’Africa restava un miraggio lontano, qualcosa di cui parlare la sera – dopo cena – davanti al camino, per consumare le lunghe ore invernali. Gli spazi lasciati vuoti dai racconti venivano colmati dalle lettere di chi, invece, questo coraggio l’aveva trovato: i nomi esotici di Asmara, Massaua, Addis Abeba, prima ancora di diventare strade, imperialismo e violenze erano come dire Cuccagna, Atlantide, Eldorado.

Altro che rompersi le ossa nei campi, tra le vacche da latte e il formaggio.

Quelli che non sapevano leggere si radunavano nella piazza per ascoltare i racconti di chi invece sapeva, perché aveva un parente, un marito, un padre lontano andato laggiù in cerca di fortuna. Le loro cartoline sapevano di salute, soldi, amore: profumo “Soire de Paris” su un fazzoletto bianco esibito nel taschino o nascosto in una borsetta, come un amuleto che avrebbe potuto salvare chiunque dalla fame e dalla fatica.

Ma la polvere del deserto restava appiccicata sulla pelle e, nelle notti estive, il letto diventava un sudario di alcool e umidità.

Timoteo Cassinelli si materializzó nella piazza del paese in una serata afosa dell’estate del 1898: molto più piccolo di quei racconti, di se stesso e dell’Africa intera. Disfatto dalla guerra e da due anni di galera; Adua era oramai un ricordo lontano.

Nell’ampia sala a piano terra, li trovó mentre cenavano. La pasta resa profumava di casa, di buono da rimboccarsi ora le maniche: uova, brodo fumante, mollica di pane.

Ettore osservó in silenzio quell’uomo che non ricordava e riconobbe suo padre.

Sua madre restava muta, piena di stupore: una volta lo riconosceva con certezza, questa volta no, cosí ricoperto di miseria.

Ma quando l’uomo chiese se nel brodo avevano messo la crosta di parmigiano, come piaceva a lui, le gambe della donna si sciolsero.

E all’alba il gallo si dimenticó di cantare.

Il giorno in cui il primo strumento uscì dalle mani degli operai dell’Anonima Cooperativa L’ Armonica di Stradella, Gatei volle essere il primo a passarvi sopra le dita. Modello Deluxe “41 tasti a palette e voci in 4° con ottava e registro automatico, 120 bassi in 5°, rivestimento in nacrolaque madreperlata” così recitava il catalogo dalla copertina futurista.

Tentó una melodia e la voce uscì squillante dal cassotto in legno di noce; l’acciaio vibrava di progresso, di conquiste scientifiche, di grandi traguardi che – qualcuno diceva – avrebbero portato la razza umana a ineguagliabili successi.

Ma la musica racconta l’uomo, custodisce i suoi sogni, non incensa i miti, al contrario, li scioglie. E Gatei ritrovò ancora una volta se stesso intonando quella stessa polka che, 10 anni prima, aveva ascoltato alla Locanda della Posta a Massenzatico, per festeggiare la prima Cooperativa di lavoro d’Italia, che era lì nel suo paese e aveva ridato un impiego a lui, a sua madre e a suo padre dopo la disfatta coloniale. Dario – l’uomo, appassionato musicista, che da generazioni gestiva la trattoria – lo prese in braccio appena adolescente, tra le sue braccia forti di contadino; lo strinse all’organetto che stava suonando, lo stesso che aveva suonato suo padre e prima ancora suo nonno. Il primo organetto che Gatei avesse mai visto, un Maga Ercole dal suono dolce e profondo. Guidó le sue mani a cercare le note sui tasti.

Era il 1901 e il nuovo secolo si apriva e si chiudeva respirando nel mantice di un’armonica nella notte in cui Gaetano Bresci morì “suicidato” in carcere.

Quella stessa notte Gatei incontró Dario, la musica; pensò a Bresci e ai morti di Milano, ad un re che non c’era più, all’utopia, e alla gonna di una ragazza nel turbinio di una polka.

Poi venne la malattia del carbonchio: le vacche da latte scottavano e la morte se le portava via, una dopo l’altra, le carcasse marcivano nelle campagne. Il sangue rosso si tingeva di nero e per poco il morbo non si portò via il Gatei e la sua famiglia; persero tutto ciò da cui ricavavano il pane, la Cooperativa entrò in crisi, furono costretti a ricominciare – di nuovo – da capo.

E così, come suo padre, anche lui si decise a partire.

Emigrare non è per tutti, solo i più forti sanno cercare la felicità nello specchio di un viaggio; guardarsi correre davanti i paesi, le città, le campagne, gli alberi, i pali del telegrafo, le nuvole in alto, mentre il tuo treno li insegue, li supera dal finestrino sbuffando affannoso in cerca di un luogo in cui restare.

Ettore Cassinelli prese quel treno di mattina presto, sul finire del maggio del 1909. Quella pianura che l’aveva visto crescere, sudare, sognare, ora era lì, sotto di lui, che fuggiva tra le rotaie.

L’attraversò tutta verso ovest, i campi di grano alle spalle, di fronte le risaie e le donne chine nell’acqua a mondare.

Nei suoi occhi il sogno dell’Armonica e di un lavoro – a Stradella – dove quegli strumenti erano di casa. Dietro di lui un amore che non aveva fatto in tempo a conoscere.

Era un mattino di maggio e quel mattino una falena effimera era rimasta ferma – ad ali aperte – davanti casa sua. Pronta a spiccare il volo, non si era accorta che il giorno era già arrivato.

Negli anni successivi, Gatei andò a dormire molto presto la sera. Il lavoro nella fabbrica dei Dallapé lo assorbiva per la fatica e lo faceva fremere di nuove idee. Tornato a casa si scaldava al calore della stufa a legna; non faceva in tempo a pensare “mi addormento” che la luce della candela si affievoliva davanti ai suoi occhi e tutta una serie di pensieri, volti, idee, sogni gli sfilavano davanti uno dietro l’altro tra il sonno e il dormiveglia.

Di giorno invece quei pensieri poteva toccarli con mano, erano lì davanti a lui, come uno sciame, affollavano la sua mente e, mentre osservava il lavoro dei suoi colleghi, s’ingigantivano e prendevano forma concreta: doveva esistere da qualche parte un altro modo di concepire il lavoro, la fabbrica, la società.

Tra il 1909 e il 1912, gli operai iniziarono a far sentire – sempre più forte – la loro voce: i primi scioperi attraversarono la pianura Padana con occupazioni, picchetti, conquiste sociali.

Così un giorno, mentre i padroni Dallapé incremetavano le vendite, ampliavano gli stabilimenti e gli operai sfioravano ormai le trecento unità, Ettore incontrò Umberto – il Grisinei – e con lui, Enrico Bardoneschi, Angelo Piaggi e Luigi Ponti, iniziarono ad immaginare un’alternativa. Erano tutti “ottimi lavoranti”, tutti con lo sguardo fisso nell’utopia socialista.

Impossibile dunque restare con le mani tra le mani quando, intorno a te, vedi l’umiltà diventare colpa, la disuguaglianza povertà, fame e disperazione.

La soluzione fu colta, trovata, realizzata – forse la trovò Ettore, forse balenò nella mente di qualcun altro di loro ma, il 25 settembre del 1912, il gruppo si licenziò dallo stabilimento Dallapé per dare aria a quelle voci che da tempo sentivano battere dentro di loro.

Nacque così la Cooperativa di produzione e lavoro “L’ Armonica” dove le paghe non differivano, i padroni non c’erano, il plus valore diventava beneficenza.

Le prime Armoniche raggiunsero quell’anno i mercati internazionali, facendo sentire “quant’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana”.

Il giorno in cui Massenzatico fu ricoperta da una folta coltre di neve, Gatei era bambino e sua madre lo teneva per mano.

Ora che sua madre non c’era più, che l’Emilia era lontana, che la crisi del ‘29 aveva chiuso i cancelli dei suoi sogni e la casa del Popolo era stata consumata dal sangue nero della morte, restava nel suo cuore la sensazione leggera di aver comunque creato qualcosa: in quella fabbrica rivoluzionaria dove tutti erano davvero uguali, nel salario e nelle mansioni, dove a turno si poteva essere direttore o operaio, dove il plus-valore veniva dato in benificenza, il suo sogno si era realizzato e aveva i colori vivaci della nacrolaque, il bianco e il nero delle tastiere e le linee sinuose ed eleganti come fianchi di sirene.

I fiocchi di neve scendevano dal cielo leggeri, anche ora; ora che, maturo, li osservava dall’alto di un colle mentre volteggiavano nel cielo a tempo di valzer. Un valzer che portava il suo nome.

Fine.

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