Tre lettere
Serie: ESC
- Episodio 1: Domani
- Episodio 2: Dieci anni
- Episodio 3: 07:47
- Episodio 4: Responsabile
- Episodio 5: Tre lettere
STAGIONE 1
Il motorino sembrò fare di nuovo quello strano rumore che Andrea aveva sentito il giorno prima e controllato quella mattina. Lo parcheggiò in retromarcia, come sempre, accanto alla macchina ferma lì da un’eternità.
«Almeno la mattina parto dritto, con la testa ancora storta», aveva detto una volta a Ismhar, mentre parlavano di filosofia marocchina.
Quando scese dal motorino non volle nemmeno guardarla. Girò subito la testa dall’altra parte, mise il mezzo sul cavalletto e, prima di spegnerlo, tirò un sospiro da sotto il casco.
La visiera si appannò.
Si tolse il casco. Il sudore aveva impregnato l’imbottitura interna e il ciuffo quasi biondo, con i suoi ricci, era diventato una macchia uniforme e scura.
Sentì un rumore provenire da dietro la macchina.
Pensò fosse il cane che il giorno prima aveva visto con il muso ferito.
Ma il cane non c’era.
E lui finì per guardare la macchina.
«Fanculo. Ora ho anche te in testa.»
Si avviò verso le scale continuando a borbottare tra sé.
Arrivato sul pianerottolo, sentì urlare da dentro l’appartamento della proprietaria:
«Nena, ferma!»
Subito dopo vide il cane uscire a tutto fuoco dalla porta a vetri dell’ingresso.
Gli corse incontro con la coda che, da quanto scodinzolava, sembrava quasi capace di smuovere il vento.
«Ehi, Nena.»
Andrea si abbassò per accarezzarla.
«Oggi scappo subito su. Ho da fare, ok?»
Nena abbaiò e schizzò di nuovo dentro.
Andrea riprese le scale.
A metà della seconda rampa sentì uno strano profumo provenire dal salone comune.
Man mano che saliva diventava sempre più forte.
Una volta su si affacciò in cucina.
I sacchetti erano spariti e, a guardare il pavimento, sembrava che qualcuno avesse passato il mocio.
Il profumo, però, era talmente intenso che Andrea pensò a un errore di dosaggio del profumatore per ambienti.
Aprì la porta della camera e si guardò intorno.
«Nessuno è venuto a pulire per me, eh?»
Si tolse le scarpe.
«Va bene. Mi sembra giusto.»
Poi i pantaloni.
«E lo sapete cosa faccio io?»
Infine si sfilò la maglietta e si buttò sul letto.
«Questo.»
Aspettò che finissero i rimbalzi del materasso e chiuse gli occhi.
Li riaprì quasi subito.
Cominciò a fissare il soffitto bianco.
Ma, pur con tutto quel bianco a disposizione, non riusciva a mettere ordine.
Prima appariva Manu.
Poi la mattinata in motorino.
Poi il Dottore.
Poi di nuovo Manu.
Massimo e Alessio.
Vista la scarsa efficacia della tattica visiva, spostò lo sguardo sulla coperta.
Il telefono era appoggiato lì.
Lo guardò.
Poi lo prese.
Sullo schermo c’era ancora aperta la chat con Manu.
Andrea cominciò a scrivere.
«Si può sapere come cazzo facevi a sapere della promozione? È assurdo, cazzo.»
Inviò il messaggio.
Poi si alzò, si tolse le mutande e andò verso il bagno.
Sulla terrazza, le briciole di pane gli si appiccicarono sotto i piedi. Le trascinò fino alla porta del bagno, lasciandosi dietro una scia di pangrattato.
Aprì la porta, entrò e fece subito un salto sul tappeto davanti alla doccia.
Aprì la cabina e si infilò dentro.
L’acqua fresca cominciò a scorrere sulla pelle ancora calda e sudata.
Andrea chiuse gli occhi.
Sentì l’acqua passargli sulla testa, sulle orecchie, creando per qualche secondo quell’effetto ovattato di quando si è sott’acqua.
Poi cambiò posizione e il rumore sparì.
Qualche secondo dopo l’acqua gli passò di nuovo sulle orecchie.
L’effetto tornò.
Solo che stavolta non se ne andò.
Rimase quell’eco profonda in sottofondo.
Poi una voce.
«Ma lo sai che sei bravo sul muletto? Perché non prendi la patente?»
Qualcuno gli stava parlando.
All’inizio Andrea non riusciva a capire bene chi fosse.
La voce arrivava appena, coperta da quell’eco che sembrava riempire tutto.
Poi le immagini cominciarono a diventare più chiare.
Dei fogli apparvero su una scrivania.
Una proposta di modifica del contratto.
Una nuova mansione.
Una firma da mettere in fondo.
Di nuovo quella voce.
Adesso anche la sagoma aveva un volto.
Il suo vecchio caporeparto.
«Secondo me dovresti firmare. Il corso te lo passa l’azienda.»
Poi Manu.
Il suo sorriso mentre Andrea teneva in mano i fogli e la penna.
La penna cambiò forma.
Una bottiglia di birra.
Un posacenere pieno.
Fumo.
Poi il buio.
Di nuovo Manu.
Questa volta lo guardava con il corpo già rivolto dall’altra parte.
Andrea aveva nuovamente dei fogli davanti.
Ma non erano quelli del cambio di mansione.
Erano le dimissioni.
La punta della penna toccò il foglio e cominciò a lasciare l’inchiostro.
La firma prese forma lentamente.
Poi, improvvisamente, tutto diventò bianco.
Qualcuno bussò alla porta.
Andrea sollevò di scatto la testa.
Sentì qualcosa di umido sulla parte bassa del corpo.
Abbassò lo sguardo.
Era sdraiato sul letto, con l’asciugamano ancora umido a coprirgli i genitali.
«Andrea, scusa, ci sei?»
Guardò verso la porta.
«Sì. Un attimo.»
Si alzò tenendosi l’asciugamano e andò ad aprire.
Davanti a lui c’era Stefano.
Andrea lo guardò dritto in faccia.
Poi richiuse la porta.
Si guardò intorno.
Doccia.
Asciugamano.
Letto.
Doveva essersi sdraiato e, a quanto pareva, addormentato.
Riaprì la porta.
«Ciao Stefano, dimmi pure.»
«Ciao Andrea. Notato niente?»
«Ehm… no. Cosa?»
«Allora si vede che ho dato poco profumo», disse Stefano schioccando le dita.
«No. No, no. Ah! Ti riferisci ai sacchetti e al resto. Sì, certo che ho notato. Ehm…»
Stefano rimase lì a guardarlo con gli occhi di un bambino che deve fare pipì.
«Bravo. Hai fatto un ottimo lavoro.»
Stefano chiuse i pugni, sorrise soddisfatto e si ritirò nella sua stanza.
Andrea chiuse la porta sorridendo ancora per la situazione.
Il telefono sul letto si illuminò e vibrò.
Andrea si lanciò sul materasso, lo afferrò e vide che era Manu.
«Non posso spiegarti niente per messaggi. Te l’ho detto stamattina: vediamoci per un ape e ti spiego. Sì o no?»
Andrea rimase a fissare il messaggio.
Poi scrisse:
«Sì.»
Non fece nemmeno in tempo a staccare gli occhi dallo schermo che il telefono vibrò di nuovo.
Lesse il messaggio direttamente dall’anteprima, senza aprirlo.
«Ti do una info random: ESC.»
Proprio in quel momento partì la sveglia dell’allenamento delle diciotto.
Andrea continuò a fissare quelle tre lettere.
ESC.
Passarono alcuni secondi prima che riuscisse a distogliere lo sguardo.
Senza accorgersene aveva premuto il pulsante per registrare un messaggio vocale.
«ESC? Grazie. Ora è tutto più chiaro.»
Sollevò il dito.
Il messaggio partì.
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