
SUL LIMITE DELL’INESISTENZA
Serie: AUTOBIOGRAFIA DEL NULLA
- Episodio 1: SUL LIMITE DELL’INESISTENZA
- Episodio 2: LE DUE FACCE DELLO SPECCHIO
STAGIONE 1
Non saprei identificare con precisione il momento esatto in cui la mia immagine si scollò dall’abisso per contrapporsi indelebilmente alla psiche allucinata del signor Tabor.
Come sempre accade infatti con la follia, le radici dell’insania strisciano latenti sin dai primi attimi della più tenera età, così da cementare una coerenza dell’illogico, un’illusione di raziocinio che renda inaccettabile un’ammissione di pazzia; tuttavia, se proprio dovessi individuare l’istante in cui acquisii piena coscienza di me, potrei non mentire asserendo che ciò accadde in una notte di fine marzo. Esattamente otto anni fa.
I deliri non hanno età, questo è assodato, e nemmeno identità. Quindi tutto ciò che so sul mio conto lo appresi per riflesso, studiando e consultando l’animo tormentato del mio artefice.
Fu merito suo se imparai a destreggiarmi nelle pieghe del reale, riuscendo a raccapezzarmi nell’instabile alternanza di assenze e presenze che la sua traballante mente sapeva cagionarmi, evocandomi dai meandri del nulla cui appartenevo per rendermi palese solo alla sua percezione.
Dal canto mio, l’esistenza si limitava a questo: una sequela di apparizioni fugaci e solitarie in un mondo nel quale rappresentavo ancora meno che un fantasma. Impalpabile sì, come l’aria, ma spogliato anche dall’aura mitica che circonda le leggende spettrali, proprio perché soggetto ai dettami della psichiatria, appeso com’ero al filo della schizofrenia conclamata che attanagliava il signor Tabor.
Un’umile allucinazione: ecco la mia natura, nonostante il mio “aspetto” non dovesse sembrare molto diverso dal suo.
O almeno: questo era ciò che avevo sempre creduto.
Tu non sei me mi ringhiò contro, in quella notte di marzo, dopo avermi proiettato sul soffitto della sua camera da letto, al primo piano della clinica Santa Rosa.
Sei un parassita, un verme che mi sguazza nel cervello.
Lo fissavo senza fiatare, mentre supino nel letto mi puntava addosso i suoi tondi occhi azzurri; il lenzuolo tirato sotto al naso, lo sguardo agghiacciato e incuriosito da questa creatura nuda e capovolta che se ne stava rannicchiata in un angolo del soffitto, abbracciata alle proprie ginocchia come un bambino impaurito.
Capire chi di noi due fosse il più terrorizzato sarebbe stata un’impresa ardua.
Fu allora che intuii di non essere io il vero Tabor.
Quella scissione costituì probabilmente la mia reale genesi.
Come per una mitosi cellulare, io – il frutto guasto – mi ero staccato dalla metà sana, vivendo.
Il litio aveva finalmente dato i primi risultati: Tabor poteva ora discernere un frammento della sua follia. Da quella notte in poi, egli prese a evocarmi al solo scopo di offendermi.
Talvolta mi sputava contro, tentando di raggiungermi nelle improbabili gravità a cui lui stesso mi costringeva.
Sovente, però, capitava che le pallottole di saliva atterrassero sul suo compagno di stanza, svegliandolo nel cuore della notte.
Il signor N. – così voleva essere chiamato – non perdeva mai le staffe, limitandosi a interrogare Tabor riguardo alle ragioni di tanto odio nei miei confronti ed esigendo delucidazioni sul mio aspetto e sulla mia collocazione nella stanza.
Certe volte sembrava che quei suoi piccoli occhietti miopi mi individuassero, tradendo un impercettibile sussulto, fingendo poi di passare oltre per non farmi intuire che esistevo.
Ma questa era solo una mia patetica speranza.
L’orizzonte delle percezioni si espanse il mattino in cui Tabor, per volontà o per caso, mi materializzò al di fuori della sua camera da letto: per la prima volta la mia coscienza impattò contro ai geometrici corridoi della clinica Santa Rosa.
Mi accorsi allora di quanta poca differenza corresse fra il mondo immaginato e quello reale.
Ciò che ammiravo, infatti, era la copia esatta dell’edificio in cui mi ero illuso di vivere per cinque lunghi anni, quando in realtà era l’altro, il vero Tabor, ad aver abitato quelle mura.
La sensazione fu tremenda: tutto ciò che scorgevo era nuovo, ma sembrava braccato costantemente dall’ombra del ricordo, come se lì dentro avessi sognato mille vite di cui mi sfuggivano i dettagli, e quando il quadro sembrava farsi chiaro, l’impressione s’invertiva, passando da una senso di già visto a uno di completa estraneità.
Questo era il dramma di oscillare costantemente sul limite dell’inesistenza.
La prima cosa che vidi appena fuori dalla camera, fu l’immenso Baccarat al centro dell’atrio illuminato dalla cupola invetriata sotto cui era affisso. Il lampadario era talmente grande da pendere come una secolare quercia capovolta in mezzo alle lunghe rampe di scale che gli si avvitavano attorno a spirale, fino alla cima dell’edificio, dando accesso ai piani superiori.
Nelle giornate terse, la luce del sole s’infilava in quell’enorme infiorescenza di cristalli, passando attraverso grappoli di prismi fulgidi e proiettando arcobaleni vibranti contro a tutte le pareti.
Spesso gli “ospiti” del Santa Rosa restavano imbambolati là sotto a fissare quelle costellazioni colorate, talmente eccitati da arrivare a farsela addosso.
Col tempo imparai a ponderare le dimensioni della clinica, finendo per contare ben tre livelli dislocati in due contrapposte ali del fabbricato.
Il cuore dell’edificio, però, era la cosiddetta “sala della ricreazione”: un alto e lungo stanzone immerso nell’odore di etere e fenolo, con un’intera parete coperta di finestre affacciate su un giardino bucolico delimitato da remoti scorci di torbiere e brulle montagne, mentre sull’altra era affissa un’enorme specchiera che duplicava la luce e i malati.
Tabor e N. passavano lì gran parte del tempo, come due amici di vecchia data, giocando a scacchi mentre lanciavano commenti scabrosi alle inservienti della clinica, raccontandosi aneddoti goliardici riguardo alle loro rispettive attività di romanzieri.
Da mesi, intanto, il signor Tabor aveva affinato l’arte d’ignorarmi.
Per qualche bizzarro motivo, però, più fingeva di non vedermi, e più la mia persistenza tendeva a stagnare. Era come se il suo tentativo di evitarmi non facesse altro che fissare la mia sostanza nel regno dell’esistente.
D’altra parte, per schivare una cosa bisogna tenerla sempre ben impressa a mente.
E così aveva fatto Tabor: per meglio ignorarmi aveva deciso di non perdermi di vista, relegandomi in una dimensione remota, sebbene a lui molto vicina.
Non più muri o soffitti, né tanto meno lo stesso piano di realtà: ora la mia proiezione era esiliata al di là dello specchio.
Lì passai giorni interi assistendo all’immobile scorrere delle ore nella sala della ricreazione: fissavo gli ospiti della clinica attraverso la grande cornice del cristallo, intrappolato com’ero nella replica silenziosa di un salone spoglio e infestato da polvere raggrumata, sotto a garbugli penduli di fiocchi cinerei che avvolgevano come turbanti i volti attoniti di busti ed erme, dentro a un’atmosfera narcotica da gigantesco acquario.
Da questa parte non esisteva il placido brulichio dei riflessi umani a popolare la copia della stanza: la rifrazione era soltanto un miraggio, un’illusione dei vivi che terminava sulla superficie dello specchio. Oltre al cristallo esisteva solo la fredda desolazione dello spazio disabitato, il vuoto siderale dell’inesistenza; case, stanze e architetture orfane dell’uomo, come se a originarle fosse stato il medesimo processo generativo che aveva plasmato mari e monti.
Palazzi edificati per orogenesi.
Fu nel terrificante nulla di quei simulacri che conobbi Leonora.
Anche lei era con me.
La vidi sgranchirsi dal di sotto di una polverosa palla di ragnatele, mandando sbuffi farinosi.
Chissà per quanto tempo era stata là immobile a studiarmi, trattenendo il fiato sotto al suo camuffamento.
Era la prima volta che incontravo un’altra creatura del delirio.
La sua immagine era quella di una ragazza poco più che adolescente – sedici anni forse – e quando le chiesi chi fosse, lei mi prese la mano e mi condusse accanto allo specchio.
Indicò una donna seduta su una sedia a rotelle.
Era la sua copia perfetta, solo imbruttita da un’espressione beota che le deformava il volto: la bocca spalancata e le labbra protruse, la mandibola disallineata in una smorfia da paresi facciale, mentre un denso filo di bava colava a terra dal lato della bocca.
Tre anni fa Leonora ha avuto il primo sangue m’informò la ragazza studiando le dita della mia mano.
I medici hanno detto che diventare donna l’ha compromessa per sempre… “ormoni”, hanno detto. Ora è come un’eterna bambina di pochi mesi. Forse, con la menopausa, potrebbe svegliarsi dall’incantesimo… potrebbe tornare in sé. Ma sua madre prega che non accada… “meglio che Leonora non capisca. Meglio che non scopra mai la beffa che la vita s’è fatta di lei e della sua giovinezza…”
Da quel giorno, io e la follia di Leonora ci demmo sempre appuntamento al di là dello specchio.
Era la prima volta che qualcuno parlava con me – oltre a Tabor, s’intende – e forse quella ragazzina avrebbe potuto farmi scoprire qualcosa in più sulla mia natura.
Serie: AUTOBIOGRAFIA DEL NULLA
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- Episodio 2: LE DUE FACCE DELLO SPECCHIO
Interessantissimo questo punto di vista della parte “disturbata” di Tabor, e ancora di più l’idea di relegarlo al di là dello specchio, mi ha fatto immaginare scenari su cui non avevo mai riflettuto.
Ciao Roberto! Grazie mille per aver letto questa prima parte! Sì, in queste settimane mi sono dedicato a storie un po’ più astratte del solito, molto concettuali 🙂
Sono un po’ spiazzato. Bellissime e potenti descrizioni, ma la figura del riflesso di Eleonora ha fatto deragliare completamente l’idea che mi ero fatto sull’origine e sullo stato metafisico del personaggio principale, il riflesso di Tabor. So che di riflessi non si tratta, è un nome che ho dato loro in questo commento. Ora devo percorrere il tuo racconto a tastoni, cercando al buio un senso a quello che incontro. Complimenti, come sempre.
“Capire chi di noi due fosse il più terrorizzato sarebbe stata un’impresa ardua.”
La descrizione è veramente efficace, ed elegante. 👏
“Passai giorni interi ad assistere al pigro scorrere delle ore nella sala della ricreazione, fissando gli ospiti della clinica da oltre la grande cornice del cristallo, intrappolato nella replica silenziosa di un salone spoglio e buio”
Immagine molto efficace. Bravo 👏
Veramente molto bello.
Dare vita a due “creature del delirio”, come le hai definite, separandole fisicamente dal corpo da cui sono state generate, è stata un’idea vincente.
È proprio come se l’uomo, sofferente di bipolarismo, o Disturbo Dissociativo della Personalità, come si evince dal litio da te citato, si sia letteralmente scisso per mitosi in due entità distinte, che esistono su due diversi piani della realtà.
Davvero molto bello ed evocativo.