The Edge

Quando finalmente arrivò la chiamata, non riuscivo a crederci. Mai si sarebbe aspettato, quel bimbo solo nella stanza umida, con il razzo giocattolo un po’ ingiallito tra le mani, mai quel timido bimbo chiuso nei deliranti viaggi della sua mente, avrebbe immaginato una telefonata simile.

Da quando quella fandonia della sfericità terrestre era stata sfatata, il Centro Operativo cercava sempre nuove occasioni per scoprire cosa ci fosse al di là, o meglio al di sotto, di quel grosso medaglione monotono e piatto che è la Terra. Non starò qui a spiegarvi i veri motivi dietro una tale scelta e lasceremo dunque credere che si trattasse di puro e ingenuo interesse scientifico. Ma a me non importava. Io avevo un sogno da realizzare, e quella era l’occasione di una vita. Cloche nel pugno e via tra gli asteroidi, schivandoli come in quel vecchio videogioco. Quello volevo, nient’altro. Non so quando e come crebbe in me questo desiderio sfrenato, quasi ossessivo, di volare sulle teste degli altri. A pensarci bene non ne conoscevo neanche il perché. All’inizio pensavo si trattasse di un semplice capriccio, del bisogno d’evasione di un bambino… più tardi capii.

Ci incontrammo alle 5 di mattina, in anticipo persino sull’alba. Condizioni meteo ottimali, dicevano dalla torre di controllo. Ma lassù era presagio di fine, per come la vedevo io. Alex arrivò con qualche minuto di ritardo, che il cielo si apriva a mostrare le budella dell’universo, e intorno brandelli di nuvole come stracci vecchi.

Tutto era pronto per la partenza. Ma questa volta era diverso. Si respirava un’aria insolita nella cabina di pilotaggio, una quiete che aveva l’odore dell’attesa, di quando il temporale non si placa e si guarda il mondo sgocciolare da dietro la finestra. Come nei tardi pomeriggi d’autunno, quando ti assale quella malinconia agrodolce fino alla nausea, e la consapevolezza che tutto sta per finire e pensi: che sarà di me domani, dove andrò? e le foglie ocra ti sfiorano la testa e ti sembra davvero tutto bruciato intorno.

In effetti la nostra era una missione molto delicata, e forse non ne eravamo del tutto coscienti. Pareva, infatti, che ai confini estremi della Terra ci fosse una barriera, un “muro” magnetico invisibile agli occhi, che impediva qualsiasi passaggio di materia. L’impatto col muro ci avrebbe disintegrati, qualora avessimo provato ad attraversarlo. Gli studi, nonostante tutto, non erano riusciti a calcolarne l’altezza. Immaginate il nostro pianeta come una caramella incastrata in un tubo, di cui non si conosce lunghezza e spessore. L’unica soluzione possibile sembrava quella di descrivere una grossa parabola al di sopra di esso, nella speranza di scavalcarlo. I più scettici credevano di dover giungere in prossimità della Luna, ma chi poteva dirlo.

Il viaggio filava liscio, ma la paura cresceva all’approssimarsi del muro. Qualcuno azzardò uno scambio di parole, ma il tentativo si rivelò goffo e fu subito soppresso.

Poche ore dopo eravamo sul bordo del mondo. Fermammo in Antartide per un controllo a terra, prima di iniziare le manovre per la parabola. Scesi per primo dalla navetta, e spinto da non so quale istinto, presi a camminare veloce. Distanziai il resto del gruppo e arrivai per primo al limite, The Edge. Ero a un passo dal muro, respiro affannoso, calma piatta. Non potevo far altro che allungare la mano e sentirlo, e così feci. S’illuminò: ritirai la mano, terrorizzato. L’aspetto era quello di una membrana lucida, non molto spessa; oltre a questo, però, non sapevo che cosa pensare. Ne provavo repulsione e allo stesso tempo… me ne sentivo attratto. Non so spiegarvelo, fu una sensazione simile al colpo di fulmine. Come guardare una bella donna, innamorarsene, e poi scacciarla via per paura che possa nascondere troppo amore.

Era più forte di me. Dovevo toccarlo ancora. I miei compagni si stavano avvicinando, ma in quel momento era come se non ci fosse nessuno. Mi sentivo solo, solissimo in quella steppa di ghiaccio e solo nell’universo. Toccai e all’improvviso scomparve anche il freddo, scomparvi io e l’intero Polo. Mi sentii annullato, inglobato in un nulla nero e tiepido. E fu in quell’istante, signori, proprio in quell’istante che capii la mia vita. O meglio, la vidi e mi sembrò tutto così lineare. Avvertii un varco aprirsi attorno a me e mi sentii cadere. In un attimo la barriera era venuta giù. Quel muro diamantino e impenetrabile, a detta degli esperti, si squarciò come carta velina. Il piede sinistro scivolò sul gradino del mondo. Il destro lo seguì e il mio corpo cadde a peso morto nel baratro, leggero. Mi sentii galleggiare, e poi vidi mio padre. Il suo viso nitido, non come nei ricordi annebbiati che ho di lui. Ne riconobbi l’espressione severa, che gradualmente tramutò in sorriso. E gli chiesi come mai, come mai quella sera d’inverno ci abbandonò e perché, perché mi lasciò solo in quella stanza umida senza spiegazioni, a giocare con quel razzo ingiallito. Non era però un lamento rancoroso, era qualcosa di più alto, più simile alla curiosità di un allievo che chiede al maestro: perché il mondo è fatto così? E sul suo volto ancora quel lieve sorriso. Sentii sulla pelle il freddo di quella sera invernale, e il suo ultimo abbraccio. E all’improvviso le braccia cambiarono, erano adesso quelle di mia madre, che mi stringevano, mentre mi sussurrava non piangere, hai ancora il tuo razzo e un giorno volerai tra le stelle, al di sopra di tutto, al di sopra di tutti.

Mi risvegliai che avevo un gran mal di testa, e non riuscivo a focalizzare chi avevo davanti. Ero su un letto d’ospedale, in una stanza tristissima dai muri color panna, forse aspiravano a diventare bianchi. Poi riconobbi il capitano, Alex e l’equipaggio intero, i visi preoccupati. Amico come stai, hai perso i sensi al contatto con il muro, sentivo farfugliare. Ci hai fatto spaventare amico, ora come ti senti, temevamo il peggio. Ma ero ancora troppo stanco per starli a sentire.

Non ho mai capito esattamente cosa mi sia successo in quel momento, in quel posto. Ne ho un ricordo vago, come di un lungo sogno, e la Terra, in quel ricordo, è una monetina fatta roteare in aria da mano ignota, e io al suo bordo. Per qualcuno sarebbe stata una discesa all’Inferno. Per me è stato un risalire la corrente, fino a ritrovare casa. Fino a ritrovare me stesso.

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Discussioni

  1. Racconto bellissimo, devo dire che snodi la storia così bene da dare al lettore molte riflessioni e anche tante sensazioni di stati d’animo, a mio avviso il finale è la parte più bella e completa di sfaccettature. Scritto molto bene, complimenti!