Tracce di un tempo andato
Serie: Buio al tramonto
- Episodio 1: Pesca grossa
- Episodio 2: Qualcosa che mi appartiene
- Episodio 3: Nicholas
- Episodio 4: George Robertson
- Episodio 5: Eliah Blackthorne
- Episodio 6: La pagina mancante
- Episodio 7: La svolta
- Episodio 8: Telefonata
- Episodio 9: Senza pensarci su
- Episodio 10: Padre Holmes
- Episodio 1: Allucinazioni
- Episodio 2: Tracce di un tempo andato
- Episodio 3: Ordine
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Capitolo 3
Nicholas
1
Quando Nicholas percorse la Main Street a bordo del taxi che lo aveva prelevato all’aeroporto di Helena, non erano in molti a girare per strada. L’autista rallentò per far attraversare la strada a due ragazze dai capelli rosa che si tenevano per mano, poi proseguì passando davanti a un distributore della Exxon.
Se guardava a destra, Nick vedeva il susseguirsi senza fine di tronchi del diametro minimo di un metro. Di tanto in tanto questi si diradavano, lasciando intravedere le acque azzurre del lago. Nick si avvicinò al finestrino e portò le mani ai lati degli occhi. Poteva vedere solo davanti a sé. Dopo un po’ le tolse, e quasi si aspettò che nella sua vista periferica comparisse il grigio del cemento. Invece, solo alberi. Sorrise.
Guardando dall’altro finestrino, le case salivano arrampicandosi sul pendio del Mount Raptor. Al limitare del centro abitato, prima che la roccia e ancor prima la foresta prendessero il dominio della vista, a dominare la cittadina era un agglomerato di vecchi edifici abbandonati. Era la vecchia segheria, quella fondata dal padre di Eliah Blackthorne, cuore economico della cittadina dagli anni ’20 fino ai primi ’60, perno dello sviluppo della comunità in quel periodo e motivo di orgoglio della gente del tempo.
Ora, il complesso della segheria non era altro che un agglomerato di edifici vuoti e rinsecchiti come conchiglie che si trovano sulla spiaggia assolata. Le pareti dei capannoni e dei magazzini conservavano solo un ricordo del rosso abbagliante di un tempo. La vernice aveva perso vivacità , sbiadita dalle nevicate e dai soli cocenti che ogni inverno e ogni estate si erano susseguiti, anno dopo anno. Sulle pareti di alcuni capannoni, quelli che non fecero in tempo a ricevere la seconda mano di colore prima della chiusura definitiva, la vernice andava scrostandosi, arricciandosi su se stessa in lunghe strisce rosse corrispondenti alle assi sottostanti, lasciando intravedere attraverso i solchi il legno scuro e fossilizzato. Il rosso virava all’arancione, e l’alternanza di quel colore con le strisce scure faceva pensare a grosse e silenziose tigri.
La segheria era stata motivo di discussione negli anni ’60, quando in un battibaleno i suoi dipendenti si erano trovati, come si suol dire, in mezzo alla strada. La cittadina dovette sopportare un decennio di ristrettezze economiche che nemmeno in periodo di guerra si erano viste, ma l’intraprendenza di alcuni riuscì ad invertire il corso degli eventi. Gli abitanti di Rotten Bridge avevano passato gli anni chiusi nei capannoni, a manovrare le seghe circolari e accatastare le assi di legno lavorato nei magazzini; a tagliare pini nei boschi, e non si erano accorti della bellezza del panorama, né avevano fatto caso al tepore donato dal sole a chi si trovava sulle rive del lago Makoyi.
Nacque così la spiaggia di sabbia artificiale, e grazie alla pubblicità fatta dai passanti che percorrevano la Statale 56 – che passando per la cittadina diventava la Main Street – fermandosi per un bagno fresco, prima di proseguire a sud, i negozi e i diner di Rotten Bridge iniziarono a riempirsi di ragazzi in pantaloncini e infradito, giovani donne in minigonna, ricchi personaggi dai bracciali scintillanti. Gli abitanti iniziarono quindi ad accumulare quattrini, ma la cittadina perdeva in questo modo la sua identità e i suoi costumi. I vecchi morivano, i giovani non impiegati nelle attività turistiche se ne andavano altrove, e coloro che non erano né troppo vecchi per morire né troppo giovani e aperti mentalmente per emigrare dovevano accontentarsi di svolgere qualche lavoretto di tanto in tanto, esaurendo così i risparmi e costringendosi a sempre più sacrifici per arrivare a salvare il pasto quotidiano.
Nel periodo estivo il novanta per cento delle persone che si potevano incontrare sarebbero andate via dopo pochi mesi, o settimane, o giorni. E l’anno seguente la cittadina avrebbe avuto un altro volto, fatto di tanti volti che non c’erano mai stati, e che per la maggior parte non avrebbero più fatto ritorno.
La segheria, un tempo anima della città , non poteva fare altro che guardare quell’andirivieni dall’alto del pendio, senza poter far nulla. E presto non avrebbe nemmeno più guardato in basso: l’assemblea cittadina aveva deciso che il complesso sarebbe stato abbattuto entro l’anno, e già l’estate seguente una società di Helena avrebbe iniziato le operazioni di disboscamento necessarie all’installazione di un impianto sciistico: la cittadina avrebbe prosperato anche in inverno.
Più a sud, circa cento metri di dislivello sotto alla segheria, comparivano le prime abitazioni, quasi tutte in legno bianco e in stile vittoriano – solo qualcuna, più recente, in cemento e muratura, sicuramente appartenente a qualche persona dal reddito sopra la media della contea. Di legno erano anche gli edifici della via principale, la Main street, quasi tutti negozi e empori e piccoli ristoranti. Al centro della via, all’angolo formato con la stradina sterrata che passando per la pineta portava al lago, un negozio di articoli per pesca esibiva una insegna scolorita a forma di pesce appeso all’amo. Di fronte, c’era un minimarket – di quelli appositamente pensati per spennare i turisti -, una ferramenta e qualche bar. Un negozio di scarpe (tutti modelli fuori moda) esibiva un po’ troppo pretenzioso il nome boutique d’elite.
“Forse un tempo”, esclamavano i turisti, ridendo sotto ai baffi.
Serie: Buio al tramonto
- Episodio 1: Allucinazioni
- Episodio 2: Tracce di un tempo andato
- Episodio 3: Ordine
Quanto mi piacciono questi stacchi dalla narrazione principale, in cui si racconta il come si arriva al presente. La storia della segheria e della città assume lo stesso valore di quella di un personaggio.
Le descrizioni sembrano viaggiare di pari passo con il trascorrere del tempo, come quelle scene cinematografiche con il X2; ad un certo punto le parole si sono staccate dalle immagini creando l’effetto “voce del narratore – sequenze che scorrono”.
Fantastico! 😼
Grazie Mary, che bello leggere i tuoi commenti 🙂
Le descrizioni creano una bellissima cornice. Si percepisce che stai prendendo la scena per il proseguo della trama.
Esatto, ormai abbiamo lasciato la caotica Chicago… benvenuti a Rotten Bridge 😉
Concordo con chi mi ha preceduto nell’elogio della descrizione dei luoghi, come se guardassimo la cittadina con gli occhi del protagonista incollati al finestrino laterale del taxi.
Grazie Antonio!
Meravigliosa prova di scrittura questo episodio di passaggio. È stato come assaporare il panorama, durante un viaggio, prima di mettere piede nella meta finale.
Felice che questo capitolo sia piaciuto: pensavo fosse troppo descrittivo 🙂
Questo capitolo è l’ottimo esempio di quando lo scrittore si siede accanto alla finestra e ‘osserva’, magari con una tazza di buon caffè caldo fra le mani.
Ti sei preso tutto il tempo necessario per preparare il lettore all’arrivo. ottime descrizioni paesaggistiche con inserimenti storici.
D’altronde, che fretta abbiamo di arrivare? 🙂
Proprio così; è vero che con le descrizioni si rischia di appesantire, ma talvolta se ben dosate hanno il loro fascino… un po’ come se si stesse descrivendo un personaggio, come se la cittadina avesse una sua vita
Racconto interessante dell’evoluzione morfologica della cittadina
Grazie Gabriele 🙂
Grazie a te Nicola