Tattoo

Serie: Le rose e le rouge


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Valentina, la venditrice di fiori, ricorda l'incontro e la storia con Jean, il francese bello e impossibile, "con gli occhi neri e la sua bocca da baciare"; un po' come in quell'altra storia, cantata da Gianna Nannini.

Una mattina, nonostante fosse puntuale come la pubblicità prima dei film sugli schermi del cinema, Rosa era arrivata al chiosco con dieci minuti di ritardo, trafelata per la corsa.

«Ciao Vale, scusa, ero da Tattoo.»

«Da Tattoo? Ma chi è?»

«Un mio amico che fa i tatuaggi. É molto bravo.»

«Ma non saranno troppi? Non hai paura degli effetti tossici? Lo sai che non potresti neanche donare il sangue per un bel po’ di tempo, quando ti fanno i tatuaggi?»

«Ma no, lui usa prodotti buoni. É uno serio. E poi gli altri che avevo non erano tatuaggi veri. Quello della colomba col ramoscello d’ulivo in bocca era un adesivo. Vedi, non c’è più.»

«E quello del cannone con i fiori?»

«Anche quello. Guarda l’ho tolto. Ho tenuto solo questo» aveva aggiunto sollevandosi il jeans per mostrarle il disegno sulla caviglia, di un cerchio con una linea verticale al centro e altre due laterali, oblique.

«Ne avevi anche un altro, se non sbaglio, cos’era?»

«La bandiera arcobaleno, ma anche quello non era un tatuaggio permanente. Era fatto con inchiostro dissolvente. É durato quasi un anno. Era un ricordo della marcia per la pace ad Assisi. Ci andai con mia sorella e la sua amica Chiara. Fu una bella esperienza. Quando tornai a casa, per un po’ mi sentii diversa, più positiva, più leggera, più aperta ai nuovi incontri. Mi capitarono delle cose un po’ strane. Prima del viaggio ero un po’ giù, mi sentivo triste e avvilita per un ragazzo che mi piaceva tanto: Gianpaolo, che aveva smesso di frequentare il nostro gruppo per uscire con una biondina arrivata da poco tempo, in vacanza dai nonni. Mia sorella mi aveva convinto a partire con lei per distrarmi e quando tornammo da Assisi mi trascinò ad una festa di compleanno dove non conoscevo nessuno, tranne lei e Chiara. Lì incontrai un mio amico d’infanzia: Gianfranco, che non vedevo da quasi dieci anni. Fu una bella sorpresa. Ci abbracciammo e parlammo per tutta la durata della festa, come due fratelli felici di rivedersi. Mi raccontò della sua vita, dopo la partenza in Germania, dove lavorava alla catena di montaggio, in una fabbrica di automobili. Ricordammo gli anni spensierati della nostra infanzia, trascorsi a rincorrerci, a nasconderci, a divertirci con la palla insieme ad altri bambini del quartiere. A un tratto mi rivelò che sin da piccolo, fino al giorno della sua partenza – a diciotto anni – era innamoratissimo di me, ma non aveva mai osato dirmelo. Lo disse con un certo imbarazzo, arrossendo, nonostante le tante stagioni passate e tutti i cambiamenti nella sua vita di ragazzo padre, separato dalla madre di suo figlio.

La sua dichiarazione d’affetto mi rincuorò. Mi fece un gran bene, per un lungo periodo di tempo, come il brutto anatroccolo che si specchia nello stagno e vede il cigno. Dopo quella sera anche il ragazzo che mi piaceva tanto ricomparve all’improvviso nel solito gruppo di amici. Le vacanze della biondina erano finite. Insieme a lei svanì di colpo anche la mia attrazione per lui, l’amico ricomparso.»

«I due Gian mi ricordano un po’ la sincronicità degli eventi di Jung. Le strane coincidenze, i fatti imprevedibili e misteriosi della vita che non hanno alcuna spiegazione causale, ma forse hanno davvero qualcosa di trascendentale. Ora Gianfranco dov’è?»

«E ripartito, però ci sentiamo spesso. Prima o poi farò un viaggetto per andare a trovarlo a Berlino. Vorrebbe farmi conoscere suo figlio. É un bambino bellissimo. Aver ritrovato questo amico fraterno è un motivo di conforto. Sai Vale, ogni volta che mi sfiora un velo di tristezza, mi basta rileggere qualcuno dei suoi messaggi e mi sento subito meglio.»

Per un po’ erano rimaste in silenzio, poi Valentina aveva chiesto come fosse il nuovo tatuaggio.

«Non è ancora finito» aveva spiegato Rosa, sollevando la manica della maglietta per mostrarle il disegno di una mano e di un braccio teso, tatuato sopra la parte più alta del braccio sinistro.

In quel momento una cliente aveva interrotto i loro discorsi per chiedere se avessero degli anthurium. Rosa aveva preso una delle confezioni che tenevano sotto il banco e li aveva mostrati alla signora, elegante nel suo look classico e raffinato, con il collo, i lobi e il polso imperlati. Alcuni anelli vistosi che brillavano, mentre gesticolava con la mano, e una borsa Vuitton sulla spalla, che dava l’idea del suo capitale umano addosso.

«Vanno bene questi?»

«Quanto costano?»

«Quattro euro l’uno.»

«E le gerbere?»

«Due euro ciascuna» aveva risposto Valentina, dopo aver esposto all’esterno i mazzetti dei fiori misti più economici.

«I semprevivi non li avete?»

«Intende dire lo statice?»

«Non saprei. Quelli che non hanno bisogno d’acqua e durano tanto.»

«No, mi dispiace, signora, non li abbiamo.»

«E quelli finti?» Valentina e Rosa si erano scambiate un’ occhiata complice, poi avevano rivolto lo sguardo alla donna, muovendo le loro teste all’unisono, come risposta negativa a una richiesta che le aveva sconcertate .

«Prendo quelli» aveva concluso la cliente. La scelta finale era caduta sulle composizioni più modeste, di piccole gerbere e umili crisantemi, appena esposte all’esterno del chiosco.

Prima di andare via, aspettando i dieci centesimi di resto, la donna aveva spiegato che suo marito, buonanima, non le aveva fatto mancare niente, né prima né dopo la sua dipartita. Lei veniva apposta, da Quarto, due o persino tre volte l’anno, per infiorare la sua tomba. Sospirava mentre diceva di essere stanca, del viaggio, dei sacrifici, di troppe responsabilità. Oltre dieci anni dedicati a non disperdere i beni.

Parlava come se venisse dall’estero e dopo un lungo viaggio estenuante, prima in aereo e poi in treno, avesse fatto anche una lunga scarpinata a piedi, per arrivare a destinazione.

«Quanto è la distanza da qui a Quarto?» aveva chiesto Rosa, con un’espressione dubbiosa, appena la signora si era allontanata.

«Una ventina di chilometri, credo.»

«Povera donna, costretta ad amministrare il patrimonio del marito, con l’onere di dovergli portare anche i fiori al cimitero, due volte l’anno» aveva concluso Rosa, cercando di trattenere una delle sue sonore risate. 

Serie: Le rose e le rouge


Avete messo Mi Piace9 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Ciao Giuseppe, grazie per il tempo e l’attenzione che mi dedichi. Per rispondere alla tua domanda senza svelare troppo, posso dirti che la vita é imprevedibile per noi come per le protagoniste principali di questa storia.
      A volte unisce, a volte separa e a volte può succedere che qualcuno non si faccia vedere, né sentire.

  1. Mi piace molto come nonostante certi argomenti siano particolarmente delicati tu riesca a creare atmosfere leggere, colorate e vibranti.
    Rosa e Valentina sono il perfetto duo di amiche, quello che ci si augura di formare e mantenere per tutta la vita. In effetti, leggendo di loro mi sento coinvolta, tanto da sentirmi parte del gruppetto.
    Comunque confermo che è possibile donare il sangue anche se si è tatuati, ma solo trascorsi 4 mesi dalla seduta. Stesso discorso vale per i piercing. 😸

    1. Condivido l’ importanza delle amicizie che durano tutta la vita. Ne parlo spesso nei mie racconti perché fanno parte del mio vissuto. Credo che senza le mie quattro vere amiche, da cinquant’ anni e piú, non avrei potuto immaginare le intese, la complicità e la solidarietà, di tutte le amicizie femminili che mi vengono in mente.
      Grazie Mary, mi lusingano le tue parole e mi conforta il tuo pensiero sul valore dell’ amicizia.

  2. Mi è piaciuto tantissimo questo racconto che sembra leggero ma leggero non è. Amori che vanno e amori che tornano e un sentire che muta nel tempo. Amori ‘defunti’ che ancora pretendono un po’ d’attenzione. Colgo un’ironia dolce, avvolgente come soffice zucchero filato. 🌹🌹🌹🌹

    1. “Amori che vanno e amori che tornano e un sentire che muta nel tempo. Amori ‘defunti’ che ancora pretendono un po’ d’attenzione.” Sembra il verso di una bella canzone di un grande cantautore. Bellissime parole. Grazie mille Giuseppe, per le tue considerazioni puntuali e sempre molto gradite.

  3. Sposo il termine di Dea e lo faccio mio: vedova allegra, mi piace molto. Anche se, alla luce dei tanti sacrifici, poverina, aggiungerei un ‘ma non troppo’. Trovo che il carattere delle due protagoniste si stia ben delineando e sono oramai perfettamente distinguibili, ciascuna con le proprie peculiarità. Molto apprezzabile anche l’ironia che sai ben dosare e spruzzare qua e là, accanto ai colori dei fiori. Sempre bello leggerti.

    1. Ciao Cristiana, l’ idea che sto cercando di sviluppare comprende anche qualche comparsa mordi e fuggi di alcuni clienti che si fermano ad acquistare fiori per i loro cari defunti. La vedova allegra mi piace come definizione. Mi avete dato lo spunto per farla ricomparire in qualche altro episodio. Grazie.

  4. Bellissimo questo episodio tutto al femminile! Mi è molto piaciuta l’ironia del finale. Rosa entra in scena portando una ventata di allegria e di aria fresca, contagiosa, (non so perchè, ma credo che Valentina abbia proprio bisogno di un’amica così) che dura per tutto l’episodio. L’arrivo della vedova “allegra” contribuisce a rafforzare questo clima mite, e ci da modo di capire quanto tra le due amiche stia nascendo una speciale sintonia…brava come sempre Luisa, una lettura piacevolissima.

  5. Ho ripensato un paio di volte, conclusa la lettura, a quel marito che ha lasciato molti soldi e molto sudore a questa parsimoniosa signora. E poi ho pensato che sono contento di essere ateo e di non credere all’al di là, perché altrimenti ci sarebbe da starci male.
    Molto ironico il racconto e molto belli i dialoghi. Come sanno esserlo i tuoi.

    1. Grazie Giancarlo🙏
      Penso che nessuno di noi sia ateo veramente con assoluta certezza. Basta leggere “Il sognatore di morte” per capire quanto sia grande e condizioni i nostri pensieri l’ aspetto spirituale che é insito in ciascuno di noi.

        1. Anche padre Pio, come tanti altri santi, hanno avuto i loro dubbi i loro momenti di crisi. Credo che, allo stesso modo, resti il dubbio nei non credenti di una dimensione parallela o superiore che ci sovrasta oppure ci avvolge o ci affianca, giorno per giorno, in ogni istante. E ci sono diversi milioni di credo, non necessariamente religiosi.

  6. Un episodio ironico e tenero, che ci svela come Rosa sia un personaggio genuino.

    Credo che quel “l’ho fatto da Tattoo” sia un tocco dell’autrice per sottolineare la simpatica ingenuità di Rosa.👏

    1. Caro Francesco, dietro Tattoo c’ é una lunga storia: la mia, che di tatuaggi non ne ho neppure uno. Ogni volta che vedevo i cartelli pubblicitari bordo strada pensavo fosse il nome proprio di un artista in questo campo. L’ ingenua forse non é soltanto Rosa. Ho impiegato anni a capire che non era il nome del soggetto fotografato nei cartelloni pubblicitari.
      Aspettavo il tuo verdetto da esperto del settore. Il tuo commento lusinghiero mi ha rassicurato. Grazie🙏

      1. L’avevo capito che era una cosa scritta apposta, una gaffe voluta. Non potevi averlo scritto seriamente, data la precisione sulle donazioni di sangue.

        1. Anch’io come te, cerco di documentarmi quando scrivo cose che per me non sono pane quotidiano. A volte, però, mi capita di prendere fischi per fiaschi, comunque.

  7. Ho amato i commenti delle due amiche, quando la cliente è uscita
    e il riferimento a Jung ❤️ E mi hai fatto venire un dubbio: è vero che non si può donare il sangue quando si hanno tatuaggi? 🤔

    1. Ciao Arianna, grazie. Da ciò che ho letto ho capito che non si può donare il sangue se i tatuaggi sono fatti negli ultimi quattro mesi; occorre fare una sospensione e credo possano richiedere anche una certificazione per attestare che i tatuaggi sono stati fatti in luoghi idonei e da professionisti seri.