Un uomo semplice

Francesco Rossi era un brav’uomo, un uomo semplice, di quelli che si spaccano la schiena per un lavoro privo di soddisfazioni; quattro soldi appena sufficienti a tirar su una famiglia di sette figli, due maschi e cinque femmine. Vivere in una casa dove erano le donne a farla da padrone non dev’essere stato per niente facile.

Vuoi per il lavoro che odiava, vuoi per la famiglia che finiva sempre per soffocarlo, ogni venerdì, cascasse il mondo, saltava a cavalcioni del suo Garelli sgangherato e si dirigeva alla cantina del Bepi. L’ultima sedia in fondo al locale era la sua; non che l’avesse prenotata ovviamente, ma tutti al paesello sapevano che era così.

Il vino rosso del Bepi era l’unico vizio a cui si abbandonava; un calice, due, le rare volte che arrivava al terzo la lingua gli si scioglieva come la neve in primavera. Non la smetteva più di parlare, quelle rare volte; gli abituè della cantina sghignazzavano divertiti nel sentirlo raccontare di come aveva salvato un commilitone durante la prigionia in Germania, o di come era scampato all’attacco di un orso sulle alture che circondano Bergamo. Quanto di quel che raccontava corrispondesse a verità non era dato sapere. Una cosa però posso dirvela con certezza: i suoi occhi celesti si illuminavano di nostalgia quando iniziava a parlare di Marina. Teneva sempre una fotografia sgualcita nella tasca posteriore dei pantaloni e quando gli amici lo punzecchiavano non esitava a tirarla fuori e sbatterla sul tavolo.

«Visto com’è bella la mia Marina?»

«Attento Ceco, che se ti sente tua moglie ti ribalta a forza di schiaffoni!»

«Ha i capelli talmente rossi che paiono fuoco.» Il fatto che la fotografia fosse in bianco e nero rendeva difficile verificare quest’ultima affermazione.

Aveva conosciuto quella ragazza durante la festa del patrono; lo aveva invitato a ballare un valzer e lui, nonostante trovasse difficoltà a mettere un piede davanti all’altro, aveva accettato. Fu il più bel giorno della sua vita, la danza e quello che era venuto dopo: il piacere e la vergogna consumati dietro a un muretto, sordo ai richiami della moglie e delle figlie che lo avevano perso di vista.

Francesco Rossi era un brav’uomo, un uomo semplice, ma è proprio al suo ricordo che alzo il mio calice e brindo. Se qualcuno mi vedesse in questo momento, immersa come sono in una vasca piena di vino, probabilmente mi prenderebbe per pazza; il vino mi riporta da lui, la sua croce e la sua delizia. Dovete sapere che la morte ha fatto visita a Francesco sul ciglio di una strada, un venerdì in tutto e per tutto simile a tanti altri venerdì e in questo fatto trovo ci sia una certa giustizia, quasi un cerchio che si chiude.

Mentre mi crogiolo nel mio improbabile bagno, mi sembra quasi di vedere Francesco e Marina che danzano sospesi tra le nuvole; i folti capelli rossi di lei gli solleticano il viso. Sorride. Anche io sorrido, alzo ancora un po’ il calice e sussurro:

«Vi voglio bene, nonni.»

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. Quando un amore trova la sua realizzazione, il suo lieto fine, non nel “vissero per sempre felici e contenti” ma in una nuova vita, ed essa lo manterrà vivo negli anni a venire. Un bel racconto scritto in uno stile impeccabile! Complimenti

  2. Di un uomo buono si possono ricordare le azioni sbagliate ma a volte sono proprio quelle, sono proprio i passi falsi a dare vita a nuove cose, e a dare voce alla vita stessa, come nel caso di questa storia, come nel caso di questa nipote. Ho apprezzato l’idea con cui è stato interpretato il Lab (non era facile) e lo stile disinvolto.

  3. Un brindisi alla vita, anche se dura solo il tempo di un ballo ..Un episodio che racconta come la vita non si conti in anni ma in attimi d’ eternità.Complimenti per l’ idea