Teoria della Conservazione Cronica

Serie: Elementi di Fisica Sentimentale Quotidiana


Piccolo prontuario (più pseudo che scientifico) sulla sopravvivenza quotidiana a ogni costo

POSTULATO

Tutto si crea e tutto si distrugge, ma nulla si trasforma.

APPROFONDIMENTO

Il Tempo, nella comune considerazione dell’esistenza, riveste un ruolo unico, superiore. A volte, capita di incrociare sguardi nei quali un marcato, autentico riflesso malinconico tradisce una totale dedizione spirituale agli istanti che furono. O meglio, a quelli che avrebbero potuto essere, se solo si fosse riusciti a cambiare.

CONSEGUENZA

In termini di «economia sentimentale», è senza dubbio consigliabile impiegare le proprie risorse per stabilizzare il proprio nucleo interiore (per definizione non modificabile), ricercando le giuste interazioni con i fattori esterni plasmabili, piuttosto che accanirsi inutilmente nel modificare quella parte più interiore della propria essenza, che, come tale, resta percepibile ma non raggiungibile.

DERIVATA

L’impiego di risorse sentimentali attuato per tentare di cambiare il proprio nucleo non modificabile darà origine a una trasformazione esclusivamente formale, prontamente recepita all’esterno, definita come «immagine surrogata di sé». Il divario originatosi tra questa e il predetto nucleo prende il nome di «diversione autoindotta», e sarà invariabilmente fonte di piacere per il prossimo, e di dolore per il soggetto interessato.

DERIVATA 2

L’amore non può essere considerato tra i fattori all’origine di un reale cambiamento: laddove ciò accade, ci troviamo di fronte a uno dei peggiori casi della menzionata “diversione autoindotta”.

PARADOSSO

Quanto più la spinta al cambiamento è marcata tanto più essa dimostra, inconsapevolmente, la persistenza di una radicata immutabilità. Le mode del momento costituiscono, tra i differenti esempi possibili, uno dei più rappresentativi in tal senso.

ECCEZIONE

Sfuggono a questa regola tutti coloro che hanno trovato nel profondo sentimento religioso una ragione di vita. La vera fede, in tutte le sue forme, ha manifestato in ogni epoca la capacità di indurre a reali, profonde trasformazioni. Ascetismo, eremitismo, vita monastica (nella quale annoveriamo la clausura) suscitano rispetto e ammirazione, riuscendo non di rado a confonderci, instillando in noi dei dubbi, facendoci porre delle importanti domande.

https://youtu.be/Q5l2ChAqRDg?feature=shared

Serie: Elementi di Fisica Sentimentale Quotidiana


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Discussioni

  1. “«diversione autoindotta», e sarà invariabilmente fonte di piacere per il prossimo, e di dolore per il soggetto interessato.”
    Un invito alla riflessione. Atteggiamento che ho vissuto per molto tempo e oggi lo rivedo in molte persone che mi circondano.

    1. Questo, Tiziana, è un commento che mi fa particolarmente piacere. Implica uno scambio tra autore e lettrice, un qualcosa che “passa” e ritorna.

      Peraltro, hai coniugato in quattro parole il senso intero di questa serie molto più pseudo che scientifica: un invito alla riflessione.

      Ti ringrazio di cuore.

  2. La trasformazione formale di cui parli, che porta alla diversione autoindotta, che provoca piacere agli altri ma dolore al diretto interessato, è qualcosa che credo di aver sperimentato. Ma non sarei stata capace di esprimerlo con le parole che tu invece sai usare magistralmente!

    1. Arianna, sono così favorevolmente stupito delle tue parole che, come è ormai mia radicata abitudine, a
      “regalo” rispondo con “regalo e mezzo”. Pensa che progressione aritmetica magnifica, e dove
      porterebbe questo modus operandi se sempre attuato (c’è un film -Un sogno per domani- che cadrebbe
      a pennello, con un bravissimo Kevin Spacey veramente ispirato… scusa la digressione).

      Il desiderio di restituirti qualcosa di davvero bello, profondamente vero è quanto mi spinge a riportare
      un magnifico pensiero di Milton. Lo faccio mio, indegnamente ma a buon fine, inchinandomi alla vera
      poesia, quella che sa parlarci al cuore: “‘La mente è il proprio luogo, e può in sé fare un cielo dell’inferno,
      un inferno del cielo”.

      C’è un’interpretazione positiva e splendida, di una forza inaudita, che condivido pienamente (del tipo:
      possiamo essere felici dovunque). Ma anche un’altra, forse personale, come tale solo mia: per quanto
      mi riguarda, ho fatto del paradiso un inferno ogni volta che la mia mente ha lasciato il proprio luogo.

      Grazie di cuore, apprezzo tanto, non sai quanto, questa tua sincerità.

  3. Per deformazione professionale ho apprezzato la forma, prima ancora che il contenuto, di questo ottimo scritto. Ma la seconda lettura ha svelato il contenuto, che non è meno pregevole. Il paragone con la fisica è ardito e originale. Se l’approfondimento iniziale fa pensare ad una disquisizione sulla centralità del tempo nella cognizione umana, la conseguenza vira decisamente su un argomento diverso, almeno nella mia comprensione, che è l’immutabilità di alcuni aspetti centrali, “core” in inglese, dell’animo umano. E su questi aspetti si articolano le successive derivazioni, accurate e profondissime, nonché pienamente condivisibili.
    So bene che quello che ho letto non è necessariamente l’opinione di chi scrive ma è l’opinione di chi racconta, della voce narrante. Ma direi alla voce narrante che se un sentimento è forte e condiviso, e regge alla prova del tempo, allora può portare ad un cambiamento interiore, senza rimpianto. Il rimpianto arriva quando, anzi, se, il sentimento si rompe e il patto è tradito.

    1. Caro Giancarlo, ho letto anch’io con attenzione quanto scrivi e mi ha fatto piacere, oltre a darmi modo di riflettere. Questo mio esperimento di “Fisica”, diciamo così, cerca non
      solo di esternare dei pensieri, delle emozioni, ma soprattutto “agganciare” lettrici, lettori tirandoli dentro, inducendoli a parlare. Da qui la forma che manifesta una
      perentorietà scientifica, quale modo per stimolare una reazione.

      Tu hai risposto alla “chiamata” rilanciando con una tua riflessione. Quanto mi dici, riguardo alla possibilità di un reale cambiamento in presenza di un sentimento
      condiviso, è a dir poco dirompente. Qui non parliamo ovviamente, di giusto/sbagliato: mi chiedo però se e quanti altri sono d’accordo con te.

      Grazie Giancarlo.

  4. Una sottile tensione tra desiderio di un’alterità amorosa e accettazione di un reale che nega la possibilità stessa di tale accettazione….

    Il desiderio sognato, sfiorato poi soffocato….l’impossibile amoroso di una bruciante passione fatta di rinunce, rassegnazione….dolore…oblio di un vuoto…e un desiderio d’amore intenso….

    Una spaccatura nell’involucro esistenziale che si infiltra nelle pieghe di una sofferenza acuta, la capacità di resistenza alla mancanza dell’essere amato….devastante….perchè la privazione d’amore è simile alla cacciata dal paradiso e impedisce di accogliere e di accettare la propria vita con serenità….

    Il corpo che si assoggettata al pensiero e il pensiero che s’inabissa dove il senso svanisce, e lo stato limite delle coscienze che attingono all’estremo dell’esperienza attraverso l’assenza, il vuoto, ribadiscono in modo assoluto l’insostituibilità del soggetto amato….vivendo una dimensione sacrificale inevitabile………….

    1. Nel complimentarmi per la profondità, Migeè, che puntualmente rilevo nelle tue parole eleganti e pregne di significato, direi che la chiave del tuo pensiero si nasconde nel termine “alterità”. A questo, fanno eco le immagini evocate da “spaccatura”, “assenza”, “dimensione
      sacrificale”.

      Considerazioni forti le tue, perfettamente allineate con il senso del mio piccolo scritto, anzi capaci di esaltarlo, sviscerandone (di nuovo uso questa parola per un tuo commento) ogni dettaglio
      emotivo. Oserei dire che la tua è un’ analisi del sottile dolore, capacità che non può prescindere da
      una sensibilità acuta forgiata da esperienze di vita.

      Grazie del tuo preziosa vicinanza.

  5. Caspita, un inizio che dà l’idea di un lavoro ambizioso! Il cambiamento visto come una maschera che soddisfa gli altri ma provoca sofferenza in se stessi: per amore si costruisce un’identità artificiale che paradossalmente accentua in noi stessi la rigidità immutabile di quello che siamo.
    Riguardo al tempo si percepisce una certa malinconia verso il passato, non solo per come lo si è vissuto, ma anche per come avremmo voluto che fosse. L’eccezione è comunque il punto che mi ha colpito di più, forse a causa del mio ateismo: una forza trascendente – non tanto Dio, quanto piuttosto la fede in sé – puo’ davvero condurre a un reale cambiamento dell’immutabile? Ci metto il punto interrogativo perché, come tu stesso scrivi, la questione insinua in noi dubbi e ci fa porre delle domande.
    Hai imboccato una strada tortuosa, vediamo dove ci porterà 😉

    1. Caro Francesco, vedo che sei sempre sensibile alla sfera sentimentale. Non a caso, noi tutti qui ci siamo e… scriviamo.

      Dei tanti piccoli miei racconti, questo è l’unico che ho ricondotto a un genere diverso dalla “Narrativa”. Tra quelli presenti, ho scelto “Amore” e, alla fine, probabilmente è proprio il più centrato.

      Sì è vero, per certi versi la serie è ambiziosa ma, allo stesso tempo, tende la mano a ogni lettore invitandolo a esporsi. Molto bello quanto dici sulla fede: è apprezzabile e, in tutta onestà, rispetto questa tua visione che coniuga in sè più di un percorso.

      Prima di pubblicare ci ho pensato tanto. Se rifletto sui prossimi tioli che appariranno, ti dico la verità quasi quasi ci ripenso. Ma la realtà è che volevo, tra le cose che ho già scritto, un vento nuovo. Qui sta molto nella forma: i termini usati, e anche più di qualche concetto, dovrebbero quantomeno confondere (ma è scienza?) e far riflettere.

      Forse non avrà un grande seguito di pubblico, forse sarà un flop: ma l’esperimento era da fare.

      Grazie per questa tua attenzione.

  6. Come va? Direi bene! L’ho letto, biletto e triletto (non si dice ma mi piace) soffermandomi su ogni punto perché ogni punto fa riflettere e ti costringe a fare considerazioni chiamando in causa anche l’inconscio, che, in quanto tale, è difficile da riconoscere ed altrettanto difficile da comprendere. Chissà perché mi è venuta in mente la teoria del “gene egoista” (Richard Dawkins) che tanto ho discusso, contestandola, quando mia figlia preparava un esame di antropologia. Argomento spinoso, quello che vai ad affrontare, ma che porterà una ventata di discussioni che non possono che far bene a tutti. Ammiro!