
Storia di un’armatura
C’era nebbia e nebbia.
Adelchi respirava il fumo dei cannoni e degli archibugi, poi spronava il cavallo a correre. Voleva controllare lo stato delle sue truppe.
Vide uno dei suoi sergenti.
«Dunque? Come procede?».
Allargò le braccia, quel tipo. «Mi spiace, ma stiamo andando incontro a tante difficoltà».
«Quali sono queste difficoltà? Spiegami».
Prima che il sergente potesse rispondere, Adelchi vide spuntare da una delle torri della città che stava cingendo d’assedio un balestriere.
Fece finta di nulla, tanto non gli sarebbe successo niente.
Il balestriere tirò un quadrello e Adelchi gli diede le spalle, allora il dardo lo colpì alla schiena.
Anche se indossava un’armatura a piastre, il colpo fu abbastanza forte da ammaccargli il metallo e distorcergli in maniera innaturale schiena.
Adelchi cadde da cavallo, intorno tutti lo soccorsero. Erano spaventati, avevano appena visto il loro condottiero e comandante in capo essere ferito.
Adelchi aveva un dolore atroce alla schiena, si sentì la spina dorsale distorta, e poi un grande sonno…
***
Erano trascorsi decenni da quando suo padre, Adelchi, aveva provato a espugnare quella città, ma adesso, lui, Bonaventura, ce l’avrebbe fatta, ne era sicuro.
Cavalcò con il suo cavallo e si fece vedere apposta da tutti perché era fiero di indossare l’armatura a piastre di suo padre. Sapeva che gli avrebbe portato fortuna, soprattutto perché il pezzo posteriore era stato aggiustato apposta.
Secondo Bonaventura, tutto sarebbe andato bene, alla perfezione.
All’improvviso, dalla fortezza uscì un gruppo di cavalleggeri.
Una sortita!
Bonaventura raccolse un pugno di alabardieri e li condusse a respingere la sortita. Di lì a poco si immerse nel combattimento.
Neanche fossero guerrieri orientali, i cavalleggeri gridavano e volteggiavano le spade, poi un colpo prese Bonaventura all’elmo.
Grugnì, Bonaventura, bestemmiò, sentì del sangue scorrergli dalla tempia.
Manovrò con la spada, uccise quel cavalleggero che tanto aveva osato, ma poi cadde riverso sulla criniera del cavallo.
***
Suo nonno Adelchi e suo padre Bonaventura ci avevano provato, lui avrebbe avuto più fortuna?
Cristoforo non era superstizioso, ma doveva pur stare attento.
L’armatura che indossava si era insozzata della morte di suo nonno e di suo padre, quindi era meglio che fosse più cauto. Non l’avrebbe indossata volentieri, comunque, ma era stata sua nonna a insistere a che la portasse in battaglia.
Adesso, era il momento di colpire quella città.
Le operazioni proseguirono per giorni: i cannoni martellarono le mura, gli archibugieri decimavano i difensori, poi la porta cedette e, in fondo, Cristoforo non aveva fatto molto.
Le sue truppe dilagarono e misero al sacco la città, poi Cristoforo marciò sul palazzo del governo. Vide che il signore della città si era impiccato e Cristoforo decise di graziare i suoi parenti.
Ora che aveva preso quella città e poteva diventare un signore, prese la sua prima decisione: si sbarazzò di quell’armatura a piastre, che tanto lo faceva sentire a disagio ma forse gli era servita a qualcosa. Però non era superstizioso.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Oddio, direi che Cristoforo ha ragione. Secondo me, l’armatura porta proprio sfortuna!
Eh, già! Grazie per il tuo commento!
“però non era superstizioso” 😉
bel racconto, mi piace l’idea dell’armatura che passa di generazione in generazione, e non è che funzioni poi così bene…
Già.
Grazie per il tuo commento!
Divertente racconto, chissà come lo avrebbe raccontato l’armatura
Grazie per il tuo commento!
Avrei potuto farlo dal punto di vista dell’armatura, ma non sarei stato capace di farlo 🙂