Tre passi 

Serie: Morirò d'estate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ● …Devo assaporare il percorso. Passo dopo passo, senza guardare la vetta. E oggi ho percorso due passi. Due passi veri… ●

La chiesa era aperta. L’appuntamento con Suor Lucia era alle 16:30, quindi avevo dieci minuti buoni.

Prima li avrei passati a cercare di non sentire lo stomaco urlare o a contare le mie ansie, quel pomeriggio invece, guardai le panche. Legno scuro, consumato al centro, come se migliaia di persone si fossero appoggiate lì con lo stesso peso sullo stomaco.

L’odore era quello di sempre: cera, incenso vecchio, fiori, un po’ di polvere.

Ma oggi ci sentivo anche qualcos’altro: il profumo fresco del vino bevuto la sera prima, ancora sulle labbra.

«Piccola vergogna. Piccola vittoria» pensai tra me e me.

Sentii i passi prima di vederla. Scarpe basse, veloci. Suor Lucia apparve dal fondo con un mazzo di chiavi in mano e il suo solito sorriso grande.

Aveva i capelli grigi che sbucavano dal velo e le mani segnate. Mani che avevano lavato, cucinato, sgridato, abbracciato. Mani pratiche. Niente di etereo.

«Che puntualità» disse a voce bassa, ma la chiesa rimandava tutto indietro, come un urlo lanciato al vento.

«Ho pensato di non fare tardi. Come con la pasta» risposi.

Lei mi guardò storta. «Con la pasta?»

«Niente. Una cosa mia» risposi sorridendo.

Posò le chiavi sulla panca. Il rumore secco rimbalzò fino all’altare.

«Tra poco arriva Padre Andrea, così parlate del Campo Base» disse, mentre cercava di sistemare il velo che non voleva saperne di stare fermo.

«A proposito» dissi a testa bassa, come per paura che avessero cambiato idea. «Ho accettato la vostra proposta. Ma a ottobre finisco il servizio civile, e del lavoro in salumeria non abbiamo più parlato. Io senza quello non saprei come fare».

«Ogni cosa a suo tempo» mi tagliò, con dolcezza. «Oggi pensiamo al Campo Base. Anzi, oggi ci pensate voi. Io sono solo il tramite. L’artefice è Padre Andrea».

Il prete non tardò ad arrivare: passo lento, occhi brillanti e un sorriso accennato, timido, non forzato.

Portava una polo sbiadita, due taglie più grande, e in mano una cartellina piena di fogli stropicciati.

«Luca» disse, tendendomi la mano. La sua mano era piccola e fragile, come il suo aspetto, e la sua stretta ferma e decisa, come il suo sguardo. 

«Padre» risposi. La parola mi uscì secca, senza sorriso. Non ero abituato a dirla senza sentirmi ipocrita.

Suor Lucia ci lasciò lì, tra una panca e l’altare. «Vi lascio parlare. Io vado a continuare ciò che avevo lasciato».

I suoi passi si allontanarono veloci, come sempre. Ci lasciò con l’odore di cera e con un silenzio che pesava meno di prima.

Padre Andrea non si sedette subito. Si guardò intorno, come se contasse le panche.

«Quante ne vedi?» chiese all’improvviso.

«Diciannove per lato. Trentotto» risposi senza pensare. Contare lo sapevo fare: calorie, passi, minuti, battiti.

«Perché questa domanda?» chiesi.

«Perché volevo sapere se ti sentivi a casa. Tutti sanno quante sedie hanno a casa» rispose, sedendosi alla mia sinistra.

In quel momento realizzai che non sapevo quante sedie c’erano a casa dei miei genitori, né tantomeno quante ne avevo nell’alloggio dove abitavo. «Forse quattro» pensai tra me e me, sentendomi a disagio e realizzando che probabilmente non mi sentivo a casa, perché in realtà una casa non ce l’avevo.

Padre Andrea aprì la cartellina. Dentro niente preghiere. Solo elenchi: nomi di ragazzi e ragazze, schede da compilare.

«Allora Luca, il tempo stringe. In questi giorni ci incontreremo con gli altri tuoi compagni di avventura per cominciare ad organizzare concretamente il Campo, che sarà dal 5 al 7 novembre».

Annuii. Anche se il mio ruolo, lì dentro, non l’avevo ancora capito.

«Ci vediamo domenica prossima, dopo la messa delle 9:30. Porta un quaderno, una penna e tanta buona volontà» continuò Padre Andrea.

«Certo!» risposi. Poi abbassai la voce: «Le volevo chiedere del lavoro in salumeria. E se conosce qualcuno per un monolocale. A ottobre finisco il servizio civile e devo lasciare l’alloggio». Sperai di non sembrare troppo invadente e di non apparire troppo in ansia.

«Ogni cosa a suo tempo. Per ora dedichiamoci al Campo Base» rispose. Stessa risposta di Suor Lucia. Stesso tono. Sembrava che si fossero messi d’accordo.

«Ok!» ribattei. 

«Devo andare, ho altri appuntamenti» mi disse rivolgendomi un sorriso. Questa volta meno timido di prima. Più complice.

«E comunque una casa ce l’hai già. Se sai quante panche ci sono qui, sei a casa. No?» esclamò, mentre si allontanava dirigendosi verso la sagrestia.

Rimasi solo, a fissare il Cristo Risorto e cercando di capire cosa volesse dirmi Padre Andrea con quella frase, ma non ci riuscii.

Uscii dalla chiesa con la sensazione che qualcosa stava cambiando nella mia vita e con la paura di non essere pronto a questo cambiamento.

Istintivamente chiamai la dottoressa Mori chiedendole di anticipare l’appuntamento, che lei fisso per l’indomani pomeriggio.

Poi scrissi a Serena: «Ti va una pizza stasera?».

Tornai a casa, guardando di tanto in tanto il cellulare e sperando di ricevere una risposta.

Contai tutte le insegne dei negozi che incontrai nel mio cammino.

Ventidue. Tra negozi, bar, panificio, studi professionali, tabaccaio e edicola.

Arrivato a casa, feci una doccia veloce e quando uscii dal bagno, vidi un messaggio sul telefonino.

Era Serena: «Volentieri. Ma preferirei una bella insalatona».

Il cuore sembrava voler uscire dal petto e cominciai a sudare freddo. Non mi ero mai sentito così e soprattutto non avevo mai avuto la voglia di innamorarmi. Ma l’amore sembrava non volerne sapere delle mie decisioni.

«Ok per un’insalata. Va bene alle 21:00?» risposi.

«Perfetto! Ci vediamo davanti alla chiesa, così facciamo anche una passeggiata» scrisse lei.

Risposi al messaggio, poi presi il diario: «Giovedì 7 settembre 2000. E con oggi sono TRE PASSI» scrissi, usando lo stampato maiuscolo per evidenziare, l’importanza di quelle due parole.

Chiusi il diario e mi sdraiai sul letto.

Ancora nudo, ma vestito di un’insolita serenità. 

Continua...

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