Un istante. Un’eternità

Serie: La bambina che non sapeva amare

L’istantanea in cui Emanuele prova a colpire Carolina con un pugno che non esiste. Fermiamo questa immagine di violenza e indietreggiamo, un passo dopo l’altro, ancora e ancora. Il passato ci attende, il mondo prima del buio. Un mondo che esisteva nell’illusione della luce.

Nel tempo di allora, una bambina osservava sua madre; erano rimaste sole, le ultime fiammelle dell’umanità destinata a spegnersi.

La donna teneva tra le mani un orso di peluche. «Ehi! Ti ricordi di me?» Stava imitando la voce di un cartone animato, con risultati poco convincenti.

«Sono grande per queste cose!» ribatté la bambina che nell’aspetto non dimostrava più di quattro anni.

«Perdonami», concordò amaramente la madre. «A volte dimentico la tua vera età!»

Il peluche finì in un angolo, preda dell’oblio. La bambina sospirò. «La mia vera età. Odio pensare al tempo che passa; quello stesso tempo che mi ha portato via le persone che amavo. Nessuno si è preoccupato di quanto potessi soffrire! Tu non mi farai soffrire, vero mamma?»

La donna vorrebbe rispondere con una bugia, una bugia buona sinonimo di speranza, ma il tempo delle bugie era un tempo al passato, un passato assai remoto.

«La Malattia mi sta per prendere e tu lo sai.» La voce della donna era un sussurro, ma in quel mondo silenzioso faceva un rumore quasi assordante. «Resterai da sola e dovrai essere pronta.»

La Malattia era giunta cavalcando venti di morte, venti gelidi carichi di disperazione. Nulla avevano potuto le conoscenze di medici e luminari, nulla le preghiere di santi o presunti tali. L’umanità aveva arrancato per anni e anni e alcuni avevano provato a resistere, invano. Solo la bambina si era dimostrata immune.

Oltre i bisogni primari, senza invecchiare: immune alla Malattia, immune alla morte. Qualcuno sembrava essersi divertito a giocare con lei. Forse Dio. Forse l’evoluzione.

«E se ci fossero dei sopravvissuti?» replicò la figlia. «Il mondo è talmente grande. Non lo possiamo sapere!»

Il suono può essere ingannevole, ma lo sguardo è lo specchio della verità: zittisce parole portatrici di vane speranze.

«Io so solo che tu sarai per sempre la mia bambina.» La donna le arruffò i capelli e sollevò le labbra in un sorriso.

«Non sono più una bambina, non farti ingannare dal mio aspetto.» Forse la figlia aveva altre parole da dire, ma un gesto della madre fu sufficiente a zittirla: il dito indice sulle labbra.

«Ti amo, figlia mia. Non dimenticarlo.»

«Non lo dimenticherò, ma tu non lasciarmi, d’accordo? Non provare a lasciarmi da sola!»

Sul volto della donna persisteva il sorriso, ma gli occhi galleggiavano nella tristezza. «Tu non sarai mai sola.» Sollevò il dito che aveva sulle labbra per indicare stancamente il soffitto. «Il Signore sarà sempre con te.»

«Non so cosa farmene del Signore. Io voglio solo la mia mamma!»

Il vento soffiava, debole e svogliato. Non aveva storie da raccontare, perché non era rimasto nessuno a inventarle. «Se tu morirai, lo farò anch’io.»

Poi nuovamente silenzio. In una stanza di un palazzo in periferia, la donna esalò il suo ultimo respiro. La mano, che fino a un momento prima aveva stretto quella della figlia, scivolò nella pace ineluttabile della morte. Non una parola di condoglianze per lei. Solo la sinfonia stonata di un pianto.

Tuttavia anche le lacrime più amare sono destinate a esaurirsi, diventano solo un ricordo, un dolore costante via via sempre più lieve.

La bambina provò a rifugiarsi nel conforto della morte, ma più tentava di raggiungerla, più essa la respingeva, in un gioco assurdo. Rassegnata a un esistere prossimo all’eterno, la bambina percorse le vie del mondo, quasi uno spettro in una vuota vastità e più il mondo scivolava nell’oblio, più lei prendeva coscienza di essere sola.

La luce si fece abbagliante, poi tutto divenne gelido. Tutto divenne buio.

Nel buio anche la parola morte perse di significato. Nel buio c’era solo la solitudine dell’eternità, la noia di un tempo che non era più tale. Il buio dell’eterno presente.

Le parole della madre riecheggiano: “Ti amo, figlia mia. Non dimenticarlo.” Ma è una voce fredda, spogliata dell’anima. Amore. La bambina sa che quella semplice parola racchiude il senso di un’intera esistenza, eppure non riesce ad afferrarla. Ha dimenticato. Nonostante le parole di sua madre, ha dimenticato.

Nel cercare il conforto divino, ha trovato il nulla.

Forse perché l’unico dio è lei stessa.

È quello il senso del suo vagare privo di meta? Essere divinità di un mondo che non esiste più?

Triste fato, il suo.

Ma se l’oscura realtà è immutabile, il sogno può essere la via del ritorno: la strada che l’avrebbe riportata dalla madre.

E così la bambina, che forse è una dea, cade in un sonno che non è un vero sonno e sogna un sogno che non è un vero sogno. Può ritrovare la madre nell’irrealtà? Essere figlia, anche se per un solo istante? Sentirsi protetta e…amata?

I sogni seguono una logica che logica non è. Nel mondo, che è buio perpetuo, non esistono mattine, così come nel sonno, che non è vero sonno, non esistono risvegli. Eppure la bambina si sta per svegliare: i contorni si fanno incerti e tutto, pian piano, svanisce.

****

Emanuele pare una statua, imbambolato com’è a osservare dove prima c’era il suo braccio destro. Non prova dolore.

Si volta verso la moglie che nel frattempo è stramazzata a terra, forse inciampando nella foga della corsa. «Hai visto? Hai visto cos’è in grado di fare questo mostro che chiami figlia?»

Carolina alza il volto, incrociando lo sguardo dell’uomo che è furia. «Quando le cose non funzionano bisogna rassegnarsi, cancellare il tutto e ripartire da capo. Ancora, ancora ed ancora.»

«Che diamine stai blaterando?» Ecco l’uomo demone che forse è solo un uomo che ha paura. «Cosa significa tutto questo?»

«Non devi preoccuparti», risponde Carolina. «Questo è solo un sogno e quando mi sveglierò non resterà nulla. La gioia, il dolore, la rabbia, tutto svanirà.»

«Quindi anche io svanirò?! Ma è assurdo!» Le parole di Emanuele, al pari del suo corpo, sono tremanti.

Elisabetta, distesa sul gelido pavimento, si rivolge alla figlia: «Se questo è il destino che il Signore ha in serbo per me, lo accetterò volentieri. Ma dimmi una cosa, figlia adorata! Sei riuscita a riscoprire il significato di amare?»

La bambina che forse tale non è, osserva la donna che sicuramente madre non è. «Ci saranno altri sogni per quello. Ce ne sono stati prima e ce ne saranno dopo.»

«Sarà quel che Dio vorrà, ma non dimenticare che ti amo! Io ti amo, figlia mia!»

Emanuele non può concepire quell’uscita da parte di sua moglie. Dov’è finita la donna pronta allo schiaffo? Nessun problema; l’avrebbe ritrovata lui quella donna. Avrebbe ritrovato la vera Elisabetta a forza di calci.


Serie: La bambina che non sapeva amare
  • Episodio 1: Madre
  • Episodio 2: Una piccola ribelle
  • Episodio 3: Una bambola dagli occhi di cristallo
  • Episodio 4: Tutti i bambini amano i peluche
  • Episodio 5: Come parole scritte a matita
  • Episodio 6: Un istante. Un’eternità
  • Episodio 7: Buio. Realtà. Sogno
  • Episodio 8: L’eco di emozioni oscure
  • Episodio 9: Un nuovo sogno
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    Commenti

    1. Antonino Trovato

      Dario, gli altri hanno già detto tutto, e non posso fare altro che accodarmi. Ovviamente le mie aspettative non sono state assolutamente deluse, anzi, ma credo che questo sogno di Carolina riservi altri colpi di scena, e qualcosa mi dice che sconfinerà nella realtà, ma è solo una sensazione. I miei complimenti per la potenza narrativa e poetica che riesci a far trasudare dalle tue parole in ogni episodio, e sono certo che il meglio mi attende al varco dei prossimi episodi…

      1. Dario Pezzotti Post author

        Ciao Antonino. Questa è stata la mia prima serie, quindi la forma andrebbe rivista. Però penso che faccia comunque quel che deve fare, cioè trasmettere emozioni.😊
        O almeno spero…

    2. Giuseppe Gallato

      Piccola premessa: ho appena concluso la lettura di questo episodio… con i miei studenti. 🙂 Quando hai finito di interrogare e passi alla modalità “Pezzotti stories”! All’unanimità: questo episodio è intriso di pura poesia, con passaggi che fanno riflettere come non mai. Che dirti, Dario? Avevo compreso che Carolina avesse questa sorta di potere “manipolativo”, ma non ero arrivato a capire le modalità (narrative) con cui avresti svelato tale mistero. In questa puntata, e di conseguenza in questa serie, tratti il tema della crezione… in tutte le sue molteplici manifestazioni. Tra queste, la componente solitudine si fonde con quella delle possibilità. Forse potremmo dire che solitudine e possibilità siano due facce della stessa medaglia, pronti a inghiottire anche un essere immane come Carolina. Bello, molto bello. Sempre pronto a stupirmi! Complimenti, Dario. 🙂

      1. Dario Pezzotti Post author

        Oddio che onore! Credo che questa serie non sia perfetta nella forma, ma mantiene una potenza narrativa della quale sono soddisfatto. Ah! Naturalmente non è ancora finita…😉

      1. Dario Pezzotti Post author

        Ciao Daniela, d’ora in avanti sarà una discesa nell’oscurità…Carolina cerca di ritrovare l’amore materno attraverso il sogno, ma scoprirà (o forse ricorderà)che esistono altri sentimenti oltre a esso!

    3. Africa Erasmo

      Avevo intuino che Carolina potesse manipolare la realtà attorno a sé ma devo ammettere che non mi sarei mai aspettata di scoprire che il tutto è solo un sogno di Carolina. La disperazione silenziosa che prende il sopravvento e la spinge a cercare la figura materna che tanto amava prima di rimanese sola in un mondo ostile.
      Trovo Carolina un personaggio ben riuscito.

    4. Massimo Tivoli

      Ho letto la serie tutta di un fiato. Mi piace molto la dimensione surreale che sei riuscito a creare, un continuo aggrovigliarsi di realtà e sogno, dove le due infine diventano indistinguibili. Carolina è un bel personaggio. L’elemento di frattura, uno asquarcio, l’intrusione dell’irrealtà nella realtà, e forse questo sono le divinità. Ma credo che chi/cosa sia davvero dobbiamo ancora scoprirlo e forse non lo scopriremo mai. Emanuele mi ha riportato alla mente la condizione e la psiche di un certo Jack Torrance. Insomma c’è molto potenziale in questa serie. Bravo Dario!

      1. Dario Pezzotti Post author

        Il tuo commento mi fa veramente piacere. Hai fatto un’analisi pressoché perfetta. L’origine di Carolina è sì importante, ma non è il fulcro della storia. Il paragone con Jack Torrance è troppo lusinghiero (sono un appassionato di Stephen King!)

    5. Tiziano Pitisci

      Ammetto che da solo non ci sarei mai arrivato. Non con certezza, almeno. Questo colpo di scena ha sciolto il nodo principale della serie, quello sull’identità di Carolina. Ma adesso? Come prosegue? Si va avanti nel sogno o nella realta? Complimenti per la formidabile immaginazione.

      1. Dario Pezzotti Post author

        Ti ringrazio! L’immaginazione non mi manca, devo lavorare sullo stile e sulla forma, provando sempre a migliore.
        Tornando alla storia, devi considerare che la realtà è solo buio. Il prossimo episodio si svolgerà quasi totalmente nel sogno. E non pensare di conoscere Carolina, perché la vera se stessa deve ancora mostrarsi…