Tempesta di lacrime

Serie: Le novelle della Luna: La metamorfosi delle stelle


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il sogno più grande di Siria è avere un figlio, purtroppo però, non sa cosa le ha riservato il futuro.

Giunsi nei pressi di casa mia, quando notai poco distante un gruppetto di bambini che giocavano a palla. Li conoscevo bene quei marmocchi, quasi ogni giorno raggiungono questa zona con le loro bici malandate per quel parchetto e per stare vicino al mare. Consideravo tutti loro come una sorta di “figlioli”, uno in particolare, di nome Joel.

“Joel! Ragazzi! Che fate a quest’ora?” li richiamai, avvicinandomi a loro. Joel mi notò subito, raccolse la palla e mi raggiunse facendo uno scatto. Joel era un bambino di colore di otto anni, eccentrico e molto particolare, era molto attivo. Amava gli sport, fare esplorazioni e cantare, a detta sua come faceva il padre. Aveva un cuore grande ed una forza che non ho mai visto in nessun adulto.

Lui e i suoi amichetti non provenivano da famiglie benestanti, spesso non andavano a scuola, e molte volte li ho sorpresi anche a rubare per fame. Io tento di aiutare tutti loro come posso, delle volte compro la loro colazione, o la cena, gli faccio regali, e gli compro qualche farmaco che non possono permettersi.

Marco purtroppo non la pensa come me, li detesta e spesso li caccia via, ha preso anche la brutta abitudine di chiamarli “randagi”, poiché per lui “abbaiano e sporcano come cani”. Marco non sa che faccio di tutto per loro, solo una volta, due anni prima, per natale decisi di comprare a tutti loro un maglione caldo, lui l’è venuto a sapere per sbaglio, e non voglio ricordare le sue urla.

“Zia Siria! Che fai sveglia a quest’ora?” mi chiese Joel, salutandomi battendo il pugno, gli altri bambini invece agitarono la mano sorridendomi.

Io scossi il capo, non potendo fare a meno di sorridere per quell’uscita “Io che faccio sveglia? Voi cosa stata facendo, piuttosto! Lo sapete che ore sono? I vostri genitori vi staranno cercando!” cercai di non urlare poiché era notte fonda, ma mi allarmai parecchio. Certo, erano figli di chissà quale gente disgraziata, e quella non era la prima volta che li trovavo a giocare lì di notte, ma lasciare dei bambini girovagare a quell’ora era da folli!

“No, non ci stanno cercando, non lo sanno!” Joel scoppiò a ridere, mettendosi a braccetto con un altro suo amico, rosso di capelli e paffutello, che soddisfatto disse “Io sono scappato per la finestra!”.

Io misi una mano sulla fronte e feci un profondo sospiro, pensando a cosa poter fare siccome ero molto preoccupata, a differenza loro, e suggerii “Ascoltatemi, se fate i bravi e fate silenzio vi accompagno io a casa, va bene?” suggerii, ma notai che tutti i bambini ormai avevano rivolto l’attenzione alla busta colorata che avevo in mano “Che hai lì?” mi chiese uno di loro.

Io allora mi chinai alla loro altezza e gliela mostrai spiegando “Una mia amica si è sposata, sono dolci”.

“Ma a te non piacciono i dolci!” precisò Joel, riferendosi a ciò che era accaduto pochi anni prima, quando lo incontrai per la prima volta. Era una mattina d’autunno, ero seduto proprio su di una delle panchine di questo parco, avevo deciso di fare colazione fra la natura, stavo per mangiare una mia buona fetta di torta, quando notai un bambino che mi guardava fisso ad occhi sgranati mentre si massaggiava la pancia. Io gliela offrii subito, e da lì si affezionò a me ed a quel parco. Ovviamente mentii, amo i dolci, ma se non l’avessi fatto non l’avrebbe mai accettata.

“Hai ragione, volevo darli tutti a voi, ma siccome invece di dormire ve ne state a giocare a pallone li farò mangiare a qualche gatto del porto” neanche finii la frase che Joel e i suoi amici mi salutarono, presero la busta, ringraziarono e corsero verso le loro biciclette. Montarono su e sparirono pian piano nel buio. Io li tenni d’occhio finché potevo, ma alla fine quei bambini erano abituati a stare in brutti ambienti, e probabilmente sapevano cavarsela molto più di me.

Sorrisi serenamente, quei bimbi mi avevano davvero rallegrato. Così coprendomi meglio mi voltai verso casa e la raggiunsi lentamente.

Appena lo feci però il cuore cominciò a battere forte e lo sentii stringersi per il dolore. C’era un auto che non avevo mai visto proprio di fronte casa mia, ed il portone era socchiuso. Marco era in casa, ed immediatamente pensai al peggio.

Corsi all’interno, notai subito il disordine, tutti i mobili erano stati aperti e svuotati. Man mano che mi spostavo vidi come l’intera casa era messa a soqquadro, non riuscivo a spiegarmelo inizialmente.

Senti a quel punto Marco parlare con qualcuno in camera da letto. Non pensai più a nulla e salii di corsa le scale, spalancai la porta e restai parecchio sorpresa quando vidi sua madre con lui. Lei abitava in un’altra città, e la vedevo molto raramente, per questo non avevo riconosciuto l’auto. Non me l’aspettavo affatto quella visita, ma probabilmente non era lì solo per quella ragione, poiché notai che stavano preparando valigie… Non compresi nulla di quella situazione e chiesi subito spiegazioni.

“Marco, che significa? Perché stai andando via?” domandai, cercando di avvicinarmi a lui, quando scattò in piedi e mi fece fermare. Stava per aprire bocca, ma sua madre si precipitò avanti, quasi sembrava che volesse proteggerlo, e si aizzò contro di me rispondendo al suo posto.

“Perché sei una mezza donna! Buona a nulla! Non sei capace a fare neanche quello per cui Dio ti ha creata!” mi rimproverò con il viso rosso e sputando a terra. Era talmente arrabbiata che le mani le tremavano e aveva le lacrime agli occhi.

Io tentai di mantenere la calma, anche perché non compresi affatto cosa intendesse con quelle parole, e guardai Marco, che intanto era rimasto dietro di lei a capo chino e gli occhi lucidi, ma a differenza della madre sembravano essere lacrime di tristezza.

Fece un sospiro e mi sussurrò “Ho detto a mia madre di aver fatto queste analisi, si è precipitata qui ed ha insistito per esserci anche lei a recuperarle… Siria, il problema non sono io come pensavamo, sei tu”.

Io indietreggiai negando col capo, mi si gelò il cuore, le sue parole rimbombavano nella mia mente, cominciando a far male, ma non gli credevo “D-dove sono? V-voglio vederle con i miei occhi!” balbettai, coprendomi la bocca e cominciando a piangere.

Marco, restando distante me le porse e disse soltanto “Siria, tu non puoi avere figli, io non voglio una mezza donna al mio fianco”. Affiancò poi la madre, prese le valige ed assieme uscirono dalla stanza. La donna, dandomi una forte spallata aggiunse con soddisfazione “Addio per sempre” e non li vidi mai più.

Di loro non mi importò più nulla, invece lessi almeno una decina di volte il risultato di quelle analisi, ma era inutile, le parole non potevano cambiare, la realtà non poteva cambiare. Io ero sterile.

Serie: Le novelle della Luna: La metamorfosi delle stelle


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Discussioni

  1. Long goodbye’s… partenze e ritorni. La tua scrittura è un laboratorio in constante movimento. Funny tutti i dialoghi, mantieni ritmo a causa dell’accortezza della parole. Molto divertente ma, scriverlo al presente? non so, è una mia opinione, ma la mia mente leggeva tutto al presente e scorreva un botto. E poi, cos’altro può dire un vecchio pazzo per la Scrittura? L’energia è presente, fa strano sapere che sei un po’ dr Jekill e Mr Hide con la tua scrittura (mi riferisco a Chaos), due direzione antitetiche, credo che forse nessun autore ci riesce. Questo racconto è fico, perchè è sentito vero, ma senza arroganza, e senza fare il professorino: cosa diventerebbe se la tecnica fosse al passo dell’immaginazione? cosa diventerebbe questo racconto se privato di qualsiasi avverbio e privato anche delle 20 parole più usate in italiano?

    1. Hahaha si potrebbe essere simile ma non sono pazza come Mr.hide. Grazie dei suggerimenti, si, in effetti riconosco di usare troppi avverbi, cercherò di migliorarmi. Riguardo i termini anche ammetto comunque che per quanto legga e mi eserciti a scrivere alla fine ho pur sempre vent’anni e ho tanto da migliorare. Grazie del commento! 😀

    1. Si, purtroppo per Siria è cominciato un capitolo brutto della sua vita 😥. La vita che si era programmata non esisterà mai