
Stupida
Serie: Le Disillusioni (serie di racconti)
- Episodio 1: Le disillusioni
- Episodio 2: Stupida
- Episodio 3: Andreas
- Episodio 4: Requiem
STAGIONE 1
«E lasciami in pace.»
Lori piega il viso dentro le ginocchia, mette il broncio come fanno i bambini.
«Non lo puoi sapere, tu, come si sta.»
Raccoglie un sasso da terra, lo getta verso la strada. Vorrebbe puntare al vuoto, ma sbaglia mira, prende in pieno il cofano di un’Audi parcheggiata. Dal bar di fronte qualcuno bestemmia, dice porcoqualcosa, e dove è finito il rispetto.
«Lo sai cosa vuol dire, essere amica tua?» Lori del sasso se ne fotte, insiste. «Lo sai?» L’aria severa di un giudice alla sentenza, un boia dentro l’ora della condanna.
Chiara resta in silenzio, le si avvicina.
«E lasciami.» Lori la scansa. «Tu non sai cosa vuol dire.» Con la manica della felpa si leva il moccio, si pulisce le lacrime a rigare gli occhiali. «Tu sei bella.» Borbotta. «Per te è sempre tutto più facile.»
Chiara si stacca, la lascia fare. Si volta sola, guarda più in là, oltre il marciapiede, a pochi passi dal semaforo. Proprio lì, ieri una motocicletta ha sbandato e per sbaglio, alla curva, ha urtato un ciclista. A terra ci sono ancora i resti di uno specchietto, e qualche macchia di sangue scuro, rappreso. Chiara fissa vuota i segni, il punto esatto dello schianto.
«Che stronzo.» La voce di Lori, ora, è un raglio d’asino inesistente, lontano. «Pensavo proprio di piacergli.»
Ma Chiara non la sente. Guarda rapita il sangue. È un brutto film ma lei insiste, come le falene verso la luce assassina sente di nuovo bruciare, e vede ancora i cipressi, il vestito rovinato, il sangue sopra il cotone, gli slip lerci da buttare.
«Sei bella.»
Quando Glauco è arrivato a scuola, da quel paesino del sud dal nome impossibile, glielo ha detto subito, il primo giorno, sul cancello. Al volo.
«Sei bella.»
L’ha scrutata da sotto in su come merce rara, come con i cavalli di razza gli intenditori.
Chiara gli si è fatta sotto, lo ha costretto a ripetere. Perchè certe cose, poche palle, le sai. Ma per crederci davvero hai bisogno che te le dicano loro.
«Che nome del cazzo, Glauco.» Lo ha sfidato. Gli ha preso la sigaretta dalle labbra, l’ha gettata a terra senza nemmeno fare un tiro.
«Sono una stupida, scusa.»
Lori allunga il braccio e permette a Chiara di aiutarla ad alzarsi.
«È che non mi va giù, che Nico ha preferito quell’altra.»
Si allunga lungo le cosce un paio di shorts troppo corti, attillati, che la fanno sembrare ancora più goffa e impacciata. «Beata te.» Prova a sistemarli in vita, ma stringono, e l’effetto è quello di un esperimento venuto male. «Beata te.» Insiste. «A te nessuno dice mai di no.»
Chiara ingoia un sorriso, manda giù l’impossibile, la ignora. La abbraccia. Sa di shampo alla pesca misto a una punta di sudore. «Sono stupidi loro, non tu» la rincuora, senza levare lo sguardo dal marciapiede, dalla macchia, dal sangue. «Sono stupidi loro. Non tu.»
«Ci vieni, a fare un giro?»
Glauco portava un paio di Jordan enormi che lo facevano sembrare ancora più secco, e scaltro. Chiara si era messa un profumo alla fragola e un vestitino leggero. Glauco le ha preso entrambe le mani, s’è fatto contro, l’ha baciata così, per la prima volta e su due piedi, all’improvviso. Gli addominali di piombo, il sesso già duro dentro i pantaloni. Chiara s’è ritratta.
«È tardi, io non.»
«E dai. Una come te.» Glauco le ha stretto con la mano la schiena. «Non mi dire che.»
E Chiara non l’ha detto.
Come chi imbocca senza troppe storie una strada che già le hanno scelto, dal principe azzurro sbagliato Chiara s’è lasciata portare.
«Mettiti qui.»
Glauco aveva sistemato chissà come un cartone da bar, con la scritta coca cola, nella piccola fossa di una roggia prosciugata, lungo il viale verso il cimitero. Fungeva da letto, appoggio. Insomma. Qualcosa di simile a un sogno infranto, uno squallido giaciglio.
«Dovrei andare».
«E dai.» Glauco le ha preso il viso, lo ha fatto scendere giù. «Non mi farai la stronza proprio adesso.»
E a denti stretti, Chiara: «No».
Si è fatta sdraiare sopra il cartone bianco della coca cola pensando che non ha mai capito nulla di alberi. Ha sempre invidiato chi sa riconoscere i tipi di piante, le foglie, chi sa a memoria i nomi. Lei non ci è mai stata portata, fa confusione. Forse, si dice, con gli occhi sbarrati e l’inguine chiuso, in fiamme, sono cipressi. Fissa le fronde da sotto, contro un pezzo di luna e il cielo scuro, ci si aggrappa come per i miraggi o le stelle cadenti, come alla luce sopra la poltrona del dentista quando vuoi solo che tutto finisca e signore ti prego, che se la spicci in fretta fa che mi lasci andare.
«Com’è che non entro, com’è che faccio fatica.» Glauco spingeva di reni, graffiava la carne, faticava a passare. «Sarai mica vergine.» E Chiara: «No».
Ma i cipressi fanno frutti, fanno bacche, fanno fiori? E le castagne, cosa sono? Perchè ci sono dei ricci, lì intorno, e Chiara ne sente uno conficcato dentro la schiena. Lo sentirà per tutto il tempo, sarà la sua salvezza. Ci si aggrapperà come un’ancora, pur di non sentire altro benedirà quel piccolo, innocuo, trascurabile e lacerante dolore.
Eppure dai cipressi non cadono ricci. Devono essere ippocastani. Si dice così? Si chiamano così le piante da dove cadono le castagne?
Chiara guarda il cielo, si arrovella. Ma Chiara di alberi non ha mai capito niente.
«Com’è che ti sei graffiata.» A sua madre non scapperà. A sua madre non scappa mai niente. «Com’è che il vestito è rovinato, dove ti sei andata a cacciare.» E Chiara: «Boh».
«Non stai mai attenta, sei la solita stupida.» E Chiara: «Lo so».
«Ma basta, dai.»
Lori leva una Brooklyn dallo zaino, gliene offre una. Come per associazione, Chiara ricorda di non aver buttato gli slip. Li ha ficcati dentro la tasca del giubbetto, in fretta e furia, strappati e ancora sporchi di quel suo primo, ingenuo, sfortunato sangue. La prima cosa da fare, pensa, una volta a casa, è di andarli a buttare.
«Ma l’altra sera?» Lori ora è curiosa. «Glauco?»
«Mh.»
Chiara scarta la gomma, raddrizza le spalle.
«Non mi interessa più.»
Lo sguardo fiero, la testa alta la sfida puntata ben dritta alla gola.
Serie: Le Disillusioni (serie di racconti)
- Episodio 1: Le disillusioni
- Episodio 2: Stupida
- Episodio 3: Andreas
- Episodio 4: Requiem
Ciao Dea, sicuramente mi sono perso qualcosa, non era su quest piattaforma, tutti benedicono il fatto che sei tornata, beh io invece di averti trovata. La lettura dei tuoi racconti, cosa che sto iniziando a fare da qualche giorno, ne confermano la bellezza di stile e forma, anche se per me molto conciso, con dialoghi sfuggenti , come pezzi mesi fuori posto ma, e questo è quello che ti contraddistingue, tutti vengono sistemati magicamente e magistralmente al loro posto. Il racconto? Magnifico. Un’emozione di un’adolescente trascinata dentro la sua innocenza. Ingenua crescita stupida? No, non direi. Bellissimo lo scorcio di cielo, magnifica scena che copre qualcosa di diverso. Brava come sempre. 🤗
Nella tua scrittura riesci a conciliare velocità e precisione. Le tue inquadrature lasciano il segno. Il quadro e la sequenza dei fotogrammi che organizzi sono sempre estremamente delineati, sia nella stretta dei dialoghi che nel respiro, spesso familiare, delle tue descrizioni, dove chi legge riesce a guardare attraverso e anche oltre. Il tratto è leggero, resta sempre nei margini e non sbava – impresa non affatto semplice, secondo me.
Ti ringrazio Luigi. Confesso che non è un’impresa facile, per me, anzi. Faccio molta fatica a trovare il giusti equilibrio tra le parti, e soprattutto fare in modo che l’effetto che voglio dare arrivi al lettore. Temo sempre di strafare, o fare troppo poco, combaciare stile e contenuti è per me impresa ardua e mi sento sempre sul ciglio, con il rischio di uscire dai binari sempre dietro l’angolo. Sapere però che sono sulla strada giusta è per me davvero di supporto e aiuto. Grazie di cuore, come sempre.
Cara Dea, mi sei proprio mancata! ❤️🔥
Quando ti leggo ho bisogno che ci sia silenzio e devo stringere un po’ gli occhi, cosicchè la mia cinepresa mentale possa trasmettermi davanti agli occhi ciò che scrivi!
Questo racconto è di un realismo straziante, pungente come la spina del riccio delle castagne, e colpisce dove deve colpire: al cuore.
Veramente complimenti, finalmente sei tornata e con il botto! 🚀
Ciao Mary! Dopo un commento cosi, quasi mi commuovo, e sono davvero contenta di essere di nuovo qui a scrivere per voi, è davvero una delle mie più grandi soddisfazioni!
Grazie di cuore, un abbraccio ❤️
È sbalorditivo il modo in cui sei in grado di prendere piccoli frammenti di realtà e con loro elevare la narrazione, portandola da bellissima a sublime. Usi i dettagli per arricchire ogni aspetto dei tuoi racconti come fossero dei capitelli corinzi. Imprimi un marchio alle tue storie che le rende riconoscibili sin dalle prime righe, ed ha la forma della promessa che arrivando in fondo non si resterà mai delusi. Mi chiedo come farai a stupirci un’altra volta con il prossimo scritto, ma allo stesso tempo sono certo che succederà.
Me lo sono chiesta pure io quale sarà il prossimo pezzo, e spero mi appaia in sogno una brillante idea, perché ti confesso che un poco di ansia da prestazione mi è arrivata 😅. Grazie Roberto.
La storia comincia a srotolarsi e a narrare elementi importanti della trama.
Molto bello, come sempre, l’espediente delle scene cinematografiche.
È un espediente, quello delle scene, che ho provato a sperimentare associato alla brevità dei pezzi, e in effetti mi sto trovando a mio agio nell’utilizzarlo. Grazie mille Guseppe 😊
Colpisce dritto al cuore questo racconto, risuona nella pancia e fa stringere la gola. Bellissimo, uno splendido ritorno Dea.
Grazie di cuore Melania. Mi fanno immenso piacere le tue letture. ❤️
Ciao Dea ben ritrovata. Mi piacciono molto i pezzi crudi e diretti che fanno emergere la verità dietro ogni parola. Credo tu abbia colto anche un’altra parte dell’adolescenza, direi una certa fragilità.
Ciao Giuseppe. C è molta fragilità in questo racconto, è vero. E non soltanto tipica dell’adolescenza, spesso ci accompagna anche dopo. Grazie per essere passato 😊
Bello questo racconto, mi è piaciuta soprattutto la contrapposizione tra le due ragazze, il loro diverso “sentire”. Non so se lo stile che hai usato possa essere sempre replicabile, ma in questo caso ci sta davvero bene.
Grazie mille Francesco! Riesci sempre a cogliere particolari che mi preme vengano colti. Questo mi da soddisfazione😁
Nei tuoi racconti c’é un realismo che non fa sconti. Una nettezza che incanta, per assenza di fronzoli, diretta come una freccia che scocca e qualche volta fa sanguinare, altre volte fa innamorare come una freccia di Cupido.
Grazie di cuore Maria Luisa. Credo che i miei scritti mi somiglino molto, sono diretta come un treno sparato a 440 all’ora anche nella vita😅
Nel bene, e nel male.
Grazie di cuore per queste tue letture sempre attente.
“. “”
Quante come Chiara? Tante, credo. Solo poche altre mai attratte dal “principe azzurro” sbagliato.
Temo di sì, capita a molte…per fortuna esistono i principi giusti a compensare. Ma è una fortuna data a poche, ahimè.
“Come chi imbocca senza troppe storie una strada che già le hanno scelto, dal principe azzurro sbagliato Chiara s’è lasciata portare. “
Applauso
❤️
Una notazione psicologica di grande profondità sulle ferite dell’anima e la solitudine della protagonista che va incontro alla sua prima esperienza.
Il sentirsi incomplete….nonostante la bellezza…concepita come balsamo sulle negatività della vita, quando invece può essere la causa scatenante…..la condanna.
Cara Dea, questa è la tua potenza…..la capacità di prendere l’esperienza fra le mani e rigirarla lentamente, sotto la luce, e cavarne fuori ogni sfumatura di significato intorno al quale si secerne l’essenza della tua anima di scrittrice……
È meravigliosa questa capacità che hai di andare oltre la superficie per arrivare al cuore di ogni storia. Le tua parole mi fanno sentire “compresa”, che non è il massimo come termine ma mi auguro renda l’idea, e questa per me è una grande soddisfazione.
Tu ringrazio di cuore Migeè. ❤️
Il dolore dell’achenio piantato nella schiena… Quel riccio spinoso con dentro le castagne, due o tre ne trovavo solitamente… I caratteri dei tuoi protagonisti sono tutti quasi tangibili, solidi… Mi sembra quasi di averla vista Chiara, sarà stato l’altro ieri in centro, vicino al pub… Come si chiama? Ixtlan! Il pub dove suonano i musicisti jazz! Adoro questa serie fatta di aaterismi, di passaggi temporali e di dialoghi slegati, ma che delineano un quadro decisamente bello! Mi piace tanto che sei tornata!
La linea temporale la trovo ( soggettivamente ) un pizzico frettolosa, i passaggi da un momento all’altro sono forse troppo rapidi. Per il resto il punto forte credo sia proprio come riesci a giocare con le emozioni di chi le sta provando, in presa diretta. I dialoghi sono pressoché perfetti, anche se…un pò di sale in più avrebbe soddisfatto un avido “mangione” come me. Complimenti!
Ciao Loris, per quanto riguarda I salti temporali, direi che mi trovi d’accordo. Come ho già detto, mi sto “tarando” sulle mille parole, e questo si è percepito.
Il sale, non ho voluto esagerare di proposito, preferendo “alludere”. Ma ora mi incuriosisce sapere in che modo affronti il tema tu, ho visto che finalmente hai pubblicato, me li vado a leggere!
Grazie per essere passato di qui, mi fa davvero piacere.
Descrivi queste storie, con le loro atmosfere e le loro sofferenze, in modo assolutamente irresistibile. Il ritmo sincopato, le pause, le rincorse fra le parole, e le persone, vive e reali i cui dettagli escono dalla storia e dai dialoghi e non dalle descrizioni. Sembra di esserci, di essere loro.
Molto molto coinvolgente. Fa male, ma è la vita, come ha detto @Francesco_Primo .
Il ritmo che do a queste storie è poi il modo in cui le “vivo” mentre le scrivo: in apnea e scarmigliata, a battere sulla tastiera come un pianista pazzo😅…e mi fa piacere che poi, nella lettura, questa cosa arrivi anche a voi.
Grazie Giancarlo, di cuore.
Questo racconto è transgenerazionale – aggettivo che non mi piace e uso poco ma quando ci vuole! – perché questo tipo di sofferenza l’ abbiamo passata tutte e tutte, credo, l’ abbiamo affrontata e sconfitta con l’ arma dell’orgoglio. L’hai descritta benissimo! e mi sembra che le mille parole abbiano dato un grosso contributo. Come quelli che scrivevano in rima baciata: le costrizioni affinano la scrittura, ne sono convintissima.
Hai ragione Francesca, il limite delle temutissime mille mi ha spronato a condensare in poche righe immagini ed emozioni forti. Le temevo, e invece mi sono state di aiuto!
Ed è vero, questo tipo di sofferenza, prima o poi, la si prova tutti.
Grazie di cuore per esserci sempre ❤️
‘Stupida’…È quanto di meglio sappiamo dirci, sempre e mille volte. ‘Stupida’ perché è sempre colpa mia. ‘Stupida’ perché mi guardano. ‘Stupida’ perché sbaglio da sola. ‘Stupida’ perché sono bella. ‘Stupida’ perché me lo merito. Giusto? Questo ci si dice, come una consecutio: sono stupida e quindi me lo merito. Lei guardata dagli occhi dell’amica, lei guardata dagli occhi di lui e degli altri, ma soprattutto che guarda se stessa in un racconto che squarcia il cuore. Per fortuna ci sono il verde degli alberi e l’azzurro di un cielo che sta sopra, bello quasi quanto l’azzurro degli occhi. Un abbraccio.
Esatto Cristiana, è proprio cosi. Avevo in mente un altro titolo, ma poi l’attenzione è stata presa dai diversi modi che hanno le amiche di darsi della stupida, da sole o verso l’altra, ed è venuto naturale puntare su quell’inutule e doloroso meccanismo che a tutte noi scatta, troppo spesso, purtroppo.
Anche se, a rigore di cronaca, questo racconto è al femminile, ma non vuole escludere che questo tipo di sofferenza autoinflitta, nella vita, prima o poi capiti a tutti.
Grazie di cuore Cristiana ❤️
Benedico il tuo ritorno. Mi ha trafitto questo tuo scritto e sono andato a leggermi anche il precedente perso per la mia pausa estiva. Sai fissare momenti di straziante dolore nel correre consueto delle giornate, delle vite. Ti piacciono quei momenti, anche a me, perché forse sono quelle fitte dolenti che ci tengono in vita, che danno un senso. Abbraccerei forte tutti i tuoi protagonisti e vorrei dire loro con dolcezza: “Non è nulla, è la vita”. Grazie Dea!
Grazie di cuore Giuseppe. Sai, mi viene in mente la risposta che diede Luigi Tenco quando gli chiesero: “perché scrivi solo di cose tristi?”
“Perché quando sono felice esco.”
Credo di funzionare così. Amo questo tipo di atmosfere ed è qui che riesco a dare il meglio di me, credo.
Grazie per essere passato di qui.