Un fato vigliacco e fellone

Serie: Un giorno, il succedersi degli eventi, ritenuto preordinato, necessario e indipendente dalle finalità umane


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Abbiamo curiosato nei pensieri di Isotta e in parte di Tobia; s’è capito che esiste un secondo uomo, un approccio che Isotta, per così dire, ha messo in pausa…

Erano trascorsi due giorni dalla bruciante offesa che Tobia aveva arrecato alla sua amata Isotta, lasciata lì ad aspettare il suo arrivo a quell’angolo della strada. Vedersi il giorno successivo era fuori discussione ché, tra un tentativo di appuntamento e l’altro, pareva dovesse intercorrere del tempo, forse quello che Isotta riteneva necessario per le sue cogitazioni o, forse più probabile, per farsi desiderare.

Si sentivano ogni sera, al telefono. Lunghe chiacchierate da adolescenti, nelle quali i temi erano per lo più gli accadimenti della giornata, che Tobia non mancava di infarcire con millantate azioni cavalleresche, tutte inverosimili, ma pure indirizzate a rendere gloria alla sua innamorata. Alcune talmente assurde che la stessa Isotta riteneva eccessive, ma che, purtuttavia: divertita, non respingeva. Il poetico spirito dell’uomo col nome da cane, si spinse a improvvisare dei versi a comando, cosicché, alla richiesta di lei di essere menzionata insieme alla luna, lui se ne uscì: “ti sono accanto e ci osserva la luna: questa notte è gelosa”.

Ebbene, il melenso Tobia aveva fatto breccia nel cuore di Isotta. Una sensazione tanto bella quanto lo è un fragile equilibrio sul quale non si può fare appoggio, ma solo provare a mantenere con mosse minime e dedizione. Come sono complicati ‘sti umani…

Una situazione bizzarra: c’era un tizio (l’altro), chiuso nella cella frigorifera in attesa di un cenno della donna che tallonava da mesi; e poi c’era Tobia che aveva avuto il bene dell’attenzione di lei, ma avendo compiuto lo sbaglio di arrivare tardi al primo appuntamento, adesso anche lui stava semifreddo, ad attendere acquiescente che lei permettesse di nuovo di ammetterlo al suo cospetto.

Non mi piace il semifreddo. Non è un gelato, ma nemmeno una fetta di torta… ma che cazzo, eh dai!

Finché una sera, Isotta, nel corso di una delle torrenziali chiamate, gli chiese ancora di incontrarsi.

Lui, avrebbe proposto un luogo vicino, magari con un telefono nei dintorni, ma lei aveva già deciso e, ovviamente, era distante.

In questa mano, Isotta aveva giocato il carico pesante, anche lei avrebbe compiuto un lungo tragitto per recarsi all’appuntamento, pareva avesse studiato sulla piantina della città un punto che fosse lontano e scomodo da raggiungere da qualsiasi altro che Tobia avesse potuto utilizzare come partenza. Ma imbellettandolo col vezzo che solo la Madonna saprebbe dare a un gran posto di merda, mentre Tobia nella sua mente già percorreva tutti gli itinerari possibili, scorrazzando col dito sullo stradario, valutava i mezzi pubblici e tutte le possibili calamità che avrebbero potuto ostacolarlo. Tuttavia, Isotta era adorabile e la sua scelta finì per diventare meravigliosa anche per lui.

Dovete considerare che non solo all’epoca non esistevano i telefoni cellulari, ma anche i navigatori satellitari erano ben lontani dall’essere oggetti di uso comune. Le cartine erano… di carta, curioso vero?

Eccolo davanti a un caffè, il nostro eroe, organizzarsi a due giorni dall’appuntamento.

«Sta volta i mezzi pubblici non mi fottono più» disse «ho fatto riparare la moto. All’uscita dal lavoro, sfrecciando, riesco a destreggiarmi nel traffico più bastardo dell’ora di punta, per Balam!» Il barista che gli aveva appena porto la tazzina lo guardò sbigottito, neanche lo conosceva. Ma Tobia, così pianificando, prese a passeggiare per il bar beandosi del suo nuovo scudo d’invincibilità.

Tra mille difficoltà e peripezie, il nostro amico si destreggiava, ignaro della latitanza della dea bendata. E vorrei avere ancora la possibilità d’interpellare il nostro psicanalista, che all’inizio tirai in ballo per altre amene quisquilie. Non che mi abbia mai risposto, ma fa lo stesso. Questa volta, vorrei chiedergli quali numi possano condurre un uomo attraverso un campo minato con la serafica consapevolezza di essere immortale, di essere lui stesso un dio dell’Olimpo. O un supereroe della Marvel, se credete.

Ma il fato… E qui devo dire che comincia a darmi sui nervi, sì insomma: il succedersi degli eventi, là dove possa esser preordinato, necessario e assolutamente indipendente dalle finalità umane… in ogni caso: è un grandissimo fetente. Eh sì perché, da sempre, sapete quanti narratori questo tizio ha messo male in arnese con le sue schizofreniche macchinazioni? Idee assurde e colpi di scena, cagione di sventure ben più che cose positive, ai danni dei protagonisti delle storie.

Be’, c’è pure da dire che raccontare storie dove un tale qualunque infili una botta di culo dopo l’altra potrebbe diventare noioso, in effetti… ma che volete che vi dica? Questa è la vita della voce narrante: onniscienza sì, autarchia mai (ma sarà vero?).

Dicevo, il fato diede il meglio di sé, o forse il suo peggio, per guastare la festa al buon Tobia (col “buon” davanti sembra ancora più cane, non me ne vorrà).

La sera dell’appuntamento: pioveva che Dio la mandava. Come si suole dire per far finta che non rompa i coglioni o che sia cosa buona e giusta.

«Per Barbatos!» Imprecò all’uscita dal lavoro. Si arrangiò alla bell’e meglio, per contrastare il meteo beffardo, rubò dei sacchi neri della pattumiera, confezionando lì per lì dei pregiatissimi capi anti-pioggia, perse un po’ di tempo, ma non troppo, contava di recuperare lungo il tragitto; non poteva presentarsi fradicio al primo appuntamento!

Montò sulla moto e s’avviò.

L’acqua scorreva allegramente sul cellophane dei sacchi della monnezza, incanalandosi in conche plastiche e formando ridenti laghetti dove la postura a bordo del veicolo ne aveva originato l’orografia, la risacca si spingeva talvolta oltre l’orlo, a gocciolare sulla sella, verso il cavallo dei pantaloni di Tobia. E più in basso, dallo strato a copertura delle gambe copiosa rivolava nelle scarpe, creando non poco disagio al conducente.

Non posso non mettervi a parte di un altro particolare, dovuto ai bei tempi nei quali questo racconto si articola. In quel tempo… no, è troppo. All’epoca dei fatti non era obbligatorio indossare il casco per condurre una motocicletta, pochissimi lo utilizzavano in extraurbano, in città: nessuno. Pertanto Tobia aveva in testa un berretto da baseball che aveva impermeabilizzato coprendo anch’esso con un pezzo di sacco nero… ma ve lo immaginate, divertente vero?

Continua...

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Discussioni

    1. Ciao Luisa, ben ritrovata. Grazie per il tuo tempo e i tuoi commenti. Sono più propenso a credere in una casualità che ci ignora, piuttosto che una sorte compiutamente avversa, anche se talvolta gli eventi possono sfociare nel grottesco… a presto

  1. Tobia somiglia sempre più a Fantozzi 😅 Adesso c’è persino la nuvoletta da impiegato a rovinargli la serata! Comunque, saranno proprio le sue sventure a renderlo simpatico 😁 Aspetto il prossimo episodio.

    1. Ciao Arianna, grazie per essere passata a leggere questa puntata. A differenza di quelli del ragioniere, gli ostacoli che incontra Tobia sono forse meno eclatanti, ma indubbiamente i due condividono una qual certa malasorrte. A presto

    1. Ciao Concetta, cogli un elemento rilevante. Il narratore, senza alcun ritegno, insiste nel prendersi licenze sempre meno ortodosse e questo è segno… o un sintomo della sua natura. Grazie molte per il tuo tempo. A presto

  2. Per Balam! Per Barbatos! Stai scomodando tutti i demoni dell’Inferno per Tobia. Tutto questo alla fine per Isotta, neanche fosse per Belen. Per Fabius P. è una deliziosa storia, che stai rendendo godibile perché impreziosita dai commenti dosatamente sarcastici e di misurata eleganza della voce narrante. Mirabile la descrizione del Tobia incellophanato, un perfetto uomo pattume motorizzato: un sacco bello.

  3. Lo ribadisco anche qui: mi piace il modo in cui riesci a rendere epiche e insieme comiche le disavventure di Tobia. La voce narrante, così ironica e complice, trasforma ogni ostacolo in un piccolo spettacolo. Viene davvero voglia di scoprire come se la caverà questa volta, sotto la pioggia battente.