Un rumore

Serie: Tempesta

  • Episodio 1: Un rumore

Aveva già portato tutta la legna necessaria per la notte, ma pensò che un ceppo in più non avrebbe certo guastato. Se lo caricò sulle spalle e si diresse verso la baita nella quale abitava ormai da trent’anni, o forse anche qualcosa di più, non se lo ricordava.

Fuori stava calando la notte e il bianco della neve stava diventando l’unico riferimento grazie al quale riusciva a orientarsi intorno alla casa, anche se probabilmente non gli serviva più, avrebbe saputo fare una passeggiata nei dintorni a occhi chiusi, dove ogni tanto qualche radice di pino spuntava dal terreno creando una perfetta trappola per gli escursionisti disattenti.

Vide Nebbia apparire su un masso poco più in là, lo chiamò per farlo venire da lui, lo vide scendere e correre veloce, per quanto possibile sulla neve, sulle quattro zampe.

Alzò lo sguardo verso la parete rocciosa dietro alla quale il sole era scomparso da diverse ore, la stessa che l’alba illuminava di un arancio stupendo, per il quale non si era ancora stancato di alzarsi tutti i giorni presto per ammirarla.

Si girò verso sinistra e vide spuntare da dietro le cime più basse l’alone giallo delle luci delle cittadine nelle valli, le osservò con una punta di disprezzo che aveva imparato a controllare e tornò a quello che stava facendo.

Appena voltatosi, colse un movimento al limite del suo campo visivo, basso sul terreno, probabilmente aveva disturbato qualche topo o faina trascinando quel grosso pezzo di legno. Nebbia si buttò verso l’albero dove anche lui aveva visto qualcosa muoversi, e iniziò ad abbaiare e a scavare tra le radici.

Arrivò davanti alla sua baita, si diresse sul retro e lasciò il ceppo appoggiato per terra, sotto la tettoia.

La casa in legno di abete, costruita ormai tre generazioni prima dal nonno di suo padre, faceva ora parte di una struttura più grande che comprendeva una stalla per le mucche e una decina di metri più in là un bivacco per gli escursionisti che giravano per le montagne in estate.

Girò la chiave della porta sul retro, entrò e lasciò la giacca su una sedia a fianco della porta, si girò per chiudere, ma si accorse che Nebbia era restato fuori.

Aveva sul muso una strana espressione, dubbiosa, come se fosse sospettoso ad entrare nella casa dove viveva da dieci anni.

Cercò di spronarlo, ma non dava segno di voler entrare, così si girò per andare ad accendere il fuoco. Si accorse anche lui però che qualcosa non andava. Aveva ucciso solo due giorni prima una delle vacche e quello che sembrava un brandello di mucca se ne stava per terra davanti alla porta d’ingresso.

Si guardò intorno per controllare se il ladro fosse ancora nei paraggi, poi si avvicinò cautamente al rimasuglio, sempre guardandosi le spalle.

Controllò di aver chiuso la porta sul davanti, era sicuro di averlo fatto, come faceva sempre da circa sei anni fa, quando qualcuno era entrato dalla porta principale e aveva portato via diverso cibo che aveva con fatica accumulato in estate. Tutto questo mentre era andato via solamente per fare una passeggiata.

Chiusa. Si girò verso la porta sul retro dove, ancora dubbioso, Nebbia aveva iniziato ad abbaiare. Era sicuro di aver girato la chiave per entrare, anche quella era chiusa.

Che stesse iniziando a perdere colpi? Si iniziò a preoccupare. Eppure non veniva mai in casa dopo aver macellato una mucca, e lasciava tutto nella dispensa, sottoterra, dove il freddo del terreno conservava il cibo senza nessuno spreco di corrente.

Aveva solamente portato due pezzetti in cucina, ne teneva uno per mano, e se gli fossero caduti se ne sarebbe accorto. Li aveva lasciati nel piccolo frigo a energia solare che suo cugino Raphael aveva installato otto anni fa e che ancora non aveva mai smesso di funzionare. Aveva da sempre saputo che le cose più semplici erano quelle più durature.

Quindi?

Prese il pezzo che stava per terra e lo annusò. Nessun odore estraneo alla normale carne, ma forse… Annusò più attentamente, sentiva qualcosa che ricordava il freddo, la montagna là fuori. Andò fuori verso Nebbia per fargli annusare la carne, lui però istintivamente fece qualche passo indietro, per poi, spinto forse dalla sicurezza del padrone, avvicinarsi e annusare il resto di mucca.

Si girò subito verso l’esterno, scrutando la notte, come per cercare con lo sguardo qualcosa che aveva fiutato con l’olfatto. Non sembrò trovare nulla di soddisfacente, così zampettò tranquillo dentro casa, posizionandosi accanto al fuoco spento.

Non contento del risultato, lanciò il pezzo di carne il più lontano che poté, facendolo sparire silenzioso tra la neve.

Tornò dentro e chiuse la porta a chiave, sedendosi sulla panca di legno per la quale la moglie di Raphael, Nicole, aveva cucito con la tipica stoffa a quadri rossi e bianchi dei comodi cuscini ormai logori.

Nicole era morta dodici anni prima in un incidente stradale giù in città, e Raphael aveva da poco compiuto ottantadue anni e passava le giornate in una casa di riposo a Padova.

Lui invece aveva settantacinque anni, settantasei da compiere il prossimo Aprile. Si chiamava Rocco e viveva in quella casa da trentaquattro anni, trasferitosi solo cinque anni prima che sua moglie morisse. Viveva ormai da solo con Nebbia, chiamato così ispirandosi all’omonimo cane di Heidi.

Si voltò verso la finestra, dalla quale ormai non si scorgeva che il bianco della neve e le stelle alte nel cielo. Pensò che probabilmente una di quelle poteva essere sua moglie, lassù che lo aspettava pazientemente.

Lui però, pensò, aveva ancora del tempo lì sulla Terra insieme a Nebbia, le sue mucche e qualche marmotta che veniva a fare loro visita nelle limpide giornate di sole.

Si girò verso Nebbia e si accorse che aveva sentito un rumore, orecchie alzate girate ad ascoltare qualcosa davanti alla casa, testa alta e occhietti vigili pronti a chiunque si trovasse là fuori. La sua mente andò subito al ladro di carne, era pronto a beccarlo fuori dalla casa. Anche se chi si avvicinerebbe alla casa con brutte intenzioni vedendo le luci accese?

Beh, pensò, ci sono due opzioni, o sarebbe diventato anche lui una stella quella sera, o probabilmente era un animale in cerca di cibo, che per quanto pericoloso (gli venne in mente di quella volta che un orso girò intorno alla casa per due lunghe ore cercando la cena), non avrebbe fatto del male a nessuno.

Si alzò e andò a sbirciare dalla finestra. Niente. Un manto bianco ricopriva tutto intorno alla casa fatta eccezione per il vialetto che aveva scavato due giorni prima alla fine dell’ultima nevicata, e non si vedeva nulla di strano, nulla fuori posto.

Decise che non era nulla e tornò a sedersi sul divano, pensando a cosa avrebbe potuto cucinare per cena. Non che ci fosse molta scelta. Aveva quei pezzetti di carne che aveva portato su, della pasta che gli avevano portato due settimane prima, del formaggio che aveva fatto lui e poco altro. Gli piaceva così, avere poche cose, per non dover perdere tempo a decidere cosa dover mangiare, per non dimenticarsi mai di fare le scorte, per farsi da sé quello di cui aveva bisogno.

Dal paese in valle passavano ogni tanto per portare qualcosa di diverso, farina, verdure, legumi e fieno, in quantità che gli bastavano per una settimana e poco più, la quantità giusta per non salire ogni due giorni e nello stesso tempo non spezzarsi la schiena a salire i più di 1500 metri che li separavano dalla baita.

Lui barattava tutto con formaggi e di tanto in tanto con dei bei pezzi di carne bovina, che nei paesi vendevano per un prezzo così alto che sembrava una truffa, ma se questo gli consentiva di vivere lassù senza nessuno che veniva a rompere chi era lui per discutere.

Fu in quel momento che sentì la pala cadere sul retro. Nebbia fece un balzo e cominciò a indietreggiare fino a un angolo, cosa che non aveva mai fatto, anche quel giorno che l’orso fece qualche giretto intorno alla baita.

Allora Rocco prese il bastone che teneva vicino al divano e si avviò cautamente verso la porta sul retro, che era fornita solamente di una piccola finestrella grande quanto un piatto coperta da una piccola tendina.

Guardò fuori e provò ad allungarsi per guardare sotto e ai lati, ma per quanto si sforzasse non riuscì a vedere molto, ancora una volta solo buio e la neve bianca che rifletteva la luce delle stelle in quella notte d’inverno senza luna.

Si ricordava che la pala stava sulla sinistra della porta, e per fortuna aprendola poteva proprio sbirciare in quella direzione. Sentì strusciare sulle gambe la testa di Nebbia che forse fattosi forza vedendo il coraggio del padrone si era mosso dall’angolo per vedere di cosa si trattasse. Sollevò un po’ la maniglia per evitare che i cardini cigolassero e schiuse un po’ la porta. Un leggero vento freddo entrò in casa ricordandogli che sarebbe stato comodo aver preso la giacca.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa, Sci-Fi

Letture correlate

Discussioni

  1. Ciao Matteo, hai saputo caricare questo incipit di tensione con uno stile fluido, attingendo ad un immaginario atavico che noi tutto possediamo. Sono curiosa di leggere il prossimo episodio 😀