Tenerezza e fragilità
Serie: Morirò d'estate
- Episodio 1: Morirò d’estate
- Episodio 2: Bastardo
- Episodio 3: Fame d’amore
- Episodio 4: Mind to mind
- Episodio 5: Uomo fritto
- Episodio 6: Mutande nuove
- Episodio 7: Sarai felice
- Episodio 8: In gabbia
- Episodio 9: Chiamato per nome
- Episodio 10: Campo Base
- Episodio 1: Morto e risorto
- Episodio 2: Tutto questo per me?
- Episodio 3: Nuova possibilità
- Episodio 4: Amare per primo
- Episodio 5: La gallina che becca
- Episodio 6: Nato sbagliato
- Episodio 7: Il primo passo
- Episodio 8: Visto, sentito, compreso
- Episodio 9: Vicolo stretto
- Episodio 10: Paura e compiacimento
- Episodio 1: Coccole e dolore
- Episodio 2: Vita e fantasmi
- Episodio 3: L’amore mancante
- Episodio 4: Solo, vuoto e svuotato
- Episodio 5: Urge Surfing
- Episodio 6: Azzurri come il mare. Infiniti come il cielo
- Episodio 7: Nessuna coincidenza
- Episodio 8: Il caffè negato
- Episodio 9: Il caffè proposto
- Episodio 10: Il caffè accettato
- Episodio 1: Koala
- Episodio 2: Delfino
- Episodio 3: Il peso che non si vede
- Episodio 4: Rende capaci chi chiama
- Episodio 5: Fame e sazietà
- Episodio 6: Tenerezza e fragilità
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
STAGIONE 4
«Ciao!» dissi.
Serena si girò e sorrise, e io improvvisamente mi sentii sazio. ●
«Che ti è successo? Ti sei fatto male?», chiese Serena, con un’espressione preoccupata.
«Niente di grave, tranquilla! Ho sbattuto contro l’anta della cucina», risposi toccandomi il mento, un po’ vergognato.
«Posso offrirti la colazione?» continuai.
«Prendo solo un caffè, grazie. Ma se vuoi ti faccio compagnia».
«Mi farebbe piacere!», dissi, invitandola a sedere a un tavolino che nel frattempo si era liberato.
Ordinai un cornetto vuoto e un cappuccino e iniziammo a parlare di stupidaggini che, in quel momento, mi sembravano le cose più importanti del mondo. Il cornetto intanto si raffreddava nel piatto, mentre continuavo a girare il cucchiaino nel cappuccino, anche se non l’avevo zuccherato.
«Non lo mangi?», chiese Serena, indicando il cornetto con un cenno del capo.
«Lo sto studiando. È timido», risposi, senza alzare lo sguardo.
«I cornetti timidi sono i più buoni», disse lei scoppiando a ridere, «basta non spaventarli».
Strappai un pezzetto insignificante e lo portai alla bocca. Sapeva di burro e carta. Deglutii, attendendo. Uno, due, tre. Lo stomaco resse. Tirai un sospiro di sollievo.
«Ti fa ancora male?» chiese Serena, posando la tazzina vuota.
Il cornetto mi andò di traverso mentre cercavo di rispondere.
«No, quasi niente. Solo un po’ di fastidio» risposi, nascondendo il disagio inzuppando un altro pezzo nel cappuccino.
Parlammo ancora per venti minuti, sospesi in un tempo infinito.
«Scusami, devo scappare» disse poi, guardando l’orologio.
«Certo! Ci vediamo venerdì sera» dissi con un sorriso forzato, desiderando disperatamente che quel momento arrivasse in fretta.
La salutai col cornetto a metà, seguendola con lo sguardo fino all’uscita.
Avevo ancora un po’ di tempo, così decisi di entrare in chiesa, fermandomi prima qualche istante davanti alla Madonna in gabbia.
All’interno, tre vecchiette recitavano il rosario con tale foga da farmi sorridere: sembrava facessero a gara a chi urlava più forte per farsi sentire da Dio.
Mi sedetti nell’ultimo banco e rivolsi una preghiera silenziosa al Cristo Risorto. Gli chiesi di non lasciarmi solo e di aiutarmi a sconfiggere i miei disturbi alimentari che, oltre a consumarmi il corpo, stavano logorando pezzo dopo pezzo la mia autostima.
Al lavoro, passai tutta la mattinata a pensare alla colazione con Serena, a quel cornetto che non avevo vomitato.
Verso le undici, lo stomaco fece un rumore strano. Non dolore, non nausea: fame. Fame vera. Quella che ti svuota le gambe se non la ascolti.
Mi alzai dalla scrivania di scatto.
«Tutto ok?» mi chiese un collega. Annuii. Era la prima volta che non mentivo, da quando ero arrivato in quest’isola.
Improvvisamente sentii il mio telefono vibrare. Era un messaggio di Serena: «Il cornetto era più buono in due. Lo rifacciamo?»
Rilessi tre volte, con le mani tremanti e un’inspiegabile emozione. In quel momento capii che non avevo paura di mangiare: avevo paura di farlo da solo.
«Certo. Domani, stesso posto e stessa ora?» risposi col cuore a mille, poggiando il cellulare sulla scrivania e cercando di concentrarmi sui documenti, che nel frattempo il mio collega mi aveva chiesto di protocollare.
Nemmeno dieci secondi dopo, un’altra vibrazione. «Domani ho la sveglia alle sei apposta. Non farmi fare tardi».
Sorrisi, sentendo la ferita sul mento tirare.
Per la prima volta, il problema non era mangiare; era presentarmi in orario.
Alle 14:00, terminato il turno di lavoro, decisi di passeggiare per il centro. Quando arrivai nei pressi del panificio “Caldo, caldo. Buono, buono”, il pensiero corse subito a Enza, al vicoletto in cui mi aveva condotto, a quella casa in pietra e all’uomo riflesso nello specchio. Fu allora che lo capii: quell’uomo altissimo, stempiato e dai grandi occhi marroni, che con voce dolcissima mi aveva promesso la felicità, ero io.
Io adulto.
Io sorridente.
Io sereno.
Io felice.
A differenza di allora, non provai paura; sentivo che stavolta ce l’avrei fatta davvero. Avrei trovato la mia strada. Avevo i muscoli del viso ancora tesi per il sorriso e, scorgendo il mio riflesso nella vetrina del forno, vidi un’espressione che finalmente mi piaceva.
Entrai, comprai un panino e mi avviai verso casa. Era ancora caldo: quel profumo di lievito tostato, avvolgente e quasi zuccherino, mi convinse a morderlo subito. Camminavo gustando ogni boccone con lentezza. Riuscivo a distinguere il sapore del grano e quella punta acida tipica del lievito madre. Ogni morso sapeva di casa, di promesse mantenute, di abbracci morbidi e baci sinceri.
Quando arrivai a casa lo avevo già finito, e lo stomaco, anche questa volta, non sembrava voler fare i dispetti.
Mancavano poche ore all’appuntamento con la dottoressa Mori; così mi feci una doccia fredda, poi presi il diario e iniziai ad appuntare tutto ciò che avevo vissuto in quella mattinata, tanto calda quanto carica di speranza.
Mentre mi vestivo, nel silenzio della camera da letto, riuscivo a percepire distintamente il ticchettio della sveglia con la gallina che becca.
Guardandomi allo specchio del comò, per la prima volta mi vidi come probabilmente mi vedeva il resto del mondo: un corpo fragile, dove si potevano contare le ossa a vista d’occhio, e un’anima delicata e vulnerabile, in grado di percepire il dolore ma non l’amore.
Non provai né pietà né pena, ma tenerezza, e il desiderio di proteggere quella fragilità.
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