
TROPISMI
Lunedì
«Mo cosa pensi che è quella roba là?»
“Sia. Stupida puttana…” la corresse mentalmente la signora Lori senza perdere il suo sorriso accattivante, tutto guanciotte e labbra rosse.
Jenny continuò a scrutare il profilarsi muto – calmo come l’incedere pachidermico di un enorme maroso – della sottilissima linea bronzea adagiata sopra al filo dell’orizzonte: una bruma scintillante e metallica, leggermente arcuata, quasi a voler ricalcare la curvatura terrestre.
Il suo sguardo affondava nella piatta vastità di campi trebbiati e cotti dal sole, estesi a perdita d’occhio oltre alla facciata del centro commerciale, mentre centrifugava nella sua bocca invereconda una chewing gum ormai sfilacciata, facendola frullare vistosamente a colpi di lingua davanti agli occhi impassibili della Lori.
Impassibili solo all’apparenza, dato che sapeva benissimo che in quella centrifuga avevano felicemente sguazzato anche le pudenda del suo (allora) marito.
«Mo cosa sarà mai?» Domandò ancora Jenny, brandendo entrambi i manici del passeggino in cui sonnecchiava il suo piccolo bastardo. Un trofeo che la “signorina” esibiva solo nelle grandi occasioni, tanto per mostrare al mondo quanto seria e autonoma lei fosse.
La Lori sollevò le spalle, lasciandole poi ricadere sotto al peso delle due strabordanti sporte che le pendevano dalle mani.
«Che siano montagne?» Ipotizzò Jenny, stupidamente.
«Laggiù c’è solo pianura… pianura per trecento chilometri. E poi il mare. Dubito che da qui si riescano a vedere i Balcani…» constatò l’altra, non senza sarcasmo.
«Mo zerto che è un bel mistero…»
La Lori non attese nemmeno che la donna finisse di ribadire il suo stupore: con un cenno del capo si defilò.
Le braccia iniziavano a dolerle per il peso delle sporte e sinceramente non aveva voglia di farsi vedere accanto a quella poco di buono e al suo figlio nato da chissà chi. Già era un miracolo che gliene fosse “scappato fuori” solo uno: con tutti quegli amanti poteva farci una sfilza che arrivava fino al mare.
Martedì
«…mi stai ascoltando, mamma?»
«Uh… certo Emma: domani sera esci con Claudio…» disse la Lori continuando a fissare dalla finestra della cucina la caligine catramosa che pareva levarsi come un turgore sotto al velo mattutino dell’orizzonte.
Tutto quel vorticare di nubi e vapore trovava ora una sua concretezza nella nitida prominenza che si gonfiava a bolla sulla piatta linea del suolo.
«Con Alessio, mamma: ALESSIOOO!»
«Ma… non si chiamava Claudio?»
«Uffaaa… con lui ho rotto due settimane fa… ma allora non ascolti davvero quando parlo!»
«E chi sarebbe questo Alessio?»
«Alessio Bellandi…»
«Ma chi?! Il figlio del sindaco?!»
«E quanti Bellandi conosci in paese?»
La Lori abbandonò le tazze sporche nell’acquaio e si voltò verso la figlia con sguardo severo «Di’ un po’, signorina: non ti sembra di essere un tantino frivola?»
«Ossssignur… ma’: ho sedici anni! Non sono più una bambina… e poi con Ale siamo solo amici… non pensare sempre male!»
Margherita Lori tornò a fissare fuori dalla finestra: i suoi occhi erano tristi mentre si posavano di nuovo sul nero rigonfiamento all’orizzonte.
“Già,” pensò, “ormai non sei più una bambina”.
Mercoledì
«Sei proprio uno stronzo!» Gridò Emma dopo aver sputato fuori dal finestrino dell’auto.
Il ragazzo non la smetteva di ridere mentre tastava nel buio dell’abitacolo in cerca delle sue mutande, ancor più divertito dalla gragnola di pugni e schiaffi che la ragazza gli faceva piovere addosso.
«Stronzo, stronzo, stronzo e stronzo!» Ripeté ancora, diminuendo via via la violenza dei colpi per poi rannicchiarsi nuda nel lato opposto del sedile posteriore.
«Non mi avevi mica detto di avvertirti…» le disse lui con voce innocente, passandole il dorso dell’indice su un polpaccio.
«TI AVEVO DETTO CHE NON INGOIO! SCEMO!»
Alessio allora la guardò con tenerezza: fissò la sua pelle blu, vestita dei colori della notte, restando ad ascoltare l’ultimo frinire dei grilli nel pioppeto.
Sul petto di Emma brillavano tante perle di sudore, mentre il suo piccolo seno era nascosto dalle gambe raccolte, a loro volta celate dalle braccia che le cingevano.
Anche la ragazza si mise a fissarlo intensamente, avvicinando ancor più le ginocchia al viso, sino e posarvi sopra il mento.
«Mia madre pensa che io sia una puttana… proprio come quella che le ha soffiato il marito…» sussurrò lei.
Il ragazzo si accese una sigaretta e la infilò tra le labbra di Emma «Non pensarci… tanto fra non molto saremo tutti morti…»
«Ossssignur… eccolo che riparte… e sentiamo: cosa dovrebbe ammazzarci stavolta?»
«Un’esplosione nucleare… dico: non la vedi? Ogni giorno è sempre più grande… guarda! Anche di notte si capisce che quello è un fungo atomico…»
«Mmm… un fungo atomico molto lento, a quanto pare… certo più lento di te…» sghignazzò lei dandogli un altro pugno.
«Sai, Emma: credo che tua madre non abbia tutti i torti…»
Giovedì
«Alex, spicciati! Se no perderai il treno!»
Simone Bellandi tentò di simulare un tono calmo mentre provava ad annodare la cravatta seguendo passo per passo le istruzioni “googlate” con lo smartphone, ma le mani gli tremavano dal nervoso e dalla frustrazione per la sua incapacità.
Alessio, intanto, era uscito dalla camera già vestito e profumato: la tracolla in cuoio, gonfia di libri e appunti universitari, gli ballonzolava sul sedere; in bocca stringeva la seconda Chesterfield del mattino.
«È inutile pa’: non impareresti neanche dopo un milione di tutorial…» brontolò il ragazzo iniziando ad annodargliela lui.
«Senti: ho provato a chiamare l’uni per sapere se ci sono casini per via di quella “cosa” che si è piazzata tra noi e la città, ma non mi risponde nessuno… dici che esiste ancora una città?»
«Che sciocchezze! Non è una “cosa”, Alex… è una montagna. Una semplice montagna… ed è noto che le montagne non si “abbattono” sulle città…»
«“Semplice”? Scusa eh: ma da quando in qua le montagne spuntano come brufoli?» Domandò il figlio, incredulo.
«Si chiama “orogenesi” – mi sono informato – ed è una cosa naturalissima… solo erano secoli che non si verificava… ehi! Sbaglio o quello è un succhiotto?»
«Oddio pa’… non attaccherai con l’interrogatorio, spero…»
«Per carità! L’importante è che usi sempre il preservativo!»
Venerdì
«Stia tranquillo, padre Oreste: le assicuro che non c’è nessun allarme…» disse Bellandi allentando un poco il nodo della cravatta «… uff… maledetto caldo! Ogni estate è sempre la stessa solfa: quaranta gradi all’ombra e i condizionatori rotti».
«Mi scusi, signor sindaco: non voglio certo mettere in dubbio il parere degli scienziati, ma onestamente le sembra normale che una montagna sbuchi dal nulla? E, per di più, che si avvicini a vista d’occhio!» Continuò il prete cercando di sovrastare il continuo squillare dei telefoni.
«Le ripeto di sì! Anzi, trovo che sia elettrizzante poter contare su una nuova attrazione! Ci pensi bene: una montagna! E sa cosa significa una montagna? Significa TURISMO… e i turisti portano ricchezza! A proposito: senta qui! È tutto il giorno che ci tempestano di chiamate… e mica per la montagna, sa? Per la festa del patrono! La prego: mi dica che è tutto pronto per la processione di domenica.
Non mi faccia scherzi, don Oreste. Intesi?»
Il giovane parroco deglutì, lanciando chiari segni d’imbarazzo.
I suoi occhi celesti rifuggirono quelli di Bellandi, mentre sul viso quasi efebico del sacerdote si materializzò una smorfia d’inquietudine che attizzò ancor più la naturale diffidenza del sindaco.
«Che c’è?»
«Ecco, vede… ho i muratori…» borbottò il prete, con un broncio da ragazzino.
«I muratori?! E perché?!» Trasecolò Bellandi lasciando sospesa a mezz’aria la mano col ricevitore.
«Il tetto della chiesa, signor sindaco… mercoledì notte ha iniziato a dare segni di cedimento…»
«Ommadò… e quanto ci vorrà per aggiustarlo?»
Padre Oreste si strinse nelle spalle sussurrando solo un innocente «Il tempo che ci vorrà».
Sabato
“In sei giorni, Dio creò il mondo. Chissà che non gliene servano altri sei per disfarlo…” pensò il parroco cercando d’ignorare l’enorme massiccio nero che ormai lambiva il sagrato e gettava un’ombra torva al di là del portone schiuso.
Padre Oreste attraversò la navata senza trovare la forza di contemplare le pendici scabre della vetta ignota e incombente.
L’uomo aveva orrore di levare lo sguardo sulla vastità verticale, come se temesse di ravvisare i resti delle mille pianure inghiottite dall’avanzata di quello tsunami di terra.
Nel pomeriggio la chiesa si era svuotata, reduce dal gran clamore da fine del mondo sollevato ore prima da una mezza dozzina di operai. Solo una donna era rimasta ad attenderlo, ancora inginocchiata nella nicchia oltre al baldacchino del confessionale. Una volta entratovi, il prete sentì subito un profumo famigliare giungergli dall’altra parte della grata.
«Jenny?» Chiese l’uomo, investito da quelle zaffate dolciastre.
«Ho… ho paura…» sussurrò la donna tra i singhiozzi.
«Paura? E di cosa? Della montagna? Vedrai: non succederà niente. La fede può fermare anche le montagne…»
«Mo ché! Z’ho paura dello scandalo! Oreste: in paese la zente parla… vorrai mica che qualcuno sappia di noi e del nostro bambino?»
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Questo è invece, probabilmente, tra quelli che ho letto, il racconto che più si distacca dai miei personali gusti; ma ho colto ugualmente il messaggio di fondo, così come tutti gli altri qui nei commenti, secondo cui tutti sembrano distrarsi con i loro piccoli problemi quotidiani in confronto a ciò che sta avvenendo. Bella l’idea di suddividere la storia con i giorni della settimana.
Ciao Gabriele! Grazie per aver letto il mio racconto! In questo caso la storia si è trovata sin da subito a dover affrontare molti limiti insormontabili: il voler essere contemporaneamente corale e intimista, criptica e simbolica, realistica e metafisica, leggera e profonda, densa e vacua. L’avevo pensata proprio per rappresentare un paradosso di forma e di sostanza, ma ammetto di essermi avventurato in un’impresa troppo ardua per le mie capacità 🙂
Bella e originale l’idea, di rimando biblico del non vedere la trave nel nostro occhio. Tutto va a rotoli e noi, concentrati su stronzate quotidiane. Mi ricorda certa filmografia catastrofica un po’ humor caricata delle giuste forzature, che comunque ci stanno perché, come nel tuo racconto, hanno un fine, una logica. Confesso solamente di essere inciampata ogni tanto nei dialoghi che, in alcuni punti, mi sono sembrati un po’ distaccati. Tuttavia, è solo un parere mio e dubbi che spariranno rileggendomi il racconto.
Grazie mille, Cristiana, del prezioso commento. Esatto: l’intento era anche di creare una situazione tanto paradossale da evocare quasi un fondo di umorismo: qualcosa di incombente ma ridicolo (d’altra parte Buñuel è il mio regista preferito). Per quanto riguarda gli intoppi, ti confesso di aver qualche riserva anche io sul racconto: sento di aver trascurato alcuni particolari che potrebbero dare più forza alla storia. Forse è l’eccessiva frammentarietà, oppure la frettolosità di certe scene. Comunque in questi giorni proverò ad apportare qualche modifica. Ti ringrazio ancora 🙂
Concordo totalmente con la disamina di @biro, questo racconto mi ha ricordato un pochino il trailer di Don’t Look Up (che purtroppo non ho ancora visto) ed è una bellissima metafora della capacità dell’uomo di ignorare il TIR che gli sta arrivando in faccia concentrandosi su dettagli poco importanti.
Concordo anche sull’appunto relativo al linguaggio, soprattutto nella scena iniziale del lunedì alcuni termini mi avevano erroneamente portato a credere che l’uso di quelle parole un po’ eccessive avesse un qualche tipo di funzione particolare.
Grazie mille per aver letto il mio racconto. Sono contento che la metafora sia risultata perfettamente chiara! Ora che mi ci fai pensare è vero: la tematica sembra la stessa di Don’t Look Up – o almeno di quella che si intuisce dal trailer, dato che nemmeno io l’ho ancora visto. Per quanto riguarda il linguaggio, devo aver abbassato la guardia :). Questi raccontini sono proprio un esercizio di semplificazione della mia scrittura, ma a volte ricasco nell’uso di alcuni termini più “indigesti”. A posteriori mi viene quasi da pensare di aver cercato una breve focalizzare sul punto di vista della signora Lori (inizio proprio con una correzione grammaticale “mentale”) e probabilmente ho voluto sovraccaricare la narrazione proprio per far immergere il lettore nel grigiore e nella puntigliosità del personaggio. Grazie ancora del commento!
I tuoi racconti sono sempre intriganti, mi è piaciuto anche questo. Mi è piaciuta l’idea del fenomeno straordinario che passa in secondo piano rispetto alle vicende normali dei protagonisti, che si susseguono fino a chiudere il cerchio.
Se posso fare un appunto questa volta ti sei lasciato andare troppo con i termini ricercati,btanto da farli sembrare una forzatura, un esercizio di stile.
Grazie mille per aver letto il mio racconto. Come sempre hai colto perfettamente il senso della storia (la perdita progressiva di un istinto di sopravvivenza “collettivo” da parte delle società occidentali, sempre più concentrate sulle proprie piccole tragedie). Ti ringrazio anche per l’appunto, dato che non mi ero proprio accorto di essere ricascato nel mio vizio di usare termini un po’ più ricercati. Sono contento però che il racconto risulti intrigante, perché temevo che l’eccessiva frammentazione e il repentino cambio di scenari e di personaggi potesse generare troppa confusione 🙂