
Un doveroso saluto
Serie: Un fascio per amico
- Episodio 1: Come nasce un’amicizia
- Episodio 2: Un doveroso saluto
STAGIONE 1
La nostra vita, soprattutto in provincia, ha i suoi alti ed i suoi bassi ed è ‘strana’ e non c’è sempre un perché razionale per tutte le cose.
Ora dovete sapere che anche i miei gestivano un piccolo chiosco sul mercato. Ed io quando ero libero dagli impegni dello studio, od in estate, li aiutavo.
Con Eriberto eravamo “vicini di banco”.
Sì, proprio come a scuola.
Da ridere. Come ritrovarsi compagnetti al liceo con quello che nel cortile -alle medie- avevi preso a cazzotti perchè ti filava la fidanzatina.
Insomma, più o meno o giù di lì, così.
In fondo c’eravamo trovati a fare a botte, anche se non per una donna.
Così testardi o coglioni… tutti e due evitavamo di incrociarci.
Ma nessuno dei due abbassava lo sguardo, per orgoglio più che per sicumera.
La cosa andò avanti per mesi, credo addirittura per qualche anno.
Io, per limitare i tempi morti, mi riempivo la “pattana” (lo zainone degli anni ’70, non quelli di oggi tutti firmati) di testi sgualciti e secchiavo per ingannare il tempo ed anticipare gli esami.
A volte,però, anche per ingannare lui.
Ma Eriberto era un animo nobile.
Sapeva riconoscere il valore del coraggio e dell’abnegazione, comunque.
Cercarono qualche volta di intrupparlo in qualche lista o listina.
Ma lui non ne volle più sapere e li mandò tutti a cagare.
Pur rimanendo un uomo di destra, s’ intende.
Non so che cosa pensasse dell’ attuale situazione politica.
Quelle poche volte che ci siamo incrociati negli ultimi anni abbiamo parlato di noi, delle nostre vite, dei nostri sogni di ragazzi, di quello che avremmo voluto realizzare e non abbiamo portato a compimento.
Delle donne, degli amori, degli errori commessi.
Discorsi nostalgici del senno di poi.
O discorsi inerenti l’ oggi: le bollette, i soldi, le spese, i casini con figli e nipoti. Gli argomenti della gente comune.
Discorsi di persone che hanno i capelli ormai imbiancati.
Nè più, nè meno.
E che vedono più il qua che il là…ormai.
Eriberto ,un giorno, mentre ero assorto nei miei libri si avvicinò.
Mi guardò fisso e mi disse semplicemente:
-Posso offrirti un caffè?
Schietto e diretto, com’ era sempre stato nella sua vita.
Ammirevole e coraggioso.
Da lì cominciò la nostra amicizia.
Parlavamo dei più svariati argomenti. I suoi interessi erano vastissimi, come vi ho raccontato.
La politica, tuttavia, non mancava.
E lì cascava l’asino… perchè quando le parole si facevano grosse lui se ne usciva con una sparata seriaseria del tipo:
-Vedi, tu sei una persona che stimo e della quale ho fiducia. Mi fa piacere parlare con te.
Ma se un domani ci fosse un colpo di stato od un’insurrezione comunista…
Vedi, caro amico, sarei costretto a spararti un colpo in fronte…per non farti soffrire, s’intende.
Ed io a malincuore annuivo replicandogli:
-Purtroppo anch’ io lo stesso con te.
Ed il “Ma se un domani…” condiva spesso, anche se non sempre, i nostri discorsi di amici.
Ed eravamo sinceri l’un con l’altro, non per celia.
Non so, come se voi diventaste amici, così per caso, del compagno della vostra ex-fidanzata e -pur nella frequentazione- quel “Ma se..” rimanesse sospeso nell’aria…
Spada di Damocle della nostra amicizia.
Per noi la politica, in gioventù, era stata la nostra vera fidanzata.
* * * * * *
La gioventù, gli amici, la politica, le donne… quelle avute,quelle lasciate, quelle desiderate, quelle agognate e mai raggiunte.
I pensieri per l’amico Eriberto trascorrevano lievi l’altro giorno mentre stavo seduto solingo alla foce del torrente.
Ero andato lì a pensare per avere un po’ di pace.
Qualche paperella alzava il becco come ad annusare l’aria.
Qualche cigno regale più lontano si scrollava il piumaggio.
Lontane le chiazze delle ultime fila degli ombrelloni, il vociare dei bambini e delle mamme sulla ghiaia della spiaggia.
Il fluire dell’ acqua della corrente verso il mare, inesorabile.
Come lo scorrere della sabbia nella clessidra.
Il diventare anziani. Giorno dopo giorno. Senza tregua.
Più saggi, più quieti, più pacifici. Chi lo sa?
Non sono andato al funerale di Eriberto. Non conoscevo i parenti e loro non conoscevano me.
E non sono tipo da convenevoli di rito.
Qualche giorno più tardi ho deposto un mazzo di fiori sul posto dove lui -forse- dorme una seconda vita.
Ripensando agli elfi, alle fate, agli hobbit delle favole del suo Tolkien. Ai racconti del suo Borges. Ai giochi semantici del suo Marquez.
Del mondo dorato dei sogni della sua giovinezza che in parte è stata anche la mia.
Non sono andato al suo funerale.
Non ho pregato per il mio amico.
Non era religioso. Aveva in cuore il culto pagano del sole.
E del resto neppure io lo sono.
So solo che mi sono alzato lentamente ed automaticamente in silenzio.
Mi sono guardato un po’ attorno guardingo…
A quell’ora calda del primo pomeriggio i vialetti del piccolo camposanto di paese erano deserti.
Prima che arrivasse qualche vecchina. Di quelle vedove devote che ogni giorno visitano i propri cari e cambiano l’acqua alle piante e rassettano le lapidi.
Dio le abbia in gloria.
Dicevo. Mi sono guardato intorno…
E l’ho fatto.
Sì. L’ho fatto.
Ho messo una mano sul cuore.
Ed ho gridato:
-“Presente!”
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