
Tu su quale lato sogni?
Ricordo la prima volta in cui lei mi disse che quando sognava, preferiva farlo distesa a letto, sul suo fianco destro.
Mi spiegò, per essere precisa, che cominciava un sogno su quel fianco, per poi provare a terminarlo dopo essersi girata sul lato sinistro.
O meglio, il sogno non lo terminava perché sopraggiungeva quasi subito il sonno a interromperne l’effetto.
«E’ questo ciò che preferisco.» Mi disse la volta in cui mi rivelò il suo segreto.
«Cosa è ciò che preferisci? Non capisco.»
«Preferisco addormentarmi presto e non terminare il mio sogno.»
«Una persona non può ‘decidere’ quando è il momento esatto di addormentarsi. Il sonno arriva quando arriva. E poi, perché scegliere di interrompere un sogno?»
«Perché in questo modo, esso mi accompagna durante la giornata: mi cullo nel suo ricordo e pregusto il momento in cui potrò buttarmici nuovamente dentro.» Mi rispose compiaciuta. «E poi sì, certo che una persona può decidere per sé quando è il momento migliore per smettere di sognare e addormentarsi. Così, tanto per restare un altro po’ sulle spine nell’attesa di scoprire come va a finire.»
«E cosa te ne farai di tutti questi sogni lasciati a metà?» Le chiesi, incuriosito.
«Pensavo di raccontarli. Forse potrei cominciare a scrivere e magari ne esce qualcosa di buono.»
«Certo, ma poi tutti sapranno quali sono i tuoi desideri, quali le tue passioni e conosceranno il dolore. Assaggeranno le malinconie e la frustrazione per ciò che hai lasciato incompiuto. Non ne sarai gelosa?» La domanda la feci più a me stesso, chiedendomi se io non ne fossi geloso, quasi a desiderare di possedere i suoi sogni, di stringere forte le mani per non lasciarli scappare via, perché lei non potesse metterli su carta e gli altri non li potessero vedere.
«Li voglio condividere perché sono troppi e dentro non ci stanno più. Voglio che escano fuori.»
Ne rimasi affascinato e la notte divenne per me il momento in cui compiere un rituale. L’aiutavo a sdraiarsi sul suo lato destro, la coprivo con cura e la osservavo mentre si sistemava e chiudeva gli occhi. Le palpebre seguivano un movimento quasi cadenzato come quello di un metronomo e mi mostravano i suoi sogni.
C’era quello di quando lei mi baciò sulla bocca e mi toccò il seno e io la lasciai fare perché lo avevo desiderato dal momento in cui la riconobbi fra gli altri in quella stanza; c’era il sogno di quando ti incontrai per caso in un negozio e ci guardammo e sapevamo entrambi che ci eravamo cercati da sempre; c’era il viaggio che feci da sola in una terra lontana e senza lasciare detto dove fossi perché non era necessario che sapessero; oppure il sogno di lui che mi abbracciava sul nostro balcone affacciato sulla foresta e io desideravo che ci spogliassimo dei nostri vestiti per fare l’amore a lungo e senza fretta; c’era la prima volta che assaggiai un peperoncino così piccante da rimanere senza fiato e ne volli ancora.
Correvano, i sogni, sotto alle sue palpebre attraverso le quali io potevo leggere. Sogni misti a ricordi che lei sapeva trasformare rivelandoli a me oppure celandoli dietro a veli così trasparenti che ne sentivo attraverso il sapore amaro sulla mia lingua. Mi stordiva la vista dell’intonaco spalmato grossolanamente sulle pareti della casa della sua infanzia. Mi inebriava il profumo del pane che si diffondeva dal forno alla cucina. E poi, c’erano le scale dell’università dove aveva dimenticato il suo segreto.
Quando poi il movimento degli occhi rallentava, capivo che era arrivato il momento di aiutarla a mettersi sul lato del sonno, quello sinistro. Ed era come spegnere davvero la luce. Controllavo che fosse serena e le toglievo i capelli dal viso perché non le solleticassero la pelle. Tutto si esauriva in pochi attimi e io già sapevo che lei dormiva, perché aveva smesso di sognare.
Dischiudeva leggermente le labbra e il respiro si faceva profondo. Si abbandonava al cuscino e piegava appena il suo ginocchio. A quel punto io ero sazio di lei e vi rinunciavo. Mi giravo dal mio lato del letto e spegnevo la luce. Ascoltavo il suo respiro e aspettavo con pazienza di addormentarmi.
Non so esattamente quando smise di sognare accanto a me nel nostro letto, ma so per certo che fu un atto improvviso e inaspettato. Fu quella sera quando mi allontanò e desiderò sdraiarsi subito sul suo lato sinistro.
«Perché lo fai?» Le chiesi. Ma non ottenni risposta. Solamente un sorriso forzatamente rassicurante, quasi enigmatico. Il sorriso di chi ha deciso di celare quel poco rimasto nascosto. Teneva gli occhi bassi e non mi guardava.
Inizialmente me ne preoccupai poco e pensai fosse un malessere passeggero, ma le sere si susseguivano e lei non sognava più. Le chiesi diretto se la colpa fosse mia e il sorriso riaffiorò sulle sue labbra, indecifrabile, un sorriso che non le riconoscevo.
Io vivevo per lei, non ve lo posso nascondere e avrei tanto voluto esserci io nei suoi sogni, quelli veri del lato sinistro. Dove il desiderio arriva dall’inconscio, remoto, nascosto e riaffiora come la più gradita delle sorprese. Dove non è richiesto alcuno sforzo. Ma forse non mi appartenevano né il tempo e nemmeno il luogo di quei sogni. Eppure io non lo compresi subito.
Lei se ne andò senza un biglietto, senza una spiegazione. Intraprese il suo viaggio da sola per dare un senso a quei sogni, ordinarli e imparare a raccontarli. Il suo abbandono mi lacerò dentro e per sempre. La cerco ancora là, ogni sera, sul loro balcone affacciato sulla foresta oppure su quell’aereo. Mi sdraio sul mio lato destro, ma non riesco a trovarla. Forse si è allontanata troppo e ha perso la strada verso il nostro letto. Tendo il mio braccio e la chiamo, ma non odo risposta.
Adesso sto qui, paziente, attendo che termini il suo peregrinare, il suo bisogno di spazio per volare. Nemmeno io ho fretta e forse lei sta già tornando.
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Incantevole e lacerante, con i suoi arazzi di dolcezza e di iniziazione allo stato più ignoto dell’intimità. La protezione del sonno, del sogno, come gesto che si fa già onirico, arcaico, spettro del suo stesso medium, snodo essenziato di vibrazioni sottili, impercettibili, come l’ombra dei capelli sul viso. Racconto lieve e profondo.
Mi piace trattare il tema del sogno, luogo in cui tutti noi siamo finalmente liberi. Mi chiedo spesso quale sia la vita vera: da questa parte oppure da quella? A ciascuno, la risposta per se stesso. In questo racconto ho immaginato una persona libera e sognante. Legata a questa vita, ma desiderosa di sperimentarne altre, quelle che la fanno stare bene, quelle in cui trova il pizzico di felicità cui tutti aspiriamo. Quelle, infine, che raccontiamo a noi stessi per tornare a respirare, come una sorta di boccata di ossigeno di cui abbiamo bisogno. Mi sono chiesta quale sia il limite e se ci faccia male. Sono sicura del fatto che, al contrario, se troviamo il modo giusto, altro non possa che farci del bene. Scusami la risposta un po’ contorta 🙂
Il passaggio vibrazionale da una situazione bella e di calma, a quella più struggevole cominciata con quel sorriso forzatamente rassicurante, mi è piaciuta molto. È proprio il “perno”, che smuove le informazioni iniziali del racconto, aumentando dunque la curiosità del lettore nel momento in cui è in apprensione per la crescente preoccupazione di lui. L’unica pecca, per me? Che la storia non abbia un proseguo
Grazie Loris, mi piace molto la sfumatura che hai colto. Credo che lei, in quell’esatto momento, acquisisca la consapevolezza che qualcosa non le basta più…Un abbraccio
“c’era la prima volta che assaggiai un peperoncino così piccante da rimanere senza fiato e ne volli ancora.”
Secondo me un’immagine semplice e affascinante! Come molte altre in questo racconto.
Grazie Antonio. È un grande piacere per me che tu abbia letto questo racconto un po’ ‘particolare’ e lasciato il tuo segno ☺️
Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima. In questo racconto il narratore riesce a “leggere” l’anima della sua compagna guardando i suoi occhi nonostante essi siano coperti dalle palpebre. Cominciando a dormire sul fianco sinistro, è un po’ come se la compagna stesse comunicando che vuole tenere la sua anima per sé e non condividerla, o magari condividerla con altri solo attraverso la scrittura.
Grazie infinite per il tuo bellissimo commento. Hai colto l’aspetto degli occhi cui tengo molto e il valore della scrittura che tutti noi che siamo qui, riconosciamo anche come liberatorio. Ancora grazia
Che sottile questa pagina di un amore (effimero?) che svanisce e confonde come capita con certi sogni che appaiono chiari e vividi appena svegli e poi si perdono nella noia della giornata ed anche se li insegui nel tentativo di ricomporli i pochi frammenti che ricordi non bastano mai. Riesci sempre a turbare la mia fragile anima, cara Cristiana, e di ciò ti sono grato.
Grazie a te Giuseppe perché i tuoi commenti ai miei testi sono segno di un’anima sensibile. Un abbraccio
I sogni sono desideri…
Magari anche ricordi di un passato, così ingigantiti e trasformati, da apparire come sogni. Grazie Andrea 🙂
Ciao Cristiana! Scompaio ma poi torno, non commento spesso ma questo piccolo racconto mi ha davvero colpita. Delicato e forte allo stesso tempo come piace a me!
Ciao Valeria e ben tornata da chissà quale viaggio o avventura. Grazie perché quando torni passi sempre di qua. Vedo anche che hai pubblicato e allora mi butto. Un abbraccio
Molto etereo, delicato e – azzarderei – soffice sia nel contenuto che nello stile. Hai una penna tenera e malinconica in questo racconto. Mi piace molto!
Grazie Cesare, l’aggettivo soffice mi piace tantissimo ☺️ mi rendo conto di avere in effetti una penna tenera o meglio leggera anche e soprattutto quando la temática da affrontare è delicata e, in un certo modo difficile.
Ci sono tanti tipi di sogni: quelli mentre dormiamo, quelli ad occhi aperti, quelli che guardano al futuro trasformandosi in speranze e anche quelli che guardano al passato.
Questo racconto non parla solo di sogni mentre si dorme, ma racchiude tutti i possibili concetti di sogno.
E alla fine tutto sembra svanire, proprio come quando ci si sveglia da un lungo sonno.
Esatto Mary. Questo racconto parla di sogni. Di ogni tipo, soprattutto di quelli a occhi aperti, quelli che ci possiamo cucire su misura. Come un vestito necessario. Grazie per la tua lettura e per le tue parole che mi piacciono sempre tanto ☺️
“«Pensavo di raccontarli. Forse potrei cominciare a scrivere e magari ne esce qualcosa di buono.»”
Ho adorato questo passaggio! Scrivere i propri sogni per poi rileggere il nostro mondo interiore quando ci sentiamo persi… poetico!
Credo che alla fine sia il modo giusto. Per me ☺️
Me lo sono letto più volte perché ho pensato che su di me fosse necessario, così da cogliere tutte le sfumature che in una singola lettura solitamente mi perdo. Ed in effetti in questo ragionamento c’è del vero, ma la sostanza è che il racconto stesso ti chiama per essere letto e riletto, ancora e ancora.
Grazie Roberto. Una specie di necessità. Come fosse un prologo alla serie, dove poi i sogni sono raccontati.
“E poi, c’erano le scale dell’università dove aveva dimenticato il suo segreto.”
Questa è quella che mi ha intrigato di più, perché dietro a quella manciata di parole ci potrebbe essere qualsiasi cosa e noi non lo sapremo mai.
Ci sono i ricordi e i sogni. Tutti condivisi perché ne sento la necessità. Tutto racchiuso nei miei racconti. Bisogna avere la pazienza di cercare ☺️
“Li voglio condividere perché sono troppi e dentro non ci stanno più. Voglio che escano fuori.”
Mi è piaciuta tantissimo questa parte, restituisce davvero un’immagine.
Grazie☺️
Tanta malinconia e tanta speranza. E tanto amore. Nella mia esperienza non ritornerà. E se ritornerà, non sarà più lo stesso per entrambi. Ma questo non è il tuo racconto, per fortuna. È il mio.
Anche tanta solitudine, a volte cercata altre necessaria. Però la lei del mio racconto sta tornando. Si va e si viene. Un abbraccio grande
“Sogni misti a ricordi che lei sapeva trasformare rivelandoli a me oppure celandoli dietro a veli così trasparenti che ne sentivo attraverso il sapore amaro sulla mia lingua”
Dai, bellissimo!👏
Grazie Giancarlo
“Li voglio condividere perché sono troppi e dentro non ci stanno più. Voglio che escano fuori.»”
Ma che bella immagine! Mi suona quasi familiare! 👏 😃
☺️
Strana coincidenza: proprio oggi, appena sveglia, pensavo ai sogni che a volte si realizzano e a volte rimangono tali, ma ci aiutano, comunque, a vivere. Sono indispensabili per la nostra vitalità, fino a darci, talvolta, la sensazione esaltante di poter spiccare il volo. E se smetteremo di sognare credo che sarà un segno di energia che manca oppure di vecchiaia. Non so se ho inteso bene, i sogni di questo tuo racconto esprimono qualcosa che ci rende liberi, che nessuno può toglierci e che condividerli, raccontandoli, sia una scelta che dipende solo da noi. Chi ci sta accanto, a volte, può sentirsi escluso, o abbandonato, ma dovrà farsene una ragione e sperare in un ritorno. Condivido in pieno questo pensiero che tu hai saputo esprimere con la tua solita abilitâ narrativa.
Sono totalmente d’accordo con te sul fatto che sognare a occhi aperti ci aiuti a vivere oppure anche a sopravvivere. Dipende da come va la vita 🙂
Chi decide di rimanere accanto a un sognatore può adeguarsi e rischiare l’esclusione oppure lasciarsi trascinare in un viaggio bellissimo e cominciare a sua volta a spalancare gli occhi sui sogni. Grazie Maria Luisa.
Bellissimo, tanto per le immagini che riesce ad evocare quanto per le emozioni che riesce a tirare fuori.
Letto lentamente, per poterlo assaporare fino in fondo.
Questa volta sono io a dover elogiare il tuo racconto, oltre che la tua inconfutabile bravura.
Grazie Giuseppe, sei veramente troppo gentile. Uno scritto semplice, che non ha la pretesa di essere un racconto. Scaturisce da uno di quei momenti in cui si ha un po’ bisogno di lasciar uscire.
Onirico! E non credo di essere criptico
Grazie Kenji. Spero ti sia piaciuto
Straordinario 👌
Ti ringrazio ☺️
bello.
Grazie
Ma che bella, Cristiana, questa creazione di un rito che sembra condivisibile, per un momento solo, però. Qui siamo nella quintessenza del “mostrare, non raccontare” ma anche nel recupero del ritmo antico della culla, destra sinistra all’infinito. La consapevolezza, non triste ma ardua, è quella finale della solitudine. Insomma: le donne che ballano sono maghe.
Mi piace tanto l’immagine poetica della culla cui non avevo pensato. Chissà quanto bello sarebbe poter tornare bambini e riuscire ancora ad abbandonarsi a questo ritmo lento e conciliante. Io sul mio lato sinistro sto bene, a volte sola, a volte in condivisione con chi amo. L’importante è continuare a tornarci, averne il coraggio. Ed è vero, siamo maghe. Un abbraccio Francesca.
un resoconto ai limiti della confessione.. ammiro il tuo coraggio, e ti dedico una frase del grande Pessoa: “e se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa?”
Credo che sognare a occhi aperti e soprattutto quando siamo svegli sia qualcosa che possa fare veramente male se non siamo ‘tipi’ da saper gestire bene la situazione. Il rischio è sicuramente grande con la possibilità dell’infelicita’ che è sempre dietro l’angolo. Io provo a mettere sulla carta, però certamente ciascun sognatore ‘dipendente’ può trovare il suo giusto modo. Trovando l’equilibrio può diventare fonte di ispirazione. La frase di Pessoa è incredibile. Sognatori e sognati, bramosi e desiderati, nostalgici e ricordati. Ma quanto è appagante? Grazie Furio per il tuo bellissimo commento.
L’amore per il lato onirico della nostra mente è uno di quegli amori non corrisposti che non mi abbamdonano mai. Non so quanti quaderni ho accumulato di frasi insensate tutte sbilenche scritte alle tre del mattino al buio, poi sono passato al registratore vocale del cellulare, raccogliendo altrettanti discorsi impastati dal sonno privi di un inizio e di una fine: “scie colorate nel cielo scendono e tutti urlano nel panico” o “c’era un coso geometrico sopra la mia testa, era metallico e lucente e cambiava forma”…
La tua raccolta di sogni a metà è più precisa, intrisa di emozioni celate e di sensazioni belle e anche amare. È inutile: se insegui un sogno, sarà poi lui a catturarti.
Cristiana, te l’ho mai detto che ti adoro? Ecco. Te lo dico adesso. 😀
In realtà sì, me lo hai detto 😅 Però non smettere, mi raccomando! Vorrei tanto sentire quei tuoi vocali con la bocca impastata dal sonno delle ore notturne. Soprattutto quello del coso metallico e lucente che muta forma sulla tua testa. Geniale! Grazie di cuore Emiliano per aver letto questa mia specie di follia. Abbracci grandi
Racconto che mi è venuto difficile da leggere e da interpretare. È come se tu lo avessi scritto per te stessa, però sta qui.
Mi sembra che la chiave di lettura sia una frase in particolare: “quelli veri, del lato sinistro”.
Il passaggio in corsivo evidenzia uno sdoppiamento: passi dalla voce narrante alla prospettiva della sognatrice e mi sembra (perdona la mia memoria che perde colpi) di aver letto questi “sogni” tra le righe dei tuoi racconti, così come dell’intonaco e del pane.
Dunque certi “sogni” sono ricordi da raccontare mentre quelli veri restano celati sul lato sinistro? Se è così la voce narrante non potrà trovare la sognatrice su quel balcone o sull’aereo.
Sul lato sinistro ci sogno i ricordi e ci ricordo i sogni. Poi su quello destro mi addormento e quello che arriva non è più affar mio. Sulla carta ci vanno solamente i primi ed è esattamente là che la voce narrante incontra la sognatrice. Hai ragione. Da tempo non scrivevo e mi serviva ricominciare come su una sorta di pagina di diario che, in effetti, sta qui. Grazie Francesco che vedi sempre oltre.
‘Sul lato sinistro ci sogno i ricordi e ci ricordo i sogni. Poi su quello destro mi addormento e quello che arriva non è più affar mio’ Naturalmente volevo dire esattamente il contrario 😅 nelle mie confusioni spesso mi ci confondo, ma sono fatta così. Pardon ☺️
“Le chiesi diretto se la colpa fosse mia e il sorriso riaffiorò sulle sue labbra, indecifrabile, un sorriso che non le riconoscev”
bellissimo questo passaggio
Certo. Perché non ci sono colpe per questo
“Li voglio condividere perché sono troppi e dentro non ci stanno più. Voglio che escano fuori.»”
❤️
Ti sei mai sentita così piena da scoppiare? ☺️
Fin troppo 🤭
Mi mancava leggere i tuoi racconti, Cristiana, e devo dirti che l’attesa è valsa la pena. Una favola sul mestiere dello scrivere, così l’ho intesa, che mi ha ricordato il meccanismo delle scatole cinesi (o forse più che scatole dovrei dire cassetti, come si fa con i sogni?) Si aprono mille mondi come un incastro perfetto e niente è quello che sembra. Un poco mi è dispiaciuto per lui, attento “custode di sogni” che rimane solo e non vede avverato il suo. Ma lei aveva un sogno più grande da seguire, ed è giusto così. Ho amato tantissimo la distinzione tra lato destro e lato sinistro del sonno, e il desiderio di lui, come di ogni innamorato, di poter stare dove il desiderio non lo comandi ma ti viene dalle viscere. Ma proprio perché non si comanda, ahimè. Farne parte non è mai nostra scelta.
O sogni dividono, è inevitabile. Ed è giusto che sia così. A ciascuno i suoi come spazio dove sentirci liberi e provare a essere felice alla nostra maniera. Però i sogni hanno il valore del poter essere raccontati e, se compresi, a volte di essere capiti e accettati. Magari fa male, ma poi, se ne vale la pena, lì ci si può incontrare. A metà strada. Grazie Dea. Le tue sono sempre parole che vanno al di là.