Una Leonessa

Serie: DEA


Sull’orlo dell’esaurimento cercavo di andare avanti. Fortunatamente, non vidi Dea per tutta la settimana. Venni a sapere che era influenzata e preferiva starsene a casa. Nella mia follia pensai che lo facesse apposta: farsi desiderare dopo il mio rifiuto, farmi sapere che era con lui, chiusa nella sua stanza. Voleva farmi ingelosire — e ci riuscì alla grande. Mi mangiai il fegato dalla rabbia. Volevo vederla, parlarle, risolvere la questione.

Arrivò il sabato sera. Non mi salutò, non disse nulla. Sembrava infastidita, come se non volesse essere lì. Ci organizzammo e finimmo nel solito posto. Durante tutta la serata sentivo il suo sguardo su di me, ma non una parola. Si era seduta di fronte e, a un certo punto, sentii sfiorarmi la gamba. Alzai lo sguardo: mi fece un cenno. Si alzò dicendo: «Io esco a fumare, vieni?» A mo’ di zerbino risposi: «Sì, arrivo», e la seguii.

Faceva freddo, piovigginava, o forse era nevischio. Mi disse: «Ripariamoci in quel portone». Non so se lo avesse previsto, ma mi prese per mano e mi trascinò dentro. Eravamo così vicini che sentivo il suo respiro sul mio viso. Una sigaretta, due boccate a testa, e il tempo si fermò. Mi sussurrò: «Ho freddo, abbracciami». Non era una richiesta, era un’arma. La raccolsi. Si strinse a me e appoggiò la testa sul mio petto. Il suo profumo diventò il mio, i battiti presero a correre. Le labbra si avvicinarono come si erano promesse. Persi il controllo e tutto fu semplice. Il contatto si fece lungo, profondo. Il bacio esplose — non solo sulle labbra ma dentro di me — e mi travolse. Era il bacio che avevo sognato. Un’ora, un minuto, un secondo, un attimo. Il tempo aveva perso senso. In preda al panico mi staccai con una tale velocità da sbattere la nuca contro il muro. «No, Dea… no, Dea… no, Dea…» Non so quante volte ripetei quelle parole, tremando e sapendo di aver fatto ciò che il mio cuore non desiderava. Mi sentivo un verme. I nostri rispettivi compagni erano dentro il locale e noi fuori. «Cosa stiamo facendo? Tu… lui… io… lei… Non può accadere», balbettai. Lei non parlò. Cercò ancora la mia bocca. Gliela concessi per un attimo, poi le presi il viso tra le mani e, quasi piangendo, sussurrai: «Scusami, non sono all’altezza del tuo coraggio.» Il nostro tempo era scaduto. Per anni avevo cercato di afferrare la sua mano e ora che era mia sentii di essere arrivato tardi.

La guardai negli occhi. Li vidi riempirsi di lacrime. In quell’istante capii tutto. Non era solo lei, eravamo noi: due mondi diversi che prima o poi si sarebbero scontrati. I sentimenti non sarebbero bastati e il dolore sarebbe stato impossibile da reggere. Meschinamente avevo scelto di non provarci, per paura che il mio confortevole declino si rompesse. Tornai con la mente a un pomeriggio lontano, quando — da bambini — mi prese la mano per aiutarmi a superare un ostacolo. Ma io non ci riuscii. Rimasi indietro. Ora stavo facendo la stessa cosa. Staccai il suo viso dal mio.

Feci un cenno, come a dirle: io torno indietro. Il nostro è un sogno che non può esistere perché ho paura di perderti. Mi voltai. Corpo teso, passo deciso. Dovevo allontanarmi alla svelta prima di un ripensamento. Attraversai la strada ripercorrendo tutta la mia vita senza respirare, il cuore fermo. Aprii la porta del locale. La luce, il rumore, le voci — tutto mi investì violentemente, come un ritorno improvviso alla realtà. La nuova compagna era lì, seduta al tavolo: rideva, parlava con gli altri, non si era accorta di nulla. La guardai cercando un appiglio, ma non trovai niente. Intorno a me, volti familiari che ora sembravano maschere: li vedevo, ma non riuscivo a sentirli, la mia testa era altrove. Mi sedetti in silenzio, come il giudicato che attende la sentenza. Qualche minuto dopo arrivò. Dea rientrò come se nulla fosse, il volto sorridente. Riabbracciò il suo compagno e annunciò che presto avrebbero preso casa insieme. Lui la baciò sorridendo. Io restai immobile: ti odio, Dea, perché non ho la forza di amarti. Pensai di crollare lì, sul posto. Era finita.

La mia nuova relazione si spense qualche settimana dopo. Senza drammi. Semplicemente non riuscii a gestire l’impatto emotivo. Lei se ne rese conto e prese la decisione giusta: lasciarmi bruciare da solo. Dea sparì con il suo trofeo tra le braccia. Non la vidi più. Si sposarono, ebbero due figli. Venni a sapere della malattia, un brutto male mi dissero. Non sapevo dove fosse né come contattarla. Avrei voluto scriverle, parlarle, dirle che — anche se distanti, anche se non ci siamo più visti — non ero pronto a perderla. Avevo bisogno di credere che, prima o poi, sarei riuscito a superare i miei limiti, a saltare l’ostacolo. Ma non lo feci. Seppi che aveva lottato: la chemio, la sua chioma riccia nascosta sotto una parrucca, il corpo mutilato dalle cure, ma alla fine aveva vinto. Ancora una volta. In fondo lo sapevo: lei è una cazzo di leonessa.

FINE.

Serie: DEA


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