Tre Racconti Ritrovati

PARALLELE

“Buonasera!” era un uomo, in ascolto.

“Sono Pilgrim, vengo da ogni dove: il mio rifugio solitario nelle strade del mondo è il mio vascello su ruote; tutta la mia vita brucia per il viaggio. Mi prude il cuore ad andare e tornare senza soluzione di continuità: perciò viaggio, e quel delirio mi si cheta” spiegò.

Il rumore del camion che guidava gli faceva spesso da fischio a gracida rana su per il microfono.

“Ho scritto una poesia, vorresti ascoltarla? Parla di Dio” chiese dall’altra parte.

Ripartì il fischio del camion, che di dosso in dosso sobbalzava, e nel mezzo vi si riuscì a capire:”La poesia non conta, è spada per l’anima: non m’interessa”.

Una frenata improvvisa spense la comunicazione, e riprese a dire:”Il nome mio tu lo sai. Qual è il tuo?”

“G, soltanto G, per tutto quel che serve a far stare in equilibrio le cose. È un tale fardello, spesso, da far misura all’oblio. Sono il perduto e ritrovato, il Cavalier Errante: dimoro sopra i mari in tempesta, sulle scogliere e sulle spiagge, nel miraggio della Torre del Sud”

C’era vento, sulla Torre, e mischiava le parole come un miracolo che trasforma ogni frase in poesia.

“Attarda, dunque, Mastro G? Batte ormai le tre di notte, e siamo costantemente in pericolo”

“Siamo eroi, solo quando è notte: dal crepuscolo ci sale un battito di spirito che mai domo ci porta verso una storia di viaggi e apocalissi, di cose andate perdute tanto tempo fa, e che smarrimmo crescendo. La notte cala frescura a questo fuoco, che tanto brucia il cuore, e ci fa vegliare fino al sorgere del sole…”

Stava parcheggiando, dall’altro capo della radio.

“Leggi quella poesia, amico mio, che sto per addormentarmi”.

“Amico Pellegrino: quella poesia io te l’ho già letta…”

LA QUINTA VOLTA

Quando riapparvi per la quinta o sesta volta su quel litorale, lui era lì.

Era, a buon dire, un uomo molto, molto anziano, indomito amante del mare, delle acque fresche, delle lunghissime pause tra un’onda e l’altra e delle mezze stagioni.

Dalla prima volta non mancai d’incontrarlo: ci furono sguardi, silenzi e cenni di capo le prime volte; una mano alzata, un mento in fuori e poi un “Buongiorno”.

“È buono, il giorno, sempre!- per nuotare. Lei nuota?” gli scrosci d’acqua e lo sforzo nella voce dicevano più cose di lui.

Avevo fretta? Mi bastava forse il buongiorno, e poi ognuno per la sua via? “Nuoto in tanti mari diversi sia dentro che fuori dai miei occhi”.

Uscì dall’acqua freddo che bruciava; il Sole rovente quel mattino lo assolse dai suoi peccati.

“Odori di navi, libri segreti, di Falò e Città Sante: tu navighi, cerchi cose che ti leggo in faccia, sulle mani, sui piedi… Le amicizie, il consumarsi di tutte le cose, la fine che si avvicina…”

“Odora, lei, di Quintessenza, di Santità. Ha vinto la buona battaglia?”

Gli cigolò un attimo la sedia sotto al peso:”La vinsero tutti i cuori spezzati che andavano cercando una cosa, una cosa solamente. La vita li ha trascinati per ogni parte, a fare ogni genere di cosa: a essere fiamme nel Fuoco. La cercarono negli occhi velati di pianto delle fanciulle, e morirono per poi tornare in vita… “

Piegò la sedia e si trascinò il bastone lungo la spiaggia lasciando la scia.

La seguii ma lui non c’era, e il vento forte muoveva i granelli di sabbia sulle dune: che davanti a me non c’era altro che deserto.

PERPETUA

“Penso alle immaginazioni dei sognatori ad occhi aperti, che ciglia non battono mai; al tempo perso, ai sospiri e al freddo glaciale che ricopre questo sogno di sale.

Torno, dico, tutt’occhi a quando il mondo era sabbia ed acqua, poi prim’ancora fino alla fine delle epoche, nelle Mani di Dio…

Hai scritto?”

“Si, Eccellenza”

Ma una goccia d’inchiostro batté sorda sulla pergamena.

“Resta il vento a fischiare, il mare furioso a battere le spiagge, il tempo che si ferma. Sento di non sentire più.

La nostra Città è un segreto: siamo braci di un fuoco morente, avidi d’aria: quel che soffriamo, noi lo soffriamo solo per amore…”

Accese una candela dall’altra parte della stanza: appena un soffio le rubò la fiamma.

“Lo conosci, tu, il segreto di questa città?”

Lui carezzava penne di falco da quand’era in fasce, ne sentiva il timbro nelle mani, nello spirito. Rubava le parole al cielo, i più amari distillati d’amore, la mappa di ogni strada.

“Il fanciullo diventa uomo quando impara a mantenere un segreto…”

“È vero!”

Si versò del vino, e la candela gli si spense per la seconda volta. Poi per la terza.

“È molto triste che tu la stia cercando anche adesso…”

“Il vero pegno d’amore è perdere ogni cosa…” disse posando la penna.

Andò via.

Sua Eccellenza soffiò sulla candela dello scriba, ma non riuscì a spegnerla mai più.

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