Troppo rumore



Ero seduto al tavolino di un bar, a fare nulla. Tenevo un libro in mano e mi guardavo in giro.

Si sono avvicinati un uomo, una donna e un bambino. Avevano un passeggino, e la donna era ancora incinta. Hanno ordinato due bicchieri d’acqua e la cameriera si è avvicinata al bambino.

– È bellissimo, quanto ha?

E la donna, – quasi un anno, mi fa diventare matta, grida tutta la notte, è un tormento!

e la cameriera, – sembra così tranquillo!

– Mi creda, è un demonio, e sto ancora cercando di perdere i chili che ho preso con lui, – ha risposto la donna. Poi si è tolta gli occhiali da sole e se li è incastrati tra i capelli.

L’uomo con lei non ha aperto bocca.

È arrivata una coppia. Giovani, entrambi. Lei aveva in mano due borse piene e lui indossava solo una maglietta.

– Sicuro di non aver freddo solo con quella? – gli ha domandato lei.

– Vedi di portare indietro sta roba!

– La gonna la tengo.

– Non se ne parla, riporti tutto.

Lei l’ha guardato mescolando sulle labbra un sorriso e un po’ di irritazione, poi è entrata nel bar. Lui si è abbassato gli occhiali.

Ho ripreso a leggere.

Mi sono sfilati davanti due ragazzi in divisa blu e oro, quella della banda. Tenevano i cappelli in mano, come facesse troppe caldo per indossarli, o come se avessero appena finito di suonare un pezzo impegnativo.

In questa città la banda suona tutti i fine settimana, tutto l’anno, per un’ora buona.

La ragazza con le borse è uscita sorreggendo un caffè e con un bel sorriso stampato in faccia. Ha dato un bacio al ragazzo e si è accesa una sigaretta. – Questa gonna è stupenda, non è costata molto.

Lui si è sollevato gli occhiali, ha guardato la ragazza poi ha chiamato la cameriera.

Il bambino nel passeggino ha cominciato a piangere.

Nel bar hanno acceso la tivù e mi è venuta voglia di fumare. Ogni tanto mi capita, di aver voglia di fumare. Sembra che le mie mani abbiano bisogno di una scusa per muoversi e i miei polmoni una per fare il loro dovere. Poi ripenso all’ultima volta che ho fumato e mi dico: no, non ne vale la pena.

La banda ha attaccato di nuovo a suonare. Ho sentito due tamburi rincorrersi, uno tenere il tempo e l’altro ricamarci sopra. Poi le trombe e i tromboni, poi i flauti, un oboe ed infine un gong. I ragazzi in divisa non hanno suonato, sono rimasti fermi all’angolo. Si erano infilati i cappelli in testa,

La donna ha preso in braccio il bambino, ma lui ha continuato comunque a piangere.

– Cos’ha che non va sto bambino? Perché piange? – ha domandato all’uomo.

– Avrà fame – ha detto lui.

– Ha mangiato neanche un’ora fa – ha detto lei.

– Allora non so – ha concluso lui.

Si è alzato un po’ di vento e la ragazza con le borse ha abbracciato il ragazzo.

La banda era proprio scatenata, tutti gli strumenti facevano a botte per farsi sentire. La tromba strideva in mezzo ai tamburi. Un gran casino.

Il libro non era tanto male, ma non riuscivo a concentrarmi.

Qualcuno nel bar ha alzato il volume della tivù. Delle foglie grandi e gialle hanno cominciato a svolazzare per aria. Una è finita in faccia al bambino. Ha smesso di piangere. La donna gli ha tolto la foglia e lui ha ripreso a frignare. – Cazzo – ha detto la donna. L’uomo ha alzato un braccio e ha detto: – un caffè per favore.

Ha cominciato a fare un freddo fastidioso. Anche i piccioni avevano freddo perché uno stormo ha virato verso la piazza e si è infilato sotto il tetto di un palazzo. Si sono allineati come soldati al patibolo.

Mi è venuta di nuovo voglia di fumare.

La banda ha smesso di suonare. Un attimo dopo ha ripreso, più forte di prima e più vicina. Ho sentito i passi ritmati avanzare verso di me, le vibrazioni trasmettersi alla strada e arrivare fino al mio corpo. Anche il cuore mi stava vibrando.

Si stavano spostando verso la piazza, a passo spedito. I tamburi davano il ritmo alla marcia. Ho notato un ragazzo correre con una tromba in mano verso la banda. Correva e si teneva il cappello con una mano.

Ho ordinato una birra. Ne ho bevuto un sorso e ho ripreso a leggere.

Qualcuno ha rotto qualcosa nel bar.

– È il quarto oggi, cazzo ti prende? – ha detto uno.

Adesso pulisco …tranquillizzati, ha detto una.

È uscita una ragazza, teneva qualcosa in mano, aveva gli occhi arrossati.

Un piccione ha rotto la fila ed è andato a poggiarsi un po’ più in là, su un filo. Il sole lo ha colpito sul becco. Era giallo e lucido. Era un merlo.

La donna ha messo il bambino in braccio all’uomo. – Provaci tu – gli ha detto.

L’uomo ha afferrato il fagotto, gli ha passato un braccio sotto al corpo e con l’altro si è aiutato ad alzarsi. L’ha guardato con degli occhi preoccupatissimi e ha cominciato a muovere le braccia su e giù. Il bambino ha continuato a piangere. Gli ha canticchiato qualcosa sotto voce. Il bambino ha strillato ancora più forte.

La donna si è accesa una sigaretta.

Una ragazza con degli stivali alti sopra al ginocchio mi ha lanciato un’occhiata.

Mi è venuta fame, ho ordinato un panino con il formaggio.

Un merlo si è posato a qualche metro da me. Sbatteva con il becco contro la pietra. Poi il vento ha portato via quel rumore e l’ha sostituito con quello della banda. È arrivata in piazza, si è fermata e ha accompagnato gli sbandieratori durante i loro lanci. Le bandiere puntavano dritte verso il sole.

Ho voltato una pagina e ho dato un morso al panino e ho bevuto un sorso di birra.

Un uomo ha appoggiato i gomiti al bancone e si è messo la faccia nelle mani. La ragazza con gli occhi gonfi e arrossati è rientrata e ha spettinato l’uomo al bancone. Lui ha alzato la testa e le ha sorriso. Aveva i denti bianchissimi.

L’uomo ha appoggiato il bambino nel passeggino. Sembrava dormisse.

La donna ha spento la sigaretta, l’ultimo filo di fumo le è finito in faccia e ha detto: – così non posso andare avanti.

L’uomo ha affondato il naso nella tazza di caffè.

La ragazza con le borse si è alzata. Il ragazzo è rimasto seduto.

La famiglia se n’è andata. L’uomo spingeva il passeggino, mentre la donna, qualche passo avanti, si è accesa un’altra sigaretta.

La banda ha smesso di suonare.

Gli altri merli si sono spostati dal cornicione al filo. Il plotone si è ricomposto.

Ho pensato a quando è nata Ginevra. Gridasti per ore quella notte. Quando mi chiamarono, ti trovai nel letto con in braccio una bambina, rossa e affaticata. Mi allungasti una mano. Io presi una sedia e mi avvicinai al letto. Era quasi l’alba. Era così piccola, potevo tenerla tutta su un palmo, sembrava priva di peso. Da un momento all’altro sarebbe potuta volare via, come quei merli appollaiati sul filo in piazza. Sembrava galleggiare nell’aria, sospesa nel vuoto, in balia delle correnti che la trascinavano su e giù, priva di pensieri che potessero farla cadere a terra. La afferrai subito con l’altra mano e la strinsi, per paura che prendesse davvero il volo. Tu tenevi gli occhi chiusi. La cullai per un po’, poi la poggiai su di te e lei si lasciò andare, rannicchiandosi per bene, mentre la tua pancia si alzava e si abbassava, si alzava e si abbassava. Era davvero priva di peso la bambina. Anche Ginevra si addormentò.

Uscii dalla stanza, in corridoio. Il sole si stava alzando sul Po e l’acqua brillava. Un pescatore stava gettando la lenza in quel mare di luce. Andai in officina, da Giorgio, a chiedere un aumento, poi in banca e da mia madre. Non la vedevo da sei mesi. Feci tutto mentre tu dormivi, con quell’esserino appoggiato sullo stomaco. Pensai a voi due tutto il tempo. Tornai in ospedale che faceva un gran caldo, salii al secondo piano e ti trovai lì, nel letto, nella stessa posizione in cui ti avevo lasciata, con gli occhi chiusi e i capelli appiccicati alla faccia. Te li spostai, tu apristi gli occhi e mi chiedesti: – dove sei stato tutto questo tempo?

La banda ha ripreso a suonare.

Il vento ha smesso di soffiare.

Tu mi hai chiesto cosa avremmo fatto adesso.

Ho finito la birra. C’era solo la schiuma sul fondo. – Non lo so, qualcosa ci inventeremo – ho detto.

Ti ho preso la mano.

Tu hai abbassato lo sguardo e ti sei accarezzata la pancia.

Chissà cosa aveva quella banda da strillare tanto.



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Commenti

  1. Marta Borroni

    Concentri un alto tasso di vita vera e quotidiana, le vite degli altri toccano le nostre e si intersecano di rimandi.
    Nei contenuti mi hai un pò mi hai ricordato me, per via degli incontri e dei bar come luoghi di riflessioni, staccandomi però da questo parallelismo vagamente egocentrico, visto che mi sei piaciuto molto mi sento solo di dirti di mescolare i pensieri ancora più lungamente, per dargli il senso lento di riflessioni, e di assestare un pochino i dialoghi, io ci ho messo e ci sto mettendo una vita a farli sembrare il più naturale possibile, è un lavoro difficile ma sono davvero importanti dentro un racconto.
    Mi piace come descrivi l’idea del fumo, io personalmente lo odio, non l’ho mai provato e sono però attorniata di persone che fumano e al di là del fastidio che mi può dare, ciò che ogni tanto invidio del momento sigaretta è proprio la scusa di fare qualcosa, di tenere impegnate le mani, di avere un momento giustificato in cui isolarsi. Bravo!