Un metro e mezzo da Altrove

La cena si era composta di una serie di portate disastrose, esattamente come la prima volta. Proprio per questo Alex sorrideva, piena di una timida felicità, pensando che la sera del loro terzo anniversario era stata perfetta. Metteva distrattamente piatti e posate nella lavastoviglie e si tagliò, sul palmo della mano, con la lama del coltello. Un taglio minuscolo, in confronto alla quantità di sangue che ne usciva. Istintivamente portò la mano alla bocca, ma fu Josh a fermarla. La baciò sulla ferita, pulendo il sangue con le labbra.

«Non imparerai mai a stare attenta».

Josh le spruzzò il cicatrizzante. Lei era seduta con quella sua espressione imbronciata da bambina, gli occhi color cioccolato che, imbarazzati, evitavano di fissarlo. L’aveva fatto innamorare il primo giorno. Non quello in cui si erano conosciuti, ma il primo in cui si erano finalmente visti di persona, dopo mesi ricolmi solo di fiumi di parole, a volte impetuosi e a volte placidi, che scorrevano sullo schermo del computer. «Mi prenderò cura di te» le aveva detto, spontaneamente, senza pensarci. Lei aveva accettato di restare nell’appartamento di Josh, modesto, uno dei tanti accatastati come scatoloni lungo il Viale del Ricordo. Josh sapeva che, se lei avesse deciso di accettare la sua proposta, le avrebbero rapidamente aggiornato l’hyperlink, e non c’era possibilità di ritorno. Eppure, per una ragione sconosciuta, gli disse di sì. Era stato uno dei giorni più belli della vita di entrambi: lo compresero con il tempo, vivendo l’uno accanto all’altra ogni istante, di ogni giorno. Andava festeggiato a dovere.

Non era ritrosia quella di Alex, ma un pudore incancellabile che le permeava ogni rossore. Quando Josh la baciò sulla bocca, però, tornò a spingere lo sguardo nei suoi occhi. L’amava. E sul tavolo ancora imbandito della cucina, quella stessa notte, si amarono per la centesima volta esattamente come fosse la prima.

Le giornate scorrevano dannatamente lente. Da quattro mesi Josh non trovava lavoro. Aveva concluso il proprio contratto con l’Insomnia e, già da prima che accadesse, passava ogni momento libero nella Rete a cercare un nuovo impiego. Se fosse arrivato a sei mesi di disoccupazione, i droni Raptor sarebbero arrivati alla porta di casa. Non poteva pensarci: era una possibilità da escludere in ogni modo. Avrebbe perso tutto, gli avrebbero consegnato un aggiornamento riprogrammante per l’hyperlink e, senza lasciargli nemmeno la possibilità di salutare Alex, lo avrebbero condotto Altrove. Una dannata parola piena di terrore, “Altrove”. Luoghi sconosciuti in cui essere riassegnati, secondo leggi che lui non era in grado di comprendere. Un giorno, da ragazzo, si era ripromesso di scoprire dove finisse il mondo fuori dalla soglia dell’appartamento. Aveva anche costruito un prototipo di respiratore per superare l’atmosfera caustica dell’esterno, pur non essendo mai riuscito a scoprire se funzionasse. Nessuno usciva mai là fuori. Era troppo pericoloso, dicevano. C’erano i droni a occuparsi dei collegamenti, quando ve ne fosse necessità. Un fatto raro, ma non impossibile, come quando il Sistema aveva accettato di condurre Alex da lui. Per il resto, avevano accesso a ogni possibile svago, risorsa, perfino al lavoro senza bisogno di lasciare casa. Alex non aveva perso nemmeno un giorno di lavoro alla Farmacèutics Origins, pur contando il trasloco.

Commetteva i suoi errori, Alex, e faceva spesso piccoli disastri, ma rimediava con immancabile ottimismo. Nella sua imperfezione, per Josh era perfetta. Non l’avrebbe persa per nulla al mondo. Il mondo, però, crollò nell’istante in cui Alex, con il sorriso sul volto, gli disse le ultime parole che lui potesse razionalmente comprendere.

«Com’è possibile? Alex, dimmi che non è vero. Ti prego».

«Sono incinta, Josh. Ce l’abbiamo fatta».

Tanto era raggiante lei, tanto era sconvolto Josh. «Ma non abbiamo ancora avuto i permessi, non è possibile. Non ci hanno ancora risposto e il tuo hyperlink continua a somministrarti gli anticoncezionali. E non può essersi rotto, altrimenti…»

«L’ho forzato. L’ho forzato io, Josh, non potevo più aspettare».

«Hai fatto cosa? Sei impazzita? Ti manderanno un reset come aggiornamento!»

«Non lo faranno. So come funziona, ci lavoro tutti i giorni con questi cosi. Speravo almeno che potessi essere contento per noi». Abbassò lo sguardo, delusa e improvvisamente impaurita.

«Ma… io sono contento! Ma anche terrorizzato, Alex. Ti rendi conto? E anche se andasse tutto per il meglio, quando nascerà cosa faremo?»

«Quello che si fa sempre: avrà il mio codice, un Raptor ci consegnerà l’hyperlink per il piccolo, o la piccola. Dio mio!» esclamò tesa ed eccitata Alex, portandosi le mani in grembo, «Lo configurerò sulla matrice del mio e si riconosceranno. Figlio naturale, non ce lo porteranno via. E nel frattempo forse avremo anche ottenuto i permessi».

Josh arrossì. Non aveva più parole. Alex gli si gettò al collo e si strinsero così forte da farsi male e tanto a lungo da sentire il dolore diventare passione.

Ogni ora, ogni minuto, ogni secondo poteva pensare solo a lei e alla creatura che le cresceva dentro. Sentiva alla bocca dello stomaco una morsa di metallo, totalmente incapace di non sentirsi completo, stupido, felice. Cominciarono inevitabilmente a parlare di nomi, di cibo per neonati, di educazione, di giochi. Parlavano di progetti, mentre Josh le tagliava la carne nel piatto, perché Alex non ci riusciva, ostinandosi a usare il coltello con la sinistra. Un giorno avrebbe insegnato anche a suo figlio il modo corretto di stare a tavola. Rise, sperando che sarebbe stato un allievo migliore della madre. Aveva cucinato lui, come la maggior parte delle volte. Quando riusciva particolarmente bene, Alex scriveva alle sorelle: “Ho mangiato il tortino più buono del mondo!”. Ma Josh non era un grande chef e gli ingredienti erano poveri. Quello che c’era nei piatti era solo devozione.

Ai Caseggiati Forrester avevano già iniziato a consegnare gli aggiornamenti. Erano solo pochi isolati a nord del Viale del Ricordo e Josh sentiva crescere dentro di sé una soffocante massa d’ansia. Le prime pagine dei notiziari riportavano di un incidente domestico, forse in concomitanza con l’arrivo dei droni. Non era una notizia chiara e non lo sarebbe mai stata. Un padre e una figlia erano rimasti uccisi nello scoppio di un convertitore atmosferico. I gas esterni avevano intasato i filtri al punto da causare il sovraccarico dei compressori. La madre era stata recuperata ma aveva perso l’uso di entrambe le braccia. L’articolo terminava con la chiusura dell’unità abitativa, lo smaltimento dei corpi e il riciclo della donna, ormai inservibile.

«Meglio per lei» fu il commento di Alex, che dalle spalle di Josh sbirciava durante una pausa dal lavoro. Lo disse con le labbra tremanti. «Almeno non dovrà sopportare di vivere la sua famiglia solo attraverso le foto».

La camera di sterilizzazione, posta tra l’esterno e la casa, si attivò all’improvviso. Ogni spia collegata si accese nell’appartamento, accompagnata da un lento suono intermittente.

«È arrivato!» gridò Josh ad Alex, al lavoro nell’altra stanza. Andò ad attendere di fronte al portellone stagno che la procedura fosse terminata, con un fremito d’agitazione.

I droni Raptor arrivavano dal mondo esterno, tra i pochi abitanti di un’infinita città di cemento e ricordi. Il loro scafo era ricoperto da una strana ruggine, quasi oleosa, che nella camera di sterilizzazione veniva spazzata via. Uno sbuffo pneumatico accompagnò l’apertura della porta. Un arto tubolare si allungò, porgendo a Josh due supporti-dati, grandi come tessere. Gli aggiornamenti.

Nell’istante in cui Josh si voltò, le ginocchia gli tremarono.

Fece un passo.

Ne fece un altro.

E non accadde nulla. Il Raptor non si mosse.

Inondato di apprensione, il cuore mancò un battito. Perché non se ne andava? Una singola risposta gli balenò nella mente. “Non avevamo i permessi”. L’angoscia di essere stati scoperti, di veder la propria vita strappata via con il grembo gonfio di sogni, gli fece prendere all’istante l’unica decisione possibile. L’unico sacrificio che l’avrebbe salvata.

«Eccomi» disse Alex, spegnendosi subito nel vedere il drone ancora immobile sull’uscio.

«Questo è il tuo». Josh le consegnò in mano il supporto di aggiornamento. Trattenne le lacrime a stento.

«Josh, cosa succede?» L’espressione di Alex era spaventata. Capirono di avere lo stesso dubbio.

Ciò Alex che non capì in tempo era di tenere fra le mani l’aggiornamento di Josh.

Lui la guardò negli occhi densi, senza dire niente. Alzò la mano con la scheda di Alex e se la spinse nel petto, dritto nel foro dell’hyperlink.

“Procreazione abilitata”.

Si accorse di aver tenuto gli occhi chiusi per tutti i brevi istanti in cui i dati si trasferivano. Il respiro gli era mancato, ma ora sapeva. Sapeva di aver temuto per il peggio e trovato invece un enorme regalo.

«Alex» mugugnò, fra le lacrime e la gioia. «Ce l’hai fatta!»

Lei, d’obbligo, aveva spinto l’aggiornamento nel proprio hyperlink. Il pettorale elettronico si illuminò.

I suoi occhi si sbarrarono.

Una scarica elettrica le percorse l’intero sistema nervoso fino all’ipotalamo.

I muscoli prima si irrigidirono, poi, tremanti, si mossero da soli di alcuni passi. Solo pochi, più in là.

L’ultima cosa che Josh vide fu lo sguardo vuoto della donna che amava fissarlo con smarrimento. Sentì l’intero pianeta scuotersi in preda alle convulsioni sotto i suoi piedi. “Sei mesi di inattività. Riprogrammare” fu l’ultimo messaggio per lei, prima che il Raptor l’afferrasse, trascinandola all’esterno.

La porta stagna si richiuse.

C’era solo il volto di Josh, nel riflesso del vetro, distante un metro e mezzo da Altrove.

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Discussioni

  1. In questo racconto ci sono frasi che da sole dipingono un mondo, come “quello che c’era nei piatti era solo devozione”. Quando la scrittura riesce ad attivare l’immaginazione visiva del lettore, vuol dire che il racconto è davvero ben scritto, bravo!

  2. L’incipit e il primo paragrafo in generale stentano un po’, a causa della punteggiatura non sempre precisa. In seguito il racconto si dipana bene e sviluppa una storia interessante, a cavallo tra la distopia tanto di moda e la realtà.
    Nel complesso un racconto molto piacevole da leggere.

    1. Perdonami, per cogliere il punto: mi sapresti indicare la punteggiatura non precisa, in quello che possiamo chiamare incipit?

    2. Per me sarebbe più scorrevole così:

      La cena si era composta di una serie di portate disastrose, esattamente come la prima volta. Proprio per questo Alex sorrideva piena di una timida felicità, pensando che la sera del loro terzo anniversario era stata perfetta. Metteva distrattamente piatti e posate nella lavastoviglie e si tagliò sul palmo della mano con la lama di un coltello. Un taglio minuscolo in confronto alla quantità di sangue che ne usciva. Istintivamente portò la mano alla bocca ma Josh la fermò, baciò la ferita e asciugò il sangue con le labbra.

      Come sempre è tutto opinabile 🙂

    3. Ti ringrazio del parere! Contento che non sia questione di imprecisioni ma una precisa scelta di stile 🙂