Trincea

“Sicuro che possiamo farcela?”

“Assolutamente. Siamo forti e veloci.”

I due soldati parlottavano rannicchiati in un angolo fangoso della trincea mentre infuriava il temporale. 

I lampi e i tuoni si infrangevano insieme al fragore della granate e delle mitragliatrici pesanti che vomitavano senza sosta proiettili di grosso calibro.

Era il caos più totale.

Quella che in principio doveva essere una battaglia rapida e risolutiva si era trasformata in un’estenuante guerra di posizione che andava avanti da mesi.

Nessun esercito riusciva ad avanzare.

Neanche di un centimetro.

Le bombe venivano lanciate. I fucili sparavano. Ma nessuno si muoveva.

Inchiodati nelle trincee, i soldati attendevano.

Tutti tranne due.

“Siamo troppo pesanti con tutta questa roba addosso.” Disse il soldato semplice Whittaker.

“Ecco perché lasceremo tutto qui.” Replicò il caporale Smithson: “Abbiamo solo bisogno dei fucili e delle baionette in caso facessero cilecca sul più bello!” 

“Non so cosa ci trovi di bello in tutto questo Steve…”

“Era per dire. Qui rischiamo di morire di noia o peggio. Cosa accadrà quando finiranno i rifornimenti?”

“Ne invieranno di altri.”

“A quest’ora avremmo già dovuto trovarci dall’altra parte pronti ad entrare in città. Sono mesi che siamo qui. Non manderanno altri rifornimenti pezzo di idiota.”

Il soldato rimase interdetto.

“A breve arriverà il freddo vero e saranno guai per tutti. Hai mai visto qualcuno morire congelato?” Proseguì Smithson: “Ti addormenti e ciao! Ti ritrovano come un fottuto ghiacciolo. Un tizio è morto pisciando, parola mia! Noi possiamo far cessare tutto. Dobbiamo solo fare una corsa…”

Una granata esplose a circa un metro davanti a loro e li costrinse a contorcersi come vermi nella terra. Le orecchie del soldato presero a fischiare con insistenza, quando riaprì gli occhi notò che Smithson tentava ancora di parlagli.

“Steve…” Tento’ di dire: “Non riesco a sentirti.”

Il suo compagno sembrò capire dato che annuì smettendo di parlare.

Quando riuscirono a riprendere la conversazione era ormai il tramonto e la quiete scese improvvisamente sul campo di battaglia.

Il piano era semplice: Smithson si era reso conto che il lato sinistro della trincea nemica era quello meno sorvegliato. I due avrebbero riposato fino a notte fonda quando le sentinelle sarebbero state impegnate a combattere un altro tipo di battaglia, quella contro il sonno.

Whittaker accettò di seguirlo in quell’operazione benché non fosse realmente convinto delle sorti previste dal compagno.

Per cui entrarono nei cunicoli della trincea dove erano sistemate alcune panche ammuffite per poter riposare e attendere la notte inoltrata.

Whittaker ebbe un sonno leggero. Sentiva le chiacchiere dei soldati di guardia e il russare di quelli che dormivano li con lui. Più volte si era voltato verso Smithson, il quale al contrario sembrava dormire della grossa.

Quando venne il momento, entrambi di scambiarono uno sguardo di intesa. “Hai preso qualche granata?” Domandò Smithson e il soldato annuì.

Si prepararono come d’accordo e uscirono nella notte. Whittaker avvertì a malapena la voce di una delle sentinelle: “Ehi soldato, dove stai andando?”

Gli sembrò un sibilo appena percettibile.

Scavalcarono silenziosamente la trincea e il filo spinato e si diressero in avanti procedendo a sbalzi, talvolta accovacciati come dei ratti.

Coprirono circa metà della distanza, in pieno silenzio e Whittaker iniziò a pensare che forse non era poi una cattiva idea. Si ripararono dietro un rialzo di terra e Smithson disse: “Bene, siamo in un buon punto, abbastanza lontani dai fucili nemici anche se dobbiamo stare attenti a quelle cazzo di mitragliatrici. Ora arriva la parte difficile, corriamo come se ci fosse un bordello gratis verso quella rientranza sulla destra…” Il caporale indicò col pollice alle sue spalle: “Quello è il punto debole. Entriamo, tiriamo qualche granata e spariamo alle sentinelle e il gioco è fatto. Mi raccomando, qualsiasi cosa accada, tu continua a correre fino a che non entri in quel buco di merda, intesi?”

Whittaker annuì avvertendo la crescente tensione.

“Forza andiamo!”

I due soldati si misero in piedi e immediatamente Whittaker iniziò a correre a perdifiato col fucile stretto tra le mani.

Qualcuno gridò dalla trincea nemica: “Allarme! Allarme!

“Vengono verso di noi!” Fece eco un’altra.

Una sirena assordante esplose nel silenzio notturno ma lui continuava a correre come gli era stato ordinato.

Scivolava, inciampava, cadeva, si rialzava e correva.

Si accese un faro che illuminò verso il basso e che poi iniziò a roteare sul campo alla ricerca dell’intruso.

“Laggiù! Lo vedo” Urlò una voce invisibile e subito il faro cercò di seguire quelle indicazioni e non ci volle molto prima che riuscisse a inquadrare l’intruso.

“Fuocooooo!”

Mille spari esplosero all’unisono.

Whittaker non vedeva niente, non sentiva niente.

Voleva solo infilarsi in quel “buco di merda”.

Si rese conto di non essere tanto lontano dalla meta e prese coraggio.

Ce la posso fare, si ripeteva, ce la posso fare

Improvvisamente avvertì un dolore pungente partire dalla gamba fino a metà del petto, minuscole punture seguite da un calore cocente.

Digrignò i denti ma era talmente lanciato nella corsa che non si fermò, né cadde.

Doveva essere stato uno spasmo legato molto probabilmente alla stanchezza date le condizioni di quello sforzo fisico, si disse dato che il dolore scomparve in breve.

Ormai era prossimo ad entrare nella trincea nemica per sbaragliarne le difese perciò strinse il fucile lungo la canna con la mano sinistra mentre con la destra afferrò una delle granate che aveva agganciato al cinturone. Con i denti strappò la spoletta e praticamente nell’istante prima di entrare nella trincea la lanciò all’interno.

Il botto fu talmente devastante che Whittaker pensò di averli uccisi tutti.

Si precipitò all’interno gridando a squarciagola e sparando all’impazzata, non riusciva a scorgere nulla oltre il fumo prodotto dalla polvere da sparo del fucile.

“Vi ammazzo luridi bastardi!”

Fuoco, fumo, fiamme…

“Vi ammazzo! Vi amm…”

Il soldato si bloccò,

qualcosa non tornava.

Il suo cervello invaso dall’adrenalina non se ne rese conto immediatamente ma poi venne scosso da un violento barlume di lucidità.

Si rese conto che i soldati nemici continuavano a sparare nella direzione davanti a loro, il conflitto tra i due eserciti aveva prematuramente ripreso intensità illuminando la notte.

Non si erano neanche accorti che lui era li con loro, che aveva lanciato una granata esplosa proprio in mezzo a dove si trovavano e che era entrato furiosamente sparando almeno cento colpi.

Era confuso.

Ma che diavolo sta succedendo? Si chiese ancora ansimante per l’azione intensa che aveva affrontato.

Solo in quel momento si voltò cercando istintivamente il caporale Smithson.

Non c’era.

Aveva fatto tutto da solo?

Dov’era il caporale?

Tornò a guardare i soldati che continuavano a sparare e a darsi ordini a vicenda. Uno di loro corse verso di lui, perciò preparò fucile con la baionetta innestata e quando fu abbastanza vicino con un colpo deciso affondò nel petto del nemico.

Ma quello continuò ad avanzare e lo attraversò senza neanche accorgersi di lui.

Whittaker si voltò e vide il soldato raggiungere l’ingresso della trincea e afferrare la radio da campo fissata ad un montante di legno che sorreggeva il tunnel.

Non riusciva a respirare o più precisamente, come scoprì in moto di terrore, non ne sentiva la necessità.

Si avvicinò al soldato e lo toccò, ma la sua mano penetrò nella spalla dell’uomo e uscì dallo sterno come se non avesse più materia.

Oh mio dio…Pensò senza riuscire a parlare. 

Il soldato Whittaker uscì dalla trincea, alla ricerca del suo caporale.

Che cosa succede Steve? Avrebbe voluto chiedergli disperato.

Il campo di battaglia era un tripudio di saette balistiche, che andavano da una parte all’altra.

Un colpò lo centrò in pieno attraversandolo senza lasciare traccia del suo passaggio e così molti altri.

Whittaker scorse qualcuno muoversi come lui sul terreno, diversi soldati che vagavano con la sua stessa espressione di totale confusione.

“Ehi…” disse a uno di loro: “Ri-riesci a…Vedermi?”

Quello si voltò e annuì spaventato: “Sto cercando il mio corpo…Sei riuscito a trovare il tuo?”

“Ma che stai dicendo? Quale corpo?”

Il soldato non ripose e riprese a vagare guardandosi intorno.

Il mio corpo? Pensò 

Il mio corpo…

Improvvisamente vide il caporale Smithson davanti a lui.

Gli corse incontro: “Steve!”

Smithson gli sorrise, vedendolo avvicinarsi.

“Che cazzo sta succedendo?” Domandò Whittaker disperato, sentiva di voler piangere ma non ci riusciva.

“Va tutto bene figliolo.” Esordì Smithson: “Va tutto bene…”

Whittaker abbassò lo sguardo e vide un uomo riverso a terra sporco di sangue e fango.

Quasi tutta la parte sinistra era dilaniata da profonde ferite e parte degli organi fuoriuscivano dal fianco. Gli occhi erano serrati in uno sguardo vitreo. La pelle violacea e fredda.

Era il corpo del soldato semplice Whittaker.

Il suo corpo.

Whittaker non provava rabbia o disperazione. Non sentiva nulla. Si limitò a seguire Smithson il quale si stava dirigendo verso la trincea nemica.

“Non avevo scelta ragazzo mio.” Gli disse il caporale: “E’ il mio lavoro…”

Quando arrivarono all’entrata della trincea Smithson si voltò verso di lui e aggiunse:

“E ho altre anime da prendere.”

Poi si infilò all’interno e iniziò a sussurrare all’orecchio di un altro soldato. 

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Discussioni

  1. Lo ammetto, sono stato travolto durante l’adolescenza da Dylan Dog e da certi numeri in cui i protagonisti non sanno di essere passati a miglior vita. In narrativa, è uno degli espedienti che più amo e che ci porta a riflettere sul tema della vita dopo la morte, della morte dentro la vita e del dubbio esistenziale di chi cerca di capire in quale dimensione si trova. Bel racconto.

  2. Oltre che al “triste mietitore” citato da Micol, questo brano mi ha fatto pensare ad una delle mie canzoni preferite, “Sympathy for the Devil”, degli stones:
    “I rode a tank
    Held a general’s rank
    When the blitzkrieg raged
    And the bodies stank”

    Ben scritto, inatteso il finale, tragica e malinconica l’immagine della Morte, che alla fine fa solo il suo mestiere…

  3. Una veste inedita per la morte, sebbene conosca alla perfezione il campo di battaglia. Il caporale mi ha ricordato lo shinigami, com’è chiamato il tristo mietitore nella mitologia giapponese.