
Storie di commandos
1940
Ian King scese dall’aliante, strinse lo Sten Mk II e si avviò con il resto del plotone fra i ghiacci della Norvegia.
Lui era lo scout, esploratore, avanguardia… Lo si poteva definire in tante maniere, comunque avrebbe fatto qualcosa di buono per la Gran Bretagna.
Avrebbe ucciso.
Combattuto.
Poi, magari, a guerra finita avrebbe scritto un libro sulle sue avventure nei Royal Commandos.
Per il momento, si limitava a scollinare.
Davanti a sé vide i tedeschi, gli occupanti, i fascisti, quelli che da poco tempo avevano invaso la Norvegia. Sei mesi, sei lunghi mesi, e quella non si trattava della prima incursione dei commandos britannici.
Ian scatenò una raffica, colpì un tedesco, forse lo uccise, ne ferì un secondo almeno a giudicare dall’urlo di dolore e dal fatto che si muoveva ancora, poi Ian si gettò a terra.
Dietro di lui, il resto del commando lo imitò.
In breve strisciarono e raggiunsero l’ingresso della base tedesca. Non solo gli Sten Mk II, ma anche le granate che esplosero diffondendo morte.
Il commando penetrò nella base seminando sofferenza e raggiunsero un grosso padiglione da cui facevano avanti e indietro uomini in camice bianco. Non si trattava di un ospedale. Era l’obiettivo.
Ian vi fece il suo ingresso e vide laboratori e grosse sale in cui si produceva qualcosa che, se non sbagliava, si chiamava “acqua pesante”.
I commandos circondarono l’edificio, posizionarono delle cariche esplosive, pochi tedeschi provarono a fermarli ma non ebbero successo: il successo avrebbe arriso ai britannici, era evidente.
Ian aveva terminato di esplorare il laboratorio, uscì, appena in tempo perché i commilitoni lo fecero saltare in aria.
Tutto crollò.
Rimasero macerie fumanti.
I tedeschi, che avevano assistito alla scena, lanciarono un contrattacco con le MP40 e i Mauser Kar 98K, fu un trionfo del piombo.
I commandos tolsero il disturbo ridendo come folletti.
Li attendeva il rientro, e adesso Ian era nella retroguardia a fare “servizio scopa”. Si mise a riflettere su quel che aveva visto, più che una missione d’intelligence si era trattata di sabotaggio e, che lui sapesse, aveva avuto davanti a sé una tecnologia mortifera che, se concretizzata, avrebbe potuto far vincere la guerra ai nazisti.
Ho fatto il mio dovere, si disse.
Avrebbe ripensato al libro che voleva scrivere: Storie di commandos, il titolo.
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