Tutti i bambini amano i peluche

Serie: La bambina che non sapeva amare


Camminano lentamente per la stretta viuzza che scende serpeggiando dalla loro casa sulla collina; Emanuele, Elisabetta e Carolina, la famiglia che forse tale non è. Perfetta? Probabilmente no, ma quale famiglia può definirsi tale?

«Staremo facendo la cosa giusta?» La voce dell’uomo, orfana della rabbia che gli stava scombussolando la mente, non tenta in alcun modo di celare i dubbi che lo attanagliano. Mai aveva vacillato prima di oggi. Mai la sua fede era stata messa alla prova in maniera tanto violenta.

«In fondo è solo una bambina» lo rassicura Elisabetta. «Aiutatemi a ricordare cos’è l’amore, non è stata forse lei a chiedercelo?» Accarezza la testolina della piccola, un semplice gesto che appare incoerente agli occhi di Emanuele. Chi è realmente sua moglie? La donna dello schiaffo in chiesa, o questa mamma amorevole? Una nuova domanda che va ad aggiungersi alle altre cento che gli vorticano in testa. Tuttavia è nelle avversità che l’uomo di fede trova la via dei giusti ed essa non è mai in discesa.

In discesa, invece, è la strada che li sta portando alla bottega di Rita. Un tintinnio, anonimo come quasi tutto quel che succede a Mezzoborgo… e qui il quasi è d’obbligo, annuncia l’ingresso dell’improbabile famiglia nel piccolo negozio.

«Buongiorno signori.» Vengono accolti dal sorriso plastificato di Rita. Ad Emanuele sembra che la donna abbia qualcosa di diverso dall’ultima volta che l’ha vista, tuttavia non riesce a capire cosa.

«Buongiorno anche a te, Rita» le fa eco Elisabetta. Una nuova sfida di falsi sorrisi: il Signore le fulminasse!

Carolina, sedutasi sul pavimento di quello che pare un semplicissimo negozietto pieno zeppo di cianfrusaglie inutili, non apre la bocca al sorriso e non spalanca gli occhi al pianto.

«Vedrai che troveremo qualcosa per te, amore» le dice la donna che si autodefinisce madre. La bambina annuisce, guardandosi attorno con l’espressione spenta che mai abbandona. Anche Elisabetta sta facendo altrettanto, ma nulla, in quel minuscolo negozio, sembra adatto alla figlia che tanto ama.

«Che ti è successo, Elisabetta?» Il livido sulla guancia non può passare inosservato a una campionessa di curiosità come Rita.

«Fossi in te mi farei i fatti miei.» Il consiglio di Emanuele ha tutta l’aria di essere un comando. «Voi donne dovete stare al vostro posto.»

«Scusate, scusate! Cosa posso fare per la mia bella famiglia Anselmi?»

«Ma che cavolo!» sbotta Emanuele.«Manco ricordi il nostro cognome?!»

Il sorriso di Rita perde in sicurezza e la spaziosa fronte si riempe di rughe che sembrano disegnate con una matita dalla punta affilata. «Che ho detto di sbagliato? Siete la famiglia Anselmi, lo so benissimo!»

Elisabetta, che nel frattempo si era seduta sul pavimento accanto a Carolina, viene costretta ad alzarsi dalla voce del marito: il demone della rabbia che mostra il suo volto.

«Siamo forse la famiglia Anselmi?! Siamo la famiglia Anselmi, Elisabetta?»

Quest’ultima si avvicina al bancone, dietro al quale Rita sembra una statua di cera; un’imperfetta statua giunonica. «Siamo gli Zeloni. Chi sarebbero questi Anselmi, Rita?»

Emanuele vorrebbe gioire alla vista di Rita in preda al disagio, ma lo stomaco gli si contorce e la mente gli sussurra frasi cariche d’odio.

«Forse Anselmi è il tuo cognome da nubile, Elisabetta.» Un sorriso, al di là dell’incerto, vorrebbe mostrare la buona fede di Rita. «Mi sono confusa!»

Il silenzio prende possesso di quell’angusto spazio di mondo; è la calma che precede la furia, è la pistola che viene caricata, è il colpo che attende in canna.

«Nubile?!» Emanuele è la furia, la pallottola che nessuno può fermare: sbatte i pugni sul bancone. «E che diamine vuol dire nubile?»

L’espressione sul volto della negoziante potrebbe essere definita quasi comica, ma non c’è nulla di divertente in quella situazione. Uno schiaffo ben assestato sistemerebbe tutto, questo pensa Emanuele, questo gli consiglia la voce del demone che si agita dentro di lui.

«Siamo i Bulino! Tienilo bene a mente o la prossima volta m’incazzo sul serio.»

«Che stai dicendo, caro?» La voce che giunge alle orecchie dell’uomo è incerta e tremante, ma è la voce di Elisabetta.

«Perdonami, ma certi comportamenti mi danno sui nervi!» Si vorrebbe scusare, l’uomo che della rabbia è l’espressione, ma i suoi occhi paiono offuscati d’ombra.

«Chi sarebbero questi Bulino?!» replica la moglie. «Siamo gli Zeloni. Se vi state prendendo gioco di me, sappiate che non è giornata.»

Carolina si alza da terra in tutta calma; non presta attenzione alle faccende degli adulti, perché le ha vissute mille e più volte. Ha notato qualcosa, seminascosto in un angolo dietro ad alcune stampe con l’effigie di Cristo, qualcosa che potrebbe aiutarla a ritrovare ciò che ha perso.

La situazione sembra congelata e il cambiare discorso è l’unica via d’uscita che intravvede Rita. «Siete venuti qui perché vi serve qualcosa, giusto? Ditemi cosa volete!»

Elisabetta si porta una mano al petto: il battere frenetico del proprio cuore non è un buon segno.

«Volevamo qualcosa per nostra figlia. Un giocattolo, per esempio.»

«Non tengo quella roba nel mio negozio» ribatte Rita facendo una smorfia contrariata. «Roba che fa felice il Diavolo!»

L’immagine di Carolina che stringe la zampa di un vecchio orso di peluche è l’istantanea di quel che dev’essere una bambina. Tutto sarebbe perfetto, se lei fosse una bambina come tutte le altre.

«E quello dove l’hai pescato?» Gli occhi strabuzzati esprimono lo stupore di Rita.

«Guarda, caro!» Elisabetta, al contrario, pare rasserenata. «Forse abbiamo trovato qualcosa.»

Emanuele sembra non udire le parole della moglie, forse per la rabbia o forse perché sconvolto dall’intricata e inspiegabile faccenda del cognome. Elisabetta non lo hai mai visto tremare in quel modo, mai prima di oggi.

«La tua mano!» Balbetta l’uomo, indicando Rita. C’è veramente qualcosa di diverso in lei, come ha potuto non accorgersene prima?

«Che c’è che non va nella mia mano?» Rita sbuffa, la pazienza prossima ad esaurirsi. Un venditore deve accontentare i clienti, ma a tutto c’è un limite. Solleva le braccia al Cielo. «Tutto a posto…»

La mano destra è dove deve essere, una piccola mano dalle dita simili a salsicciotti, ma quella sinistra è sparita: come se qualcuno l’avesse cancellata.

Serie: La bambina che non sapeva amare


Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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Discussioni

  1. Mi piacciono queste storie dove il paranormale si manifesta senza nessuna causa identificabile, la perdita della memoria, dell’identità e della fisicità in una spirale che hai descritto veramente bene.
    Dal prossimo episodio evito i complimenti, sennò ti monti la testa

  2. Ma meno male ho a disposizione tutta la serie, completa e conclusa, perché con un finale del genere non sarebbe affatto semplice attendere il successivo episodio! Insomma, cosa sta succedendo? Aiuto! 🙂

  3. Dario, in questo episodio avrai fatto fondere molti cervelli… Hai infoltito ancora di più la nebbia attorno a sta ragazzina… comunque complimenti, non è facile fare quello che hai fatto tu!!

    1. Presto arriveranno le risposte. Ricordati che è una storia di fantasia, quindi la soluzione è logica in questo ambito. Nessuna sottotrama pedagogica nascosta!