Tentata fuga

Serie: L'incubo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Che motivo c'era di essere tanto cacasotto? Dopotutto, cosa era successo davvero? Un tizio di mezza età era apparso e aveva spento le luci. Nessuno si era fatto male. Gli spiriti non possono farci niente, non è così?

Quel giorno Akseli staccò dal lavoro circa mezz’ora prima del solito; parcheggiò l’auto e si avviò verso casa. Ma, d’un tratto, alzò lo sguardo e rabbrividì: la porta era aperta.

Entrò come una furia chiamando sua madre, ma non rispondeva nessuno. Corse di sopra per controllare tutte le stanze, ma niente. Aila era sparita, e con lei anche Mimi.

Prese il cellulare e provò a chiamare Jenni, ma era irraggiungibile.

Scese di corsa le scale e compose il numero di sua sorella.

«Ciao. Ascolta, non trovo più la mamma.»

«In che senso “non la trovi più”?»

«Sono appena rientrato e lei non c’è.»

«Ho capito. Sto arrivando.»

Dal tono della sua voce, Akseli capì che presto avrebbe dovuto sopportare anche la ramanzina di sua sorella.

Kirsi riattaccò e lanciò uno sguardo di sfida al marito che, seduto sul divano, stava aspettando la fine della telefonata. Gli disse: «Non finisce qui, ne riparleremo. Adesso devo andare.»

«Chi era?»

«Akseli», rispose sospirando.

«Che ha combinato stavolta tuo fratello?» chiese Niko con l’espressione di chi ha appena ascoltato una barzelletta.

Lei si limitò a sbuffare scuotendo la testa. Si avviò verso l’uscita e disse solo: «Ci vediamo dopo, pensa tu alla cena».

Percorrendo in auto i pochi chilometri che la separavano dalla casa di suo fratello, Kirsi pensava che non potesse esserci giorno peggiore per doversi occupare anche di lui e di sua madre.

Si domandò cosa avesse fatto di male per meritare un marito imbranato, un fratello rompiscatole, una madre con l’Alzheimer e due figli adolescenti completamente fuori controllo.

Certo, la mamma, poverina, non ha colpa, pensò. Almeno per quanto riguarda la malattia.

Ma gli altri? Hanno deciso di farmi impazzire. Io li ucciderò tutti, ecco cosa farò. E poi andrò a riposarmi in galera: forse almeno lì troverò un po’ di pace.

Quando arrivò a destinazione e iniziò la retromarcia per parcheggiare, squillò il telefono: era Akseli. Lei rifiutò la chiamata e uscì dall’auto. Si diresse verso la porta di casa, che si aprì prima che lei potesse suonare il campanello.

«L’ha trovata il vicino e l’ha riportata a casa», spiegò Akseli, indicando la madre dietro di lui.

Kirsi entrò e chiuse la porta.

Lui continuò: «Ha detto che era in fondo alla strada, chiaramente spaesata, e che Mimi la seguiva come un’ombra».

Lei evitò di commentare, limitandosi a fulminare il fratello con lo sguardo; poi andò incontro alla madre e la abbracciò: «Ma sei uscita così, con questo freddo? Sei gelida. Vieni, ti va un bel tè caldo? Lo preparo?»

Aila annuì e seguì la figlia in cucina.

«Tu va’ a cambiarti, sto io con la mamma», urlò al fratello, che stava già salendo le scale per andare a farsi una doccia.

Preparò il tè e si sedette a tavola per sorseggiarlo insieme ad Aila.

«Perché sei uscita da sola, mamma? Non devi farlo.»

«Io volevo solo tornare a casa, ma lui non mi lascia andare», disse lei con rabbia.

«Ma chi, Akseli?»

«Mi tiene chiusa qui.»

E iniziò a piangere.

Kirsi le prese la mano: «Mamma, lui è tuo figlio. Capito?»

«Sì, certo», rispose lei indispettita, convinta che tutti volessero prenderla in giro.

«Sai chi sono io, vero? Mi riconosci?»

Aila fece una smorfia per non far capire di essere in difficoltà. Poi sorrise e mentì: «Certo».

«Allora dimmi, chi sono?»

«Ora non ricordo il tuo nome», rispose scocciata.

«Sono Kirsi, tua figlia.»

«Mia figlia è una bambina. Sei una bambina tu? Non mi sembra.»

«D’accordo. Bevi il tuo tè.»

Nel frattempo Akseli tornò al piano di sotto; quando Kirsi lo vide, si alzò dalla sedia e scattò, furiosa, verso di lui.

«Cosa pensavi di fare portando qui la mamma? Ha bisogno di essere sorvegliata giorno e notte, te ne rendi conto adesso?»

«C’era Jenni qui con lei. È rimasta sola per poche ore.»

«Non può essere lasciata sola nemmeno per un minuto! E poi chi hai chiamato? Proprio quell’invasata?»

«È una persona responsabile, oltre a essere un’infermiera qualificata.»

«Sì, certo: una che crede di parlare con i fantasmi. Dimmi un po’, state insieme adesso?»

«È solo un’amica.»

«E allora perché Saara ti avrebbe lasciato?»

«Non ti immischiare, ok? Non c’è mai stato niente tra noi. Saara se n’è andata per altri motivi.»

«Ti assicuro che uno dei motivi era proprio quello: eri sempre con lei a fare quelle cazzo di sedute spiritiche.»

«Non puoi capire.»

«Ti ha fatto il lavaggio del cervello. Pensavo ti fossi allontanato da certa gente, invece eccola di nuovo qui. Comunque, non ti permetterò di mettere in pericolo la mamma.»

Akseli tentò di rispondere, ma lei lo incalzò: «D’accordo, quel posto non ti piace: ne cercheremo un altro. Dobbiamo trovare una soluzione il prima possibile.»

Continua...

Serie: L'incubo


Avete messo Mi Piace8 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ogni volta che leggo di Alia è un colpo al cuore, poveretta…
    Stai mostrando la malattia in tutta la sua crudeltà e degenerazione, continuando comunque a portare rispetto sia alla malattia stessa che al personaggio che ne è affetto.
    Il risultato? Che il lettore prova una forte e sincera empatia. ❤️

  2. “Ma gli altri? Hanno deciso di farmi impazzire. Io li ucciderò tutti, ecco cosa farò. E poi andrò a riposarmi in galera: forse almeno lì troverò un po’ di pace.”
    Non mi sono mai sentita così rappresentata da un paragrafo! 😹

  3. Ribadisco quello che ti ho detto più volte: hai la capacità di farmi sentire dentro i tuoi racconti.
    Parlare di Alzheimer, non è mai semplice e il rischio di cadere nella retorica o peggio ancora nella “macchietta” di una triste realtà è sempre “dietro la penna”.
    Complimenti 👏🏼 👏🏼 👏🏼 👏🏼

  4. Kirsi in parte ha ragione: i malati di Alzheimer non possono essere lasciati soli neanche per un minuto, ma non devono nemmeno essere ‘parcheggiati’ in un luogo dove si sentirebbero smarriti e privi di stimoli. Secondo me Jenni dedicherà più tempo ad Aila e, insieme, ci sorprenderanno. Bravissima, Arianna! 👏👏❤️

  5. Ciao Arianna, un altro episodio molto riuscito. Ho rivalutato la sorella di Akseli, mi ero fatta l’idea che fosse un personaggio insensibile ed egoista, ma non è così.
    Ripensando agli episodi precedenti mi è venuto un sospetto, sono curiosa di scoprire se il collegamento fatto sia giusto.
    Bravissima!

  6. La reazione della sorella mi ha fatto ricordare certe mie reazioni, di quando butteresti all’aria tutto il mondo 🙂
    Un capitolo molto bello con dialoghi scritti davvero bene. Il ritrmo incalzante ti fa arrivare velocissimo in fondo, con la voglia di leggere ancora. Bravissima

  7. “Si domandò cosa avesse fatto di male per meritare un marito imbranato, un fratello rompiscatole, una madre con l’Alzheimer e due figli adolescenti completamente fuori controllo.”
    Arianaaaaa, sembra quasi la mia situazione. Mi hai spiata? 😂

  8. Bravissima. Ritmo vivace, scene vivide, dialoghi efficaci. Riesci a toccare il tema delicato della malattia in modo consapevole e credibile, con qualche aspetto tragicomico che dà leggerezza a una storia, per molti versi drammatica.
    Gli elementi di mistero nella trama continuano ad alimentare la curiositâ.

  9. Molto concreta la sorella, e ha ragione, almeno sul fatto che non si può lasciare sola per due ore una persona malata di alzheimer. Akseli dovrà prenderne atto. Bella narrazione e storia molto intrigante.

  10. Mi colpisce sempre molto il modo in cui parli della malattia, perchè mi fa capire quanto difficili e dolorose sono certe situazione. I nuovi dettagli che stanno emergendo sulla vita e sul dono di Akseli mi incuriosiscono, sono curiosa di sapere come si legheranno al resto della storia.

  11. Hai descritto in modo purtroppo molto realistico il dramma di una patologia degenerativa orribile, capace di annientare tutto ciò che una persona è stata, portando via ricordi ed intelletto.
    Akseli è il classico esempio di vittima narcisistica, ovvero di colei che esteriormente si lamenta di carichi che assume per l’esigenza di asserire di essere l’unica in grado di eseguirli, raccogliendo il susseguente plauso.
    Bravissima