Tempo tiepido

Le grinze della pelle erano come vecchi pallini infeltriti di certi vecchi vestiti, sbucavano ad ogni getto di acqua addosso ed io diventavo come un abito pieno di grinze e non stirato, mi retraevo ed insieme abbracciavo quel flusso incerto di acqua tiepida, netto sulla pelle un freddo traballante e poi un vago senso di bollore nel sangue e di nuovo il freddo come fossi un vortice in mezzo al vento.

L’acqua nella doccia continuava a scorrere incostante di calore ed io avevo addosso il senso tiepido del tempo, un tempo che scorreva a spruzzi fluido e a gocce lento e mi lasciva in mezzo agli estremi del bruciore del fuoco e quello del ghiaccio, quegli estremi così forti da creare brividi perenni , quei brividi capaci di scolpirsi e districarsi nelle ossa.

Le piastrelle bianche avevano degli ornamenti di un blu scuro intenso ed io mi ricordavo di una vecchia pubblicità di un sapone con la voce di Mina in sottofondo a cantare “Le mille bolle blu” ed io piccolina in braccio a mia madre e a dirci insieme che un giorno, quel bagno blu, lo avremmo fatto anche noi.

Noi quel bagno blu non lo facemmo mai ma ne creammo tanti altri, bellissimi, spaziosi e luminosi, eppure quel bagno blu mai esistito mi sembrava appartenere alla mia infanzia più di qualunque altro bagno io avessi mai vissuto, ed ora che poggiavo braccia e mani contro quel muro decorato con quel colore di mare, a me il blu non piaceva più e a schizzarci sopra spruzzi di acqua e bocca, immaginavo di dipingere quei fronzoli come se tiepida di quella doccia potessi io stessa farmi colore e diluirmi sopra quei muri, farmi vapore di un’emozione scomoda e poi evaporare via, non sentirmi più così maledettamente mia, per la prima volta sola, ero di fronte al confronto di una lastra di plastica zigrinata di cerchi in rilievo che mi gettava addosso come unica compagnia la mia ombra distorta di acqua e luci, in quel gioco di riflesso speculare io compresi che appartenersi poteva anche dire perdersi e non sapersi più trovare, che quella bambina nel bagno blu mai abitato esisteva ancora ora ma non era più la stessa, che tutte le versioni di noi stessi mai provate potevano come d’un tratto trasformarsi in qualcosa che si diventa nell’attimo di uno smarrimento, quando crolla il soffitto, si rompono i vetri, si squarcia il pavimento sotto i piedi ed il letto è sfatto e restano profumi lancinanti di malinconia e più le fotografie si sbiadiscono più i ricordi si fanno vividi, si spegne il camino e quei pochi muri rimasti in piedi hanno addosso il senso tiepido del tempo, e le certezze diventano il loro contrario, come condanne di delusioni andante in carcere. Ed io in quel bagno blu mi sentivo come dietro le sbarre. Come se i desideri si fossero invertiti e avessero dato i miei sogni di ora a quella bambina che cantava immersa nella schiuma della vasca da bagno ed invece i sogni di bambina mi fossero dati solo adesso, solo ora che era troppo tardi per uscire in strada con dell’acqua e del sapone contro il sole a creare in una bolla l’arcobaleno, quando io avevo solo bisogno che quella doccia tiepida diventasse finalmente calda, ora che non più bambina ero troppo stanca, troppo stanca per appartenermi dopo tutto quel tempo in cui avevo dimenticato di farlo, che in quella doccia non avevo ne freddo ne caldo, come fossi diventata una fiamma apatica e un pezzo di stalattite sterile, ero neutra e tiepida, completamente indefinita.

Fuori da me sentivo voci rincorrersi e bambini in mezzo ai prati a gridarsi qualche gioco, vedevo i muri appannarsi di condensa e in quella mia nuvola di terra io li immaginavo a rotolarsi nell’erba, a perdersi dietro un cespuglio, poi urlavano più forte e mi spaventavano, come fossi in allarme di qualche pericolo, loro gridavano ancora e più intensamente, poi tornava il silenzio e di nuovo giocavano ad attaccarsi, qualcuno di loro gridava polizia come fosse davvero un gioco, io ripensavo alle mie bambole e ai vestiti, ad un vecchia borsa a fiori di pezza tutta logora in cui tenevo soldi finti nella custodia di pelle di occhiali firmati come se fosse un portafoglio, collane di perle colorate e forse un ventaglio, e avevo anche un pistola, una piccola pistola fatta quasi tutta di metallo che sembrava argento,e forse ogni tanto anche io fra un vestito di bambola, una cucina in miniatura, una spesa fatta con soldi finti, anche io con quella pistola avevo urlato a qualcuno di immaginario:”Polizia!”

Pensai a quante cose da bambini non hanno lo stesso peso della vita reale matura, di quante cose da piccoli si vivono e si chiamano con estrema leggerezza, un vestito come fosse l’estensione di un pennarello con il quale colorare i propri pomeriggi, stoviglie finte come souvenir da esporre nella propria stanza, nella contentezza momentanea di fare finta di lavarli ogni giorno, di come i soldi finti hanno la stessa consistenza di quelli veri ma hanno una rilevanza diversa, di come da piccoli non siano necessari e se ne hanno in abbondanza e di come invece da grandi tolgono il fiato e diventano così necessari da non bastare mai, da bambini sfioriamo tutta quella rilevanza di vita e la trasportiamo in un gioco, che da piccoli non si pensa che un giorno la polizia la si può chiamare veramente e senza finzione, che le pistole hanno pallottole che uccidono e i vestiti taglie in cui definirsi, che le macchie delle pentole ci vogliono ore a tirarle via e che nella custodia degli occhiali ci vanno messi gli occhiali e i soldi riposti con cura, in borse salde e nuove, preservati da tutti quei sogni che da grandi diventano bisogni estremi in cui è difficile far quadrare i conti.

Poi le voci dei bambini sparirono e tornai sola, mi sentii sollevata, come fossi frastornata da quel frastuono ingombrante di rumore e ricordi, feci per chiudere l’acqua ma non ebbi il coraggio, non mi sentivo ancora abbastanza calda. Rimasi sotto quello spruzzo a indugiare nell’attesa di un cambiamento, come se all’improvviso il getto potesse orientarsi verso una temperatura diversa, sia essa calda o fredda ma almeno definita, come se il cambiamento dell’acqua potesse sancire una decisione dentro me stessa.

Restai sotto l’acqua, sotto il senso tiepido del tempo e dentro quell’attesa rimasi dentro la mia storia con Roberto, come se almeno la metà degli anni assieme fossero stati un prospetto di cambiamento, come prendere coraggio e chiudere quel rubinetto ora e chiudere anche con lui allora, quante volte lo avevo pensato e quante volte lo avevo rimandato, solo un giro di rubinetto o pronunciare la parola fine, ma il senso di tiepidezza che rimane addosso nelle situazioni incerte crogiola l’abbandono di ogni iniziativa, quando si sta per dirsi addio si ha voglia di aspettare un epilogo diverso, di pensare che poco prima di chiudere l’acqua scenda una goccia calda e che prima di dirsi un addio un ti amo sincero possa fare la differenza.

Avevo vissuto quella doccia tra il poco freddo e il poco caldo, nel calore tiepido del mio corpo e avevo vissuto quell’amore tra il per sempre e il mai più, nel calore tiepido del mio cuore.

Afferrai il pomello tra le dita e girando il polso chiusi il rubinetto con un colpo secco, il mio fiato si unì al vapore e lasciai sgocciolare l’acqua dei capelli sopra il tappeto di pezza beige, li strizzai fra le mani e mi li feci sbattere contro la schiena e mi coprirono tutte le spalle, ero ancora nuda e mi sembrava che perfino l’accappatoio potesse essere un peso troppo pesante da portare addosso.

Umberto sarebbe arrivato a cena fra meno di un’ora e non sapevo nemmeno se avevo la forza di alzare un mestolo di legno ma il pensiero di averlo a casa rendeva le ore del pomeriggio che lasciavano il posto alla sera, un po’ meno malinconiche nell’angolo remoto e misterioso dei miei occhi lucidi di acqua, vapore e sentimenti.

Aprii l’armadio e mi misi addosso un vestito di maglia intrecciata rosso che mi lasciasse gran parte della braccia scoperte ed infilai un paio di zoccoli di legno in cavallino bianco, presi qualche ciocca di capelli e la portai dietro la nuca con un fermaglio di legno, mi misi un paio di cerchi d’oro spessi e pesanti e li feci dondolare nel vento, mi piaceva quel loro movimento fluido e avvolgente, come fossero un’estensione della mia bellezza e per un breve attimo tornai a sorridere, mi sembrava che con Umberto potevo mettermi il lusso di poter essere semplice, che potesse capire la mia stanchezza e apprezzare lo stesso i miei sforzi.

Mi guardai nello specchio, il vestito, gli orecchini, il trucco, non c’era nulla che stonasse a parte le mie occhiaie eppure era una di quelle sere in cui al posto che vestire me stessa, avrei volentieri vestito una qualsiasi delle mie bambole di bambina, poi spensi la luce e andai in cucina.

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