
Un pub in montagna e dei versi anonimi
Serie: Cosa porteresti con te?
- Episodio 1: Un pub in montagna e dei versi anonimi
- Episodio 2: Rispondi solo a una domanda
- Episodio 3: Torna quando avrai un nome
STAGIONE 1
“E dimmi dunque, cos’è l’uomo?”
“In verità, l’uomo
Non è che una scintilla di vita
Che cerca l’amore
E trova la morte.”
Anonimo
«E’… bella, di chi è?»
La voce della ragazza attraversò il melmoso sottofondo di musica pop afroamericana che pervadeva il locale e mi bussò educatamente alle orecchie, interrompendo il mio nulla assoluto. Alzai lo sguardo.
«Cosa?» dissi.
«Quella frase. Sull’uomo. E’ bella, puoi dirmi da dove l’hai presa?» insisté lei, vagamente intimidita.
Ero seduto da ore al bancone del suo pub a sorseggiare una birra ormai calda e tenere occupato uno sgabello, fissando la pagina scritta solo a metà di un quadernetto da appunti in stile vintage. Dovevo per forza essere uno spostato o un tipo interessante, o magari tutt’e due. Alla fine, aveva ceduto alla tentazione di fare due chiacchiere: in fondo è questo che fanno i baristi con i clienti che bevono da soli, no? Però io non stavo bevendo, aspettavo che la mia birra evaporasse.
«Io non… non lo ricordo» risposi allora, reticente. Non avevo voglia di fare conversazione.
«Scusa, ti sto disturbando. E non dovevo leggere dal tuo quaderno. Ma sai, è così tanto tempo che non vedevo qualcuno scrivere con tanta concentrazione seduto al mio bancone. E con una penna stilografica ad inchiostro verde, poi. Non so, mi hai incuriosita. Sei un giornalista?»
Il suo sguardo si era appuntato sulla borsa della mia macchina fotografica.
«No» dissi seccamente, poi, pentendomi subito dei miei modi inurbani aggiunsi, con un mezzo sorriso: «Sono un semplice fotografo dilettante, prendevo appunti sulle mie foto di oggi.»
«Ci deve volere tanta ispirazione per questi appunti» rispose, ironica. La pagina conteneva appena quei pochi versi che lei aveva letto di traverso.
Mi rassegnai, prendendo atto con me stesso che l’ispirazione, già da un po’, seguiva strade che io rifiutavo. Il cervello da ore mi si affollava di frasi oscure che non volevo fissare, che non volevo consegnare al mio futuro. Insomma, era uno di quei giorni. Mi tolsi gli occhiali e stropicciai gli occhi, sentendomi subito un poseur da quattro soldi, quindi li rimisi e finalmente mi rivolsi nuovamente alla ragazza con il rispetto che l’educazione richiedeva.
«Mi scusi, sono stato scortese.»
«Li hai scritti tu, vero? I versi.»
«Oh, quelli… Sì, li ho scritti io tanto tempo fa. E’ una sciocchezza, roba da liceali» risposi imbarazzato. Non pensavo di potermi ancora imbarazzare alla mia età. Ma si invecchia imparando ogni giorno nuove cose, diceva Solone.
«Sembra l’inizio di una storia» disse lei, pensierosa «O forse la fine.»
Mi guardai attorno. Il locale era relativamente piccolo, un misto fra il pub nordeuropeo e la baita di montagna, rifinito con legno color miele scurito nel tempo dal fumo di mille sigarette e del camino in fondo alla sala. Le luci erano calde, un’atmosfera d’altri tempi che mi mancava da tanto. E non c’era nessuno. Nessuna sorpresa, quindi, che la ragazza avesse voglia di parlare.
«Serata tranquilla» dissi, tanto per conversare, prendendo finalmente coscienza della sua presenza. Poteva avere quasi trent’anni. Il suo viso regolare era incorniciato da riccioli ribelli che sfuggivano da una massa di capelli castani, trattenuti a stento da una sorta di chignon miracolosamente suggellato da una grossa matita nera infilata nel nodo. I suoi occhi verdissimi, incastonati sotto due sopracciglia folte ed espressive, mi osservavano da dietro un paio di occhiali da vista con una montatura nera un po’ squadrata. Mi sentii studiato e, più che altro per sfuggire a quella sensazione, lasciai che il mio sguardo sorvolasse discretamente sul resto della sua persona che spuntava da dietro il bancone: indossava un’ampia camicia di flanella in stile vagamente boscaiolo, sbottonata su una canotta verde militare. E sotto si intravedevano un paio di jeans scoloriti e lisi, più dall’uso che dalla moda.
La digressione ebbe il suo effetto: la ragazza smise di trapanarmi i globi oculari con il suo sguardo e si prese la briga di rispondermi, con tono casuale, come se quell’esame non avesse avuto luogo.
«Siamo ai margini di una località poco frequentata in questo periodo. Ed in paese ci sono locali con un mood più… consono alla gente di questi tempi. Diciamo che il mio stile è un po’ obsoleto. Comunque fra un po’ arriverà gente: di solito qui si riempie di sera tardi.» Sorrise un po’ storto, come se le dispiacesse un po’ l’idea di rovinare quell’intimità solitaria.
«Quindi il locale è tuo?»
«La mia famiglia lo ha in gestione da molto tempo.» Un’altra occhiata penetrante, poi un blitz per riprendere il controllo della conversazione: «E tu? Come sei capitato da queste parti?»
Con un brivido, mi resi conto di non sapere esattamente cosa rispondere. Separato da quasi un anno (“Facciamo le persone mature: fra noi non c’è più nulla da condividere”, aveva detto mia moglie prima di fracassare il mio notebook per scaricare i nervi), quella mattina mi ero svegliato con l’impellente bisogno di uscire di casa. Avevo preso con me la borsa con la macchina fotografica, il tablet per rivedere le foto, il telefono ed il mio taccuino con la penna stilografica verde, un vezzo che mi portavo dietro dal liceo. L’idea era di scattare foto dalla cima dell’Etna, il vulcano attivo che sovrasta la città dove abitavo. Impiegai più o meno un’ora per raggiungere la prima delle località dalle quali mi proponevo di scattare le mie foto, poi mi mossi da un posto all’altro, guidato più dall’istinto e dalla fantasia che dalle mappe. Avevo fatto gli ultimi scatti nel tardo pomeriggio, approfittando di una straordinaria congiuntura astrale che mi aveva permesso di riprendere sia il Sole al tramonto che la Luna, gigantesca e piena, che saliva all’orizzonte. Scatti indimenticabili, che solo una montagna di oltre tremila metri regnante su un’isola intera poteva regalare. Poi avevo iniziato la discesa, su un nastro di asfalto completamente buio e con temperature che promettevano il famigerato “ghiaccio nero”, spesso a sufficienza da non spezzarsi al passaggio di un’automobile, reso opaco dalla polvere vulcanica, nero come il manto stradale di notte e scivoloso come una pista da pattinaggio.
Durante il tragitto, necessariamente lento, mi ero sentito un po’ stanco, complice forse l’impianto di riscaldamento dell’auto che riciclava un po’ troppo l’aria. Era odore di gas di scarico quello che avevo sentito, ad un certo punto?
Comunque fosse, in un qualche momento di cui non avevo memoria precisa, dovevo essermi fermato lungo la strada, davanti a quel pub illuminato che prometteva un po’ di caldo ed una breve pausa dalla guida.
«Oh, io… ho scattato un paio di foto al tramonto, poi mentre tornavo ho pensato di fermarmi un po’ a riposare e prendere qualche appunto. Credo di aver percepito d’istinto che il posto mi sarebbe piaciuto.»
«E ti sbagliavi?» chiese lei, con un sorrisino ammiccante.
«No. però non capisco quella foto dietro il bancone.»
«Il gabbiano che vola alto? Non hai notato l’insegna, all’ingresso?»
«Scusa… no, dovevo essere un po’ stordito dalla guida.»
«Jonathan Livingstone. Si riferisce al Gabbiano, quello che… oh, ma probabilmente non l’hai letto.»
«In realtà sì, tante volte. L’ultima a mio figlio, una sera prima che si addormentasse. Una storia bellissima, che parla di come la morte possa essere un semplice passaggio ad un diverso livello di esistenza. Bei tempi, gli anni ’70. Tutto era credibile ed appariva possibile.»
Mi guardò, di nuovo, intensamente. Mi dava il mal di testa: distolsi lo sguardo da lei.
«E’ curioso il nome, per un ritrovo in alta montagna» dissi, cercando ancora di interrompere quella invasione della mia scatola cranica.
Lo sguardo della ragazza si intristì per un momento, poi tornò impassibile mentre lei, con tono professionale, mi forniva una rapida spiegazione: «Diversi anni fa, si racconta, il gestore del locale vide che un gabbiano si era spinto fin quassù. Lo rifocillò, lo lasciò riposare e poi lo guardò tornare a valle, planando. Da allora il nome del locale è sempre stato questo.»
«Si racconta?» ripetei, dubbioso, alzando un sopracciglio: «Non sono passati secoli.»
«Okay, il gestore era mio padre. Me lo ha raccontato lui.»
«Bellissima storia. Vorrei scriverla, un giorno. Posso?»
«Certo. Sei uno scrittore, vero? Lo avevo capito. Non serve tutta quella ispirazione per prendere appunti sulle foto scattate…»
«Oh, no. Non sono uno scrittore, come non sono un fotografo. Mi diletto a scrivere raccontini ed a scattare foto di bei soggetti. In effetti mi piacerebbe scattare una foto anche a te» dissi allora, di getto e senza ragionare. Me ne pentii subito, sentendomi un cinquantenne in crisi di mezz’età.
«Mi dispiace», aggiunsi subito: «Non era una proposta, amo davvero la fotografia.»
«Scatta pure, non credo che mi ruberai l’anima.» Mi aspettavo ancora il suo sorriso ammiccante, ma stavolta era molto seria. Mi fece un po’ di paura, ma scattai lo stesso qualche foto. Vennero bene, sia i ritratti che le riprese a figura intera, con la parete dietro il bancone ed il “Gabbiano che Vola Alto” sullo sfondo. La fiamma del camino sulla parete opposta le si rifletteva negli occhi, con un effetto insperato.
Serie: Cosa porteresti con te?
- Episodio 1: Un pub in montagna e dei versi anonimi
- Episodio 2: Rispondi solo a una domanda
- Episodio 3: Torna quando avrai un nome
Bella carica, mi piace.
“Bei tempi, gli anni ’70. Tutto era credibile ed appariva possibile.»”
Direi che in un’epoca come la nostra, dove non si riesce a crede più a nulla e la speranza è solo una parola scritta sul dizionario più per cultura che per reale esistenza, questa frase raccoglie in pieno quello che sta vivendo il protagonista in questo momento. Bellissimo racconto! Sono contenta di averlo trovato: mi metterò sicuramente in pari.
Non capisco come mi sia potuto perdere il tuo commento! Evidentemente a luglio ho perso commenti.
Grazie ShanLan, spero che questa mia risposta ti arrivi. Il racconto è diventato il libro cartaceo, e ora è in vendita. Buon anno!
Ciao Giancarlo, inizio adesso questa Serie. Hai uno stile molto scorrevole, mi piace il ritmo imposto dai dialoghi. Proseguo la lettura.
Grazie, Tiziano, per il tempo che dedichi alla lettura e per i commenti e correzioni, che sono vitali.
“«Scatta pure, non credo che mi ruberai l’anima.»”
Questo passaggio mi è piaciuto
““Facciamo le persone mature: fra noi non c’è più nulla da condividere”, aveva detto mia moglie prima di fracassare il mio notebook per scaricare i nervi”
Mi ha fatto ridere 😂
Ciao, sono una vecchietta, openiana da due giorni e consapevole di quanto ci sia da imparare. Ho iniziato a seguirti per curiosità ma credo che presto diventerà passione per il tuo stile di scrittura. Il racconto fluisce con una tale scorrevolezza!
Grazie Francesca, per la lettura e per aver lasciato un commento!
I commenti che ci lasciamo sono la cosa più preziosa. Anche quando sono critici.
Mi piace tantissimo il mood del protagonista, la sua amarezza e insieme la sua fragilità di creatura ferita. Anche la descrizione del locale fa venire voglia di visitarlo (e lo dico da amante dei bar e dei pub).
P.S. Il giorno che andrò in un pub da solo e una cameriera mi attaccherà un bottone in quella maniera credo andrò ad accendere un cero a Lourdes 🙂
Grazie tantissimo per la lettura ed il commento. Anche a me sarebbe piaciuto, quando aveva senso, un incontro così.
Ma non pensare che ci sia casualità in questo racconto… Non ce n’è proprio 🤣
Finalmente ho un po’ di tempo di leggere anche io.
Mi piace molto il fatto che tu abbia inserito le immagini! I dialoghi sono ben fatti e i personaggi mi incuriosiscono molto. L’ambientazione, poi, ne vogliamo parlare? 🙂
Grazie! Spero che ti piaccia anche il seguito, per me è un po’ un esperimento.
Ho recuperato questa serie grazie alla notifica di oggi del nuovo episodio! 🫣
Comunque, imbarazzo a parte, mi è piaciuto molto: l’atmosfera, la descrizione del locale e i personaggi.
Ho notato che questo tipo di ambientazione ti è piuttosto “cara”, dato che la ritrovo in altri tuoi racconti. O mi sbaglio?
Ad ogni modo, è uscito fuori un bell’episodio. 👍
Vicino all’Etna ci vivo, le montagne le amo ed i pub tutti di legno sono la mia passione, soprattutto se servono buona birra. Può bastare per essermi cara l’ambientazione? 😉
Mi sa che ti vengo a trovare, allora. Portando il telescopio con me. 😁
un incipit che merita di essere seguito nei suoi sviluppi. Anche l’ambientazione, con quell’accenno al vulcano, ha un’attrattiva come sempre ne hanno gli spettacoli naturali filtrati da una scrittura che ne sa cogliere l’essenza. Non c’è nulla di stereotipato e i personaggi sono veri e colti nelle differenti prospettive psicologiche e esistenziali. Bella prova, secondo me.
Grazie Francesca. Questa storia doveva finire dopo il prossimo episodio ma continuava a bussare con qualcosa che ancora non mi era chiaro. In questi giorni ho deciso di lasciarla uscire. Vedremo cosa ne esce, perché dal terzo episodio in poi la sto pubblicando man mano che la scrivo.
Una cosa che io evito per incompetenza sono le descrizioni, temo sempre di risultare noioso e le evito. Tu qui mi insegni come mostrare i dettagli e farlo con sintesi: la descrizione della ragazza mi è piaciuta molto. Un’altra cosa che mi ha catturato è l’uso di certi termini: “il melmoso sottofondo”, “busso’ alle orecchie”, “trapanarmi i bulbi oculari”. Bello stile. Vado subito a leggere il seguito.
Grazie Francesco. Spero che il seguito non ti deluda!
Complimenti Giancarlo, mi è piaciuto tantissimo quello che ho letto. È zeppo di consapevole, di naturalezza e di maturità, non so se ho avuto ragione ma mi sono proprio immaginato te in quel personaggio, nella figura che mi sono disegnati in testa della tua persona. Complimenti davvero
Grazie Roberto, grazie davvero. In qualche modo sì, ci sono anche io, anche se non sono né divorziato né separato e nessuno a casa mi ha (ancora) fracassato il notebook 🤣
“aveva detto mia moglie prima di fracassare il mio notebook”
😂
“miracolosamente suggellato da una grossa matita nera infilata nel nodo”
Anche io mi sono sempre chiesto come faccia una matita a tenere fermi dei capelli😂😂😂
“mi bussò educatamente alle orecchie”
Che bella espressione
Un ritmo lento, piacevole, che ti invita a sederti su una di quelle sedie vuote e gustarti quella birra calda mentre questi due parlano del più e del meno. Le descrizioni dell’Etna, che dire, ho da tempo un gran desiderio di fare un’escursione lì su!
Grazie Carlo!
Sì l’Etna è maestoso ed invitante. Come l’oceano…
Ahhhhh! Fino a qualche mese fa abitavo a Milo e praticamente andavo spessissimo a gustare un cappuccino mediocre e un paesaggio meraviglioso al rifugio Citelli. Quando hai parlato di strade buie, di asfalto scivoloso e di freddo pungente, mi sono ritrovato in quella casetta in affitto in via Belvedere, mentre cerco di scaldarmi con ettolitri di tè nero bollente preso al Paghi Poco…
La storia, almeno questo primo episodio, mi ha coinvolto tantissimo e adesso corro a leggere il prossimo per capire come va avanti.
Grazie Emiliano, sono contento che la mia barista senza nome ti stia intrigando! Vedremo il commento all’ultimo episodio per capire com’è andata…
Un intimismo delicato e sobrio, quasi sottovoce, di cui si sente un bisogno globale in questi tempi di sensazionalismo dodecafonico.
Grazie Hugo. È proprio l’effetto che speravo di ottenere. Grazie di essere passato dal mio pub preferito e del commento!
Bellissimo. Di questo primo episodio, che promette una gran bella storia, mi piace tutto. Forte l’ incipit e ben descritti i due personaggi che rendono coinvolgente il loro incontro. Mi hanno ricordato, per un attimo, il film con Clint Eastwood e Meryl Streep “I ponti di Madison County”. Piacevole anche l’atmosfera del pub e tanto meno poteva lasciarmi indifferente Il nome del locale. Credo che non perdero` nemmeno una “puntata” di questo film.
Grazie Maria Luisa, grazie davvero. Per la pazienza di leggermi e per i commenti sempre piacevoli ed equilibrati.
Mi ero ripromesso di starmene buonino per un po’, visto che il lavoro preme. Ma in questo finesettimana un’idea mi ha perseguitato con tanta insistenza da togliermi il sonno. E’ venuto fuori un racconto un po’ oltre la lunghezza di 1500 parole e l’ho dovuto tagliare in due perché non sono stato capace di accorciarlo senza snaturarlo. Mia incapacità.
Insomma, premeva tanto che ho dovuto passare un un po’ di tempo per completare il… parto.
Altrimenti non mi lasciava in pace, una vera tortura!