Tutt’altra cosa

Certe volte, certe insicurezze, certe incertezze, incerte indecisioni, incerti equilibri, in certi sogni… la guardavo, era li davanti a me, a due passi; il suo sguardo in direzione lontana, congelato, come se d’improvviso in quel vagone della metro, fosse passata una fredda corrente artica a pietrificare quegli occhi verdi, vicino al trasparente. A pietrificare anche me, incapace di dire niente, solo di stare a guardare. 

La guardavo, la guardava chiunque. La guardava l’avvocato attraverso gli occhiali professionali, con valigetta professionale, vuota di ricorsi lunghi quanto gli anelli di una catena. La guardava l’assistente dell’avvocato. La guardava il ragazzo con i capelli indisciplinati, il lobo trivellato da più orecchini e una vistosa croce portata sul petto, ma senza un senso; così come la battuta che le rivolse, persa nell’aria, accartocciata come un biglietto timbrato, che a fine corsa non sarebbe servito più. 

Notai anche quasi con fastidio il tizio all’angolo opposto il mio, fisso da ore sui suoi fianchi e il fondo schiena. Sicuramente dal suo sguardo avido, intuii il suo ritenersi fortunato ad avere la visuale migliore, lui che non sapeva di quegli occhi…di quel suo collo bianco pallido, scoperto, innalzato, elevato da una coda di cavallo, che piccola rimaneva sospesa, mancante solo di un punto nero di china, a completare un interrogativo…che forse chiamava me? … Chi sei? Come ti chiami? Dove stai andando? 

E perché ti vesti di nero? Cosa c’entra quel viso delicato, con quella giacca di pelle nera? Cosa centrano quei pantaloni neri, quelle scarpe nere, con quelle mani lunghe senza smalto, con quelle labbra colorate, che timide cercavano di uscire dal buio? 

Era una protezione, era dimostrarti forte? Forte come la tua bellezza, che cercavi di nascondere, ma che veniva fuori lo stesso, quasi fosse una seconda te, di cui magari ti vergognavi, magari no…o forse si, come quel girasole che timido tenevi in mano, che era la parte di te, che mi aveva colpito di più; quel girasole che ti raccontava, che tenevi in braccio quasi imbarazzata, l’unico innaffiato ogni tanto da quegli occhi verdi, quel girasole che mi dava la conferma, che quella eri tu. Come se ti conoscessi, come se fossi il solo in quel vagone a capirti, a capire dove andavano quei pensieri, dove si perdeva quello sguardo…dove…

Dove mai l’avrei mai ritrovata una come te? Io mi sentivo già innamorato. Lo so perché il cuore ha preso a battermi forte quando ti sei mossa, verso la porta, verso di me, per scendere. 

Ti avevo così vicina ora, davanti a me. Ancora un minuto per chiedere una mano lassù. Ancora una preghiera per sciogliere me, iceberg vagante in un vagone di solitudine. Ancora un secondo e ti avrei persa.

Ed io cosa ho detto?

– Guarda, l’uscita è dall’altra parte…

–  Grazie! Si lo so, ma io scendo alla prossima!

Sorridevi. 

La fermata della metro Cipro. Ogni volta che torno a casa verso la periferia di Roma e si aprono le porte a quella fermata, ripenso a quell’attimo prima, a quella frase che le avevo rivolto. Mi era pure uscita a fatica, da una curva a gomito che avevo preso veloce, stretta, bruscamente, volevo farle piacere ed invece era meglio se stavo zitto! Ridevi, avevo fatto la figura da stupido! Ero uno stupido! Io avrei voluto dirgli tutt’altra cosa! 

Quelli occhi verdi, quella giacca di pelle, quel vestito a fiori, e quella coda di cavallo nera. La guardava il poliziotto fuori servizio, con il panino a mezz’aria. La guardava il ragazzo in camicia bianca, ben piazzato, a cui rivolsi un occhiata infastidita. La guardavo, e lei guardava me. Grazie a Dio, meno male che quel sorriso, quel giorno, era tutt’altra cosa!

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Discussioni

  1. Subisco il fascino delle storie metropolitane, del tempo che si ferma tra i ritmi frenetici della città, delle insicurezze (peraltro esplicitamente citate a inizio racconto) di chi rompe il silenzio per primo, di chi invade la sfera altrui col timore di sembrare invadente. Ho dovuto leggere la storia due volte per coglierne le sfumature: hai un linguaggio molto delicato e pieno di interstizi, non sempre visibili ad una prima occhiata (c’è da dire che potrebbe dipendere da me e dalla mia scarsa capacità di concentrazione) e mi domando se hai anche un’anima da poetessa che di tanto in tanto si intromette nel tuo stile narrativo.

    1. Grazie Tiziano per i complimenti ricevuti e per gli aggettivi che hai usato, GRAZIE!!! Come pure per…interstizi, mi piace molto come definizione! Ok hai fatto tana! 🙂 In effetti è un pò il mio modo di scrivere, tendo sempre a giocare a nascondino con le parole, cercare di coinvolgere chi mi legge ad una lettura meno “passiva” (lo so è una contraddizione, il leggere è attivo ma… non so come spiegarti), per questo ho bisogno ogni tanto di sapere se ho esagerato… in effetti tu l’hai dovuto rileggere due volte (e non sei il solo fidati, la colpa è mia) ma grazie davvero per averlo fatto!!! Non tutti sono disposti, ma non me la sento di cambiare, son così! :P), … per la poetessa che dire…l’esagerato forse qui sei tu :))), battute a parte, grazie davvero!!! troppo buono…forse questo commento me lo rileggerò più volte :))!

  2. Grazie Isabella, visto che sei così gentile, posso chiederti cosa hai capito del finale? Forse avrei dovuto aggiungere alla ragazza qualche dettaglio in più invece del solo vestito a fiori (ho mancato le scarpe!)… sinceramente, non mi offendo, magari prossima volta sto più attenta. Grazie mille per leggermi e per il commento, apprezzo molto. (dai scrivi anche tu! ferma a gennaio)

    1. Ciao Maria Anna 🙂 scusami ma ho visto solo ora il tuo messaggio! Dell’abbigliamento della ragazza avevo capito benissimo che si trattava di un altro giorno in cui lui la rivede, la reincontra. Dopo essersi rimproverato forse per giorni del suo approccio maldestro, quando la ritrova sulla stessa linea metro il sorriso di lei gli fa capire una simpatia, una curiosità che sembra aprire una possibilità. Forse proprio per la tenerezza di quel primo approccio “sbagliato”. Ho capito bene?

  3. Mi è piaciuto questo racconto che esprime bene la malìa e la curiosità di un primo incontro, il fascino e gli interrogativi che ci piombano addosso quando vediamo una persone che ci attrae, che ci conquista. È bella questa ragazza gelida e dolce, forte e fragile ad un tempo. Bello il modo in cui il narratore vorrebbe proteggerla dalla volgarità e ottusità degli sguardi di chi non ne vede l’essenza delicata e nobile, che lui pensa invece già di intravedere. Bello anche l’accenno ad una preziosa possibilità, racchiusa nello scrigno più adatto: un sorriso.