Un Centimetro tra noi

Serie: DEA


Le domeniche ci si defilava un po’. Io, in particolare, ero fidanzato con una ragazza che lavorava a turni in un centro commerciale, per cui spesso non stavamo insieme. Mi ritrovavo da solo, e in mezzo a quattro coppie la cosa non mi faceva impazzire. Preferivo restare a casa, aspettare che lei finisse il turno, e poi andare a prenderla.

I nostri discorsi erano maturi: essendo in età di decisioni si parlava spesso di matrimoni, convivenze, famiglie, prezzi delle case, costi dei mutui. Non immaginavo che la mia vita avrebbe preso una svolta inaspettata. Io ero fatto così, vuoi per il passato, vuoi per indole: non riuscivo a gestire legami troppo profondi. Finché il rapporto restava entro certi confini andava bene. Ma quando si faceva troppo intenso, iniziavo a sentirmi a disagio.

Sentire parlare di progetti impegnativi, di decisioni “da grandi”, mi sembrava eccessivo. Anche Dea la pensava allo stesso modo. Spesso ci ritrovavamo in contrasto con il resto del gruppo, diventando complici nella difesa del nostro stile di vita e sempre più legati. Fu così che accadde l’inevitabile: fui lasciato dalla mia compagna. Ci rimasi male, nonostante avessi fatto di tutto per arrivare a quel punto. Mi ritrovai solo e per qualche giorno il mondo sembrò più grande e più pesante del solito.

Dea c’era, silenziosa, appena percettibile. Un commento al momento giusto, uno sguardo che si fermava un attimo in più, una battuta appena accennata, come se sapesse di cosa avevo bisogno, e lo sapeva. Lei mi conosceva bene. Un’occhiata, poche domande, nessuna intromissione: era lì e a me bastava. Nei giorni più duri sentivo la sua forza, che non aveva bisogno di parole. E così, senza clamore, tornai a fare ciò che sapevo fare meglio: stare a galla.

Intorno a me si era creato un interesse che non riuscivo a spiegarmi. Cos’era, pietà? Non capivo. Improvvisamente ero al centro di mille attenzioni. Dea cominciò a fare strani discorsi: più di una volta mi disse che, se fosse tornata single, mi avrebbe voluto accanto. Mi stava sempre più vicino e la nostra complicità cresceva sotto gli occhi del suo fidanzato. Percepivo una vicinanza femminile che non ero abituato a ricevere. Mi chiesi se forse avevo sempre sbagliato tutto: pormi come supereroe, capace di resistere e combattere il male, fosse in realtà sinonimo di isolamento, mentre mostrarmi fragile e vulnerabile risultasse più attraente. Non era da me accettare tutte quelle attenzioni, ma per una volta ne approfittai.

Dopo un periodo — tutt’altro che breve — in cui rimettere in discussione i miei obiettivi fu inevitabile, ci provai di nuovo con una ragazza più giovane, che sapevo mi osservava da tempo. Le voci, in piazza, giravano. Poi, un po’ per solitudine, dopo il tempo necessario a rimettere insieme le idee e soprattutto a causa di quel silenzio di Dea che avevo scambiato per tacito consenso, tornai a scrivere il mio percorso. Mi aspettavo un gesto, una parola, qualcosa, ma non arrivò. Non avevo nulla di cui andare fiero: un fallimento da ogni punto di vista. Mi chiesi come mai quella notorietà. Le uniche risposte che trovai risiedevano nella mia maturità, nella profondità del pensiero, nella capacità di osservare. In pratica venivo visto come il saggio, uno di cui ti puoi fidare, uno a cui ti puoi affidare.

Ma Dea era lì. Ritornarono i nostri sabati sera, e lei — sempre più al centro della mia vita — sembrò prendere male la mia relazione. Un misto di gelosia sottile e presunzione. I suoi silenzi, le parole non dette, dentro di me urlavano: perché non ti sei fatto avanti? Cercava in ogni modo di suscitare una mia reazione e, in qualche modo — non so come — ci riusciva. Io le davo retta, lasciandomi influenzare senza quasi accorgermene. Per ogni cosa avevo bisogno del suo consenso. Non so come ci riuscisse, ma lei sì. Mi stava portando nel suo territorio.

Finché ci fu un primo approccio. Stavamo organizzando la serata al parchetto quando Dea — probabilmente spinta dal mio continuo dubitare — mi chiamò in disparte con una scusa e, all’improvviso, nascosti dietro un pilastro, mi abbracciò. Mi guardò negli occhi e portò le labbra a un centimetro dalle mie, come a dirmi: «Cosa stai aspettando?» Rimasi sorpreso. Istintivamente volevo farlo, ma erano tutti lì, a due passi. Se l’avessi baciata, cosa sarebbe successo? Il cervello non dava risposte. Pensai che lo avesse fatto apposta, forse per creare caos e risolvere la sua situazione. Dovevo trattenermi, nonostante un fuoco incontenibile acceso dentro di me. E ci riuscii. Avevo già fatto troppi danni in giro. Mi ritrassi, ripresi il controllo e le dissi: «No, Dea. Non siamo più bambini. Questo non è il nostro gioco.»

Come se nulla fosse si staccò e tornò indietro. La serata proseguì nel silenzio. Nei giorni seguenti non riuscii a pensare ad altro. Dea mi aveva acceso il cuore: la vedevo ovunque, a ogni ora. Sentivo il suo profumo, immaginavo le sue labbra a un respiro dalle mie. Era l’immagine che avevo desiderato fin da bambino e adesso mi stava addosso incessantemente.

Continua...

Serie: DEA


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Discussioni

  1. In questo episodio si nota come tu abbia cercato di esplorare i meandri della vulnerabilità e del desiderio.
    Un gioco di seduzione e potere intenso e coinvolgente e che mi ha lasciato col fiato sospeso.
    Attendo conferma curiosità il seguito…