Una città senza nome

La città non compare su nessuna carta. Non perché sia invisibile, ma perché non ama essere fissata. Cambia forma a seconda di chi la guarda. Le strade respirano piano, i lampioni fingono indifferenza, il cielo resta basso, come se avesse qualcosa da nascondere.

In questa città vive un uomo che si fa chiamare Alder Venn. Nessuno sa se sia il suo vero nome. Probabilmente no.

I nomi veri pesano troppo. Alder cammina con un taccuino rosso sempre in tasca, uno zaino che ha visto giorni migliori e un’andatura cauta, da uno che ha imparato a non farsi notare. Sembra più attraversare l’aria che la terra.

Di giorno insegna. Un lavoro pulito, in apparenza. Aule troppo illuminate, voci giovani, domande che arrivano dritte allo stomaco. Parla di filosofia come si maneggiano armi scariche, di psicologia come si leggono rapporti riservati, di inclusione con la pazienza di chi sa che ogni bambino è una serratura diversa e nessuna chiave funziona due volte. Gli studenti lo osservano in silenzio. Riconoscono chi ha visto cose che non finiscono nei libri.

Di notte, Alder diventa altro.

La casa lo aspetta come un testimone scomodo. Vecchia, instabile, carica di ricordi che non chiedono permesso. Dentro, le ombre prendono voce. Natan. Andrew Bateman. Omen. Non sono fantasmi, non del tutto. Sono parti lasciate indietro, ferite che hanno imparato a parlare. Discutono, provocano, dicono ciò che Alder tiene stretto tra i denti. Lui scrive. Sempre. Per non dimenticare chi è stato. O chi potrebbe tornare a essere.

Ci sono notti in cui il dolore filtra dalle pareti come umidità. Altre in cui è l’amore a bussare, con mani sbagliate. Alder ha conosciuto donne abbastanza da capire quando una è una promessa e quando è solo un’altra uscita di sicurezza. Ma una figura resta. Caroline. Uno sguardo preciso, troppo lucido. Tra loro non è successo nulla. Ed è stato un errore perfetto.

Alder vive sospeso: tra l’uomo che mostra, quello che insegna e quello che tiene chiuso a chiave.

Un pomeriggio vede un bambino parlare senza paura tra i suoi pari e poi spegnersi davanti a un adulto. Alder si abbassa, gli dice che la voce non è sparita, è solo nascosta. Il bambino gli prende la mano. Un patto silenzioso.

In un’altra stanza, un altro bambino combatte il mondo a pugni chiusi. Alder non lo ferma. Rallenta il tempo. A volte basta quello.

La sera, tornando a casa, Alder sente qualcosa ricomporsi. Non abbastanza da salvarlo. Abbastanza da tenerlo in piedi.

Natan lo aspetta al tavolo.

“Sei troppe cose” dice.

Alder spegne la luce. Le verità serie non chiedono replica.

Nel buio, un pensiero resta acceso come una sigaretta dimenticata: essere molti è l’unico modo per non sparire.

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