Un cretino vale l’altro

E’ arrivato trafelato, con la solita valigetta nera e il suo abito impeccabile. E’ arrivato come ogni sabato e si è seduto proprio qui, vicino a me. Una signora, passando a passo svelto davanti a noi, ci ha guardati e ha scosso la testa.

– Che c’è signora?

Così le ho detto. Lei, spaventata, ha accelerato il passo. Per poco non inciampa, ma tant’è. Non so per quale assurdo motivo le anziane signore abbiano sempre bisogno di dire la loro proprio quando a nessuno interessa, mentre se le interpelli si spaventano e scappano. Perché? Forse perché mi vede sporco. Forse perché puzzo. O magari per la barba. Per lei è impensabile che un cretino come questo qui che mi siede di fianco possa condividere un marciapiede con me. Con me che sono un barbone, un senzatetto, un clochard o come diavolo mi chiamano. Perché uno come me non può sedere vicino a nessuno se non di fianco ad un suo simile. Un barbuto puzzone con le pezze al culo. Quindi o soli o con disgraziati come noi, questa è sorte. Così è stato scritto e tante grazie. Così, tra l’altro, io avrei preferito. Invece da qualche tempo, ogni sabato questo idiota incravattato viene a farmi compagnia. Ma chi l’ha mai chiesta, poi, la compagnia? Non io, che se l’avessi voluta non avrei abbandonato baracca e burattini per starmene in pace. In pace, sì, senza orari, senza capi o figli da accontentare. Senza colleghi da ascoltare, senza mogli, fidanzate o amanti da consolare. Una vita solitaria, questa era la mia massima aspirazione. Una vita libera dal gran peso delle imposizioni, del buon costume e dell’accidenti che me ne importa. Una vita senza rotture di coglioni, per farla breve.

E invece eccomi qui, col cretino. Arriva sempre intorno all’una e dieci e mi risucchia le forze vitali per un’ora almeno. Parla, parla, parla. Ogni tanto dice qualche frase altisonante, una massima filosofica o una citazione sicuramente mal attribuita, poi fa delle pause ad effetto. A quel punto mi illudo che stia per andare via, addirittura lo invito a farlo con frasi di commiato brevi e biascicate, ma niente. Cristosanto, fa sempre così e ancora non riesco ad abituarmici. Mi fa saltare i nervi, ma che faccio? Lo caccio di casa? Sono su un marciapiede, è suolo pubblico. Allora penso che la prossima volta all’una e dieci mi sposterò, ma poi mi accorgo che questo è un posto tranquillo e remunerativo. Spostarmi altrove significherebbe rischiare e, dopo tanti anni, il rischio mi ha persino stufato. E poi cosa cambierebbe? Magari macinerei chilometri per ritrovarmi di fronte cretinonumerodue e allora resto qui. Sì, resto qui, nonostante tutto. Resto qui sette giorni su sette, ventiquattr’ore su ventiquattro. Come un distributore di merendine, solo che al posto di cioccolati e caffè io ti vendo due orecchie che fingono di starti ad ascoltare. Che poi a fingere di ascoltare uno neppure ci riesce sempre. Io il cretino non lo volevo stare a sentire, ma poi l’ho ascoltato. Involontariamente s’intende.

Sapete perché viene a tediarmi? Perché deve fare del volontariato. Sì, insomma, vuole fare del bene. Del bene a me che non l’ho chiesto. Dice che vuole aiutarmi a tornare a casa perché in strada si sta male. Dice che piove e che la gente mi piscia addosso o mi dà fuoco per dispetto, perché l’umanità è cattiva. Gli rispondo che piove pure per lui e che nessuno mi ha mai pisciato addosso, né mi ha mai dato fuoco perché me ne sarei quantomeno ricordato. Dico anche che in strada io ci sto bene e, a quanto pare, pure lui visto che ci torna sempre.

Capisco che, riferito così come ho fatto, possa sembrare che tra me e lui ci sia stata una lunga conversazione e che io sia un gran chiacchierone, ma vi assicuro che non è così. Quelle che ho riportato sono state le mie uniche parole. Lui, invece… Lui non è un uomo, è un giradischi. Lui monologa. Mi dice che odia il suo lavoro, che non viene pagato quanto vorrebbe, che vive con i suoi perché ha già comprato una macchina e non può permettersi un mutuo per la casa. E bla bla bla. Mi dice si sente soffocare e che delle volte sogna di correre nudo nei boschi. E a me tocca pure ascoltarlo, oltre che immaginarlo in versione putto bucolico. Poi si dimentica di tutto quanto e magari la volta successiva comincia a commiserarmi paragonando la mia triste vita alla sua fantastica vita. Il che è surreale, ma non posso farci nulla. E quando dico che non posso farci nulla è perché le ho davvero provate tutte. Un giorno, ad esempio, me lo sono ritrovato di fronte in una giornata di luna storta e l’ho cacciato. Credo di avergli lanciato contro persino una scarpa gridandogli di non tornare, ma non ha resistito. Penso si tratti sempre della storia del volontariato alla quale nessuno può opporsi. Quindi è tornato e ritornato ed io ormai mi sono arreso. Ho capito che viene il sabato all’ora di pranzo perché fa mezza giornata di lavoro e la sera, quando torna e ricorda di aver fatto pure il volontariato, può ubriacarsi in santa pace. Il suo volontariato è legato ai sensi di colpa verso la società, il mio volontariato imposto, invece, è dovuto alla necessità. Lo ascolto perché ci guadagno sempre un panino. Io distribuisco orecchie, lui panini. Lo scambio, in fin dei conti, è equo. O quasi.

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Discussioni

  1. Ciao Eva,
    questo tuo racconto è a dir poco geniale. L’idea di ribaltare i ruoli dove è il clochard sano di mente e lucido mente segue le turbe mentali dell’incravattato. Fluido, delizioso e veramente azzeccato come Lab. Letto tutto d’un fiato. Complimenti! ?

  2. Non solo l’amore, ma anche il volontariato può essere non corrisposto, e questo lo rende comico e grottesco. Fa riflettere invece il bisogno di altruismo, necessario per la nostra coscienza e per dormire sonno tranquilli. Brava, bel Lab!

  3. Innanzitutto devo complimentarmi per il tuo stile di scrittura, scorrevole e pulito. Anche il racconto in sé risulta piacevole e veritiero. Niente di peggio dei falsi buoni…o di chi si sente in obbligo di compiere buone azioni per riuscire a dormire la notte.

  4. Essenziale, realistico, credibile e veritiero. Ho sorriso, devo essere sincero, ma il tuo lab fa anche riflettere. Discriminazione, libertà che diventa necessità, costrizione morale nell’atto volontario che muta in ipocrisia, l’esigenza di essere, a volte, ascoltati che si contrappone schizofrenicamente con il piacere di commiserare gli altri, cosa che vedo fare spesso. Comunque due piccoli, e ben caratterizzati, spaccati della nostra società, seppur diversi, che si ritrovano nello scambio di un panino con delle parole. Bel lab davvero, complimenti Eva!

  5. Grazie Micol! Le rotture inattese e costanti affliggono l’umanità. Tutti siamo vittime e carnefici. Ti ringrazio ancora per il commento e aspetto di leggere il tuo racconto?

  6. Ciao Eva, il racconto che hai proposto mi ha fatto sorridere. Credo che la situazione che hai descritto capiti a tutti ed è un vero inferno 😉 Si sposa perfettamente con il tema del laboratorio, riuscitissimo:grazie alla legge alchemica dello scambio equivalente hai centrato in pieno l’obiettivo.