Stupito e stupido

Serie: Morirò d'estate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ● «Mio padre mi diceva sempre che non sarei mai stato capace di portare a termine niente. Ora mi hanno dato una cosa grande da fare e ho paura di farla male, di fare una figura di merda davanti a tutti e davanti a lei» ●

Il giorno d⁸opo mi svegliai ancora con la sensazione di avere Serena al mio fianco, come se mi fosse rimasto addosso il suo profumo, eppure non c”eravamo nemmeno sfiorati.

Al lavoro trovai la solita pila di fogli da timbrare, ma la testa era altrove. A metà mattinata, mentre cercavo di mettere ordine tra i documenti già protocollati, mi arrivò un messaggio di Serena. Non un appunto, questa volta.

«Ho parlato con Padre Andrea, ha detto che per la veglia notturna dobbiamo dividerci i turni. Io faccio il primo, tu il secondo. Sei d’accordo?»

Le risposi di sì, subito, senza pensarci. Poi, dopo cinque minuti, aggiunsi: «No, a essere sincero non sono pronto a rimanere da solo, non so neanche come si prega».

Mentre premevo invio, sentii un senso di disagio e subito dopo una sensazione di nausea, la stessa che provavo ogni volta che vomitavo. Cercai di far finta di nulla, tornai a sistemare i documenti e mi misi a fischiettare per distrarmi.

Quel pomeriggio ci vedemmo in sagrestia per preparare i libretti dei canti. La sala era fredda, con le sedie di plastica impilate e l’odore di cera fredda delle candele poste al centro del grande tavolo della stanza. C’era anche Padre Andrea, che girava con la sua agenda sottobraccio. 

«Allora, ragazzi, ci siamo quasi» disse. «Il Campo Base non è un villaggio vacanze. Ci sarà chi piange, chi vorrà tornare a casa, chi non dormirà. Voi dovete solo esserci, non risolvere. Esserci.»

Serena annuiva e io la guardavo annuire, senza capire niente.

Ci mettemmo a piegare i fogli, a spillare, a ordinarli. A un certo punto le nostre mani si sfiorarono sulla stessa pila di libretti. Niente di che, un secondo, ma io sentii di nuovo quella leggerezza, come quando ti togli le scarpe.

«Hai paura per la veglia?».

«Sì» dissi. Non avevo voglia di fare il forte.

«Anch’io» mi rispose. «Ho paura di addormentarmi e che nessuno se ne accorga, o di dire la cosa sbagliata durante la preghiera».

Era la prima volta che mi mostrava la sua fragilità, senza aggiungere la frase “andrà tutto bene”, ed era bellissima.

«Se ti addormenti ti sveglio io» le dissi. «Se dico la cosa sbagliata, tu dici quella giusta» aggiunsi, cercando di sembrare più sicuro di me.

Sorrise, non il sorriso calmo di sempre, un altro, più storto, più vero.

«Hai ragione, siamo in due: dove non arriva una, ci arriverà l’altro» rispose guardandomi, mentre con la mano sinistra sistemava dietro l’orecchio un ciuffo di capelli ribelli.

«A proposito, oggi mi dicevi che non eri d’accordo a dividere i turni in orari separati, quindi avevo pensato che potremmo rimanere sempre insieme, magari con qualche pausa da soli» continuò, tornando a essere la Serena super organizzata e sicura di sempre. Annuii, cercando di apparire più sicuro anch’io, e ancora una volta provai quel senso di nausea.

Quando finimmo era quasi buio, «Ti accompagno?» mi chiese. «No, questa volta accompagno io te» dissi.

Durante il tragitto, non parlammo tanto, non era necessario.

I giorni successivi trascorsero velocemente tra lavoro e organizzazione del Campo Base e quando arrivò il giorno dell’appuntamento con la dottoressa Mori, mi recai al suo studio senza avere in mente nulla da dire.

La dottoressa mi accolse con il suo solito sorriso e con in mano già la sua agenda rossa.

«Entra, Luca!» disse.

Mi sedetti e anche lei fece la stessa cosa. Fu in quel momento che notai, mentre poggiava l’agenda, che l’orologio che di solito teneva poggiato sul tavolo era al suo polso. Mi venne da sorridere, senza motivo.

«Com’è andata la settimana?» mi chiese, aprendo la penna.

«Male e bene, come la volta scorsa» risposi, perché non sapevo cos’altro dire.

«Dimmi, ti ascolto» disse lei, giocherellando con la penna.

«Ho detto di no» risposi senza pensarci troppo.

«Di no a cosa? E a chi?».

«A Serena. Mi aveva scritto per i turni del Campo Base e all’inizio avevo detto sì, come faccio sempre. Poi le ho riscritto che non ero pronto a stare da solo, che non so pregare, quindi ho detto di no».

La dottoressa annuì, aprì l’agenda ma non scrisse nulla.

«E come ti sei sentito dopo?».

«Male, mi è venuta la nausea e per un attimo ho avuto paura di vomitare di nuovo» risposi guardandomi le mani che strofinavo nervosamente una contro l’altra.

«Quindi dire di no non ti ha fatto vomitare. Ti ha permesso di restare in un altro modo».

Rimasi zitto, non l’avevo vista così.

«Luca, tuo padre ti diceva che non porti a termine niente. Ma tu stai portando a termine una cosa difficilissima: stai imparando a dire come stai, senza contare, senza sparire».

«Ho paura, però» risposi a bassa voce, cercando di fermare le mani. «Ho paura di fallire al Campo Base, ma soprattutto ho paura che Serena si accorga che non so fare niente».

«Padre Andrea non ti ha scelto perché sai fare bene le cose e Serena non ti sta accanto perché sei infallibile. La gente non sta lì con il desiderio di vederti cadere, Luca. O forse sei tu che lo desideri?» replicò la dottoressa, con tono fermo ma con una dolcezza incredibile.

La guardai stupito e mi sentii stupido, ma allo stesso tempo liberato dalla sensazione di dover essere sempre giusto.

Annuii. Avevo gli occhi lucidi, ma non era tristezza.

«Bene, Luca, per oggi abbiamo finito. Va bene per te se ci vediamo il 28 alle 17:30?».

Quando sentii quella data, realizzai improvvisamente che mancavano pochissimi giorni al mio congedo dal servizio civile. Provai paura, di nuovo paura. Risposi di sì, cercando di mantenere la calma, e uscii dallo studio con il naso che mi pizzicava e le gambe che tremavano. Non feci in tempo a girare l’angolo che vomitai.

Passò un signore che mi guardò schifato, mentre io cercavo di ricompormi. Tornai a casa senza mai fermarmi e senza contare. Volevo solo fare una doccia e dormire.

Continua...

Serie: Morirò d'estate


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