Torino, 20 febbraio 2024 – Un doloroso addio

Serie: L'anima della vendetta


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il ricordo che spezza l’anima di Sara.

La chiesa era quella dove Daniel era stato battezzato. Non l’avevo scelta io. Ci aveva pensato mia madre. Si era occupata di ogni dettaglio con la sua solita concretezza che la contraddistingue: i fiori, gli avvisi ai parenti, l’incontro con il prete. Come se quelle azioni fossero l’unico modo che conosceva per restare in piedi.

Il giorno della cerimonia i gradini erano gremiti. Non conoscevo la maggior parte delle persone presenti. I giornalisti, ai margini della piazza, erano tenuti a distanza da un cordone che la polizia locale aveva improvvisato quella stessa mattina. Qualcuno gridò il mio nome. Non mi voltai.

La bara era bianca. Continuavo a pensare che dentro non potesse esserci Daniel, troppo piccola, troppo stretta, e me lo ripetevo come se fosse una questione di vitale importanza: mentre la portavano verso il centro della chiesa, durante l’omelia, quando la gente si avvicinava per le condoglianze.

Mio padre stava in piedi accanto a me, rigido, con lo sguardo fisso sull’altare. Non disse una parola, né quel giorno né nei successivi. Luca stava dall’altro lato e non si allontanò mai.

Tra le mani stringevo il Capitan America che Daniel aveva lasciato a casa dei nonni, il suo preferito e nella tasca interna del cappotto custodivo il suo disegno. Alla fine posai il modellino sul coperchio. Solo il suo eroe poteva vegliare su di lui lungo quel viaggio.

Fu allora che vidi la corona. Stava ai piedi dell’altare, tra gli altri fiori: rose bianche, composte con una precisione quasi geometrica. Sul nastro, in lettere dorate, il nome della Heymann School.

«Almeno hanno mandato qualcosa» sussurrò mia madre.

Annuii. Allora la presi per un gesto di cortesia.

Rientrammo dalla funzione in macchine separate, anche se da giorni io e Luca ci eravamo trasferiti a casa dei miei. Fino a quel momento avevo vissuto ogni giornata con il pensiero che da lì a breve mi sarei svegliata, scoprendo che era stato tutto un sogno. Solo dopo aver visto la piccola bara bianca mi rassegnai all’idea che non avrei più rivisto Daniel. Mi sentivo svuotata di ogni energia, niente aveva senso, nessuno poteva colmare il vuoto che mi opprimeva il petto.

I giorni si avvicendarono lenti, senza che mi rendessi conto che il mondo aveva ripreso a muoversi intorno a me. Facevo solo finta di esserne cosciente.

Una mattina mi sedetti al tavolo della cucina con il portatile aperto davanti a me. Accanto, ripiegato in quattro, il disegno di Daniel. Lo tiravo fuori dalla tasca ogni mattina e lo appoggiavo lì, come si fa con una fotografia. Non lavoravo, non ci riuscivo, ma tenere il portatile aperto mi dava l’illusione di avere uno scopo, o almeno un motivo per restare ferma in quel punto invece di vagare per la casa come facevo la notte.

Mia madre entrò con un cesto di biancheria stirata. Lo posò sulla sedia accanto e rimase in piedi, le mani ancora sul bordo del cesto.

«Ci sono novità? Gli investigatori ti hanno fatto sapere qualcosa?»

Non spostai gli occhi dallo schermo. «Niente. Stanno ancora aspettando gli ultimi risultati del laboratorio.»

«Quanto ci vorrà?»

«Non lo so, mamma.»

«Non hanno ancora un sospettato, qualcuno che…»

«No. Me lo avrebbero detto.» La voce mi uscì più tagliente di quanto volessi.

Mia madre rimase in silenzio un momento. Poi si sedette di fronte a me. «Sara.»

«Non voglio discutere con te, adesso.»

«Sono giorni che non vuoi parlare con me. Sfogati.»

Chiusi il portatile. Il rumore del coperchio fu più forte di quanto avessi previsto.

«E di cosa dovremmo parlare? Di come qualcuno ha fatto del male a mio figlio per mesi senza che io me ne rendessi conto? Di come continuo a rileggere ogni messaggio che mi ha mandato cercando il punto in cui avrei dovuto capire?» Le parole uscivano veloci, a tratti confuse.

«Sara, non potevi sapere…»

«L’ho portato io in quella scuola. Ho scelto io di trasferirci, di lasciarlo solo in un posto dove non conosceva nessuno, perché pensavo… Dio, cosa pensavo? Che fosse la cosa giusta per la sua istruzione? Per la sua “crescita personale”?»

Mia madre allungò una mano verso la mia. Questa volta non la ritrassi. Mi aveva detto di pensarci, quel giorno, a tavola. Non me lo rinfacciò. Non me lo rinfacciò mai.

«Non sono stata capace di proteggerlo. L’unica cosa che avrei dovuto fare, l’unica.» Le lacrime iniziarono a rigarmi le guance senza che avessi la forza di frenarle.

«Hai fatto quello che pensavi fosse meglio per lui.»

Il pianto arrivò tutto insieme, senza avvertimento. Non erano le lacrime silenziose e composte che avevo tenuto in chiesa, ma qualcosa di più violento, che mi piegò in avanti sul tavolo, la fronte quasi contro il legno. Le dita si chiusero sul disegno e lo stropicciarono.

Mia madre si alzò e mi strinse le spalle da dietro, senza dire niente. Poi, a mezza voce, nel dialetto che le usciva solo nei momenti in cui le parole di una lingua sola non bastavano, mormorò qualcosa che non capii. Mi lasciò tremare contro di lei per tutto il tempo che serviva.

Non ricordo quanto durò.

Continua...

Serie: L'anima della vendetta


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. “Poi, a mezza voce, nel dialetto che le usciva solo nei momenti in cui le parole di una lingua sola non bastavano, mormorò qualcosa che non capii.” Quanto è vero questo passaggio. Forse è anche perché in quei momenti siamo più autentici, proprio come il dialetto. Un capitolo molto intenso. Bravissima, Tiziana❤️

  2. “Continuavo a pensare che dentro non potesse esserci Daniel, troppo piccola, troppo stretta”
    Troppo assurdo per essere vero. Questo episodio lo si aspettava, ma si sperava non arrivasse

  3. Ho aspettato e letto tutti gli ultimi episodi d’un fiato! Stai riuscendo a mantenere il filo nonostante i due livelli temporali e la divisione in puntate! Ormai sei una vera professionista! So che il lavoro che stai facendo è molto più lungo ed elaborato di altre cose che hai scritto, ma durante tutta la storia stai riuscendo a rendere in maniera molto efficace tutte le emozioni, dalla paura, al dolore e tutte le varie sfumature nel mezzo. E il personaggio della madre, lo hai reso veramente molto bene, è il mio preferito. Secondo me dovrebbero pubblicarlo! Non vedo l’ora di leggere il resto!

    1. Maryyy, sei di parte! 😂😂😂 Grazie comunque per il tempo che mi dedichi e per l’attenzione che riservi alla storia. Sono certa che, se e quando dovessi scivolare sulla famosa buccia di banana, me lo farai notare! ❤️

      1. No no non sono assolutamente si parte! Sai bene che se ci fosse qualcosa che non va te lo avrei detto! È veramente una storia appassionante e scritta bene! I difetti sono per lo più legati alla pubblicazione a rate, se mai dovessi fare una pubblicazione unica si risolverebbero in fretta! ❤️

  4. Ciao Tiziana, il pathos che suscita questa serie, alcuni episodi come questo, in modo particolare, per i contenuti e per il modo in cui li racconti, é davvero straordinario. Mentre leggevo riflettevo su quanto sia difficile accettate la morte di un familiare, anche quando si tratta di un genitore ultracentenario che muore di vecchiaia. Mi domando come possa fare una madre, a sopravvivere, a non impazzire, dopo la morte atroce di un figlio, un bambino che ha subito violenze? Forse per amore di altri figli. E quando si tratta di un figlio unico? Per ottenere giustizia, forse; oppure… Lo penso ma non lo dico.
    Dico solo Bravissima!

  5. Eccomi finalmente qui a leggere la tua storia, scusa il ritardo! Quest’ultimo capitolo è il più toccante finora: hai descritto ciò che Sara provava guardando la piccola bara bianca in modo tale che adesso non riesco a togliermi dalla mente quell’immagine. Complimenti, sei sempre più brava! ❤️