Una manciata di secondi

Sten e Uzbert si stavano preparando per ricevere l’ennesimo assalto, l’ultimo, quello che avrebbe sbaragliato le ultime forze imperiali a difesa della raffineria, quello che avrebbe messo fine alla loro resistenza. 

Da giorni, i Pelleverde vomitavano urla e piombo su Dalmor. In poco tempo si erano avventati su tutto il pianeta, razziando e bruciando. Le difese imperiali avevano fatto il possibile per fermare questa ondata di morte verde; fu tutto vano. Accadde tutto troppo in fretta, il loro numero era soverchiante.

Sten stava fissando con sguardo perso quello che rimaneva del Commissario Krust, un ammasso di carne scarlatta tenuta assieme da abiti neri. Poco distante, il cappello rosso adornato dall’Aquila Imperiale d’oro. Sten, seduto nel fango accanto a Bert, si spostò dalla parete della trincea poco profonda e si avvicinò carponi per prenderlo. 

“Ehi, Sten, che fai?! Sei impazzito?!”, fece con tono stanco Bert.

“Ahahah,” ridacchiò Sten, “ho sempre voluto vedere come mi stava”. Sten ammiccò verso Bert, che gli rivolse un sorriso amaro. 

Si levò il cappello e lo lanciò nel fango, tra i corpi martoriati del resto del plotone. 

Le urla animalesche e i rombi di motori si facevano sempre più vicino. Sopra le loro teste fischiavano i proiettili e missili si schiantavano sulla raffineria alle loro spalle. 

Bert controllò la cartuccia del suo fucile laser. 

Piena. 

Tolse la baionetta dallo zaino accanto a lui, fece per innestarla, si bloccò per qualche istante. Lanciò sopra le proprie spalle baionetta e fucile, oltre la trincea. Sten, seduto al suo fianco, si slacciò l’elmetto e lo buttò a terra, prese il suo fucile laser e controllò la carica della sua cartuccia. 

Vuota. 

Non si preoccupò di sostituirla. 

Bert si accese una sigaretta, tirò due lunghe boccate e la passò a Sten. 

“Ti ricordi il piccolo orticello di verdura che coltivavamo di nascosto al campo di addestramento?”, disse Sten, guardando un rozzo velivolo che passava sopra la loro posizione. 

“Cazzo, erano le patate migliori di Dalmor…”.

Sentirono il terriccio cadere sopra le loro teste: una squadra di orki a cavallo di moto che sputavano fumo nero, denso e oleoso, balzò sopra le loro teste per atterrare dalla parte opposta della trincea e proseguire la loro corsa all’interno del complesso industriale alle loro spalle. 

Vennero investiti da una fitta coltre di smog, grazie alla quale non videro le Bande dei Ragazzi che, urlanti e selvaggi, si riversavano nella loro trincea. 

Bert e Sten si strinsero la mano e chiusero gli occhi. Finì tutto in una manciata di secondi. 

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Discussioni

  1. Ciao Davide. Amo il fantasy e ti sono grata per avere inserito dei tag che mi hanno consentito di orientarmi. Non conosco Warhammer se non per aver visto delle miniature che mi hanno letteralmente fatta sbavare (vuoi perchè uno dei miei sogni impossibili è proprio quello di dipingere miniature, ma con i pennelli sono una frana: mi trema la mano). La storia mi è piaciuta, in particolare l’immagine dell’orto che ha reso i tuoi combattenti “umani”. Non se se questo, come indicato appunto nei tag, sarà uno Oneshot o scriverei altre storie ambientate in questo mondo fantastico. Se sì, che ne pensi di inserire un episodio introduttivo dove illustri ai profani (come me) com’è la realtà in cui si muovono i tuoi personaggi?

    1. Ciao Micol, grazie per la tua lettura ed il tuo commento.
      Hai ragione, è un breve racconto ambientato nell’universo di Warhammer 40.000 che non tutti conoscono, trattandosi di un argomento molto vasto, non mi sono voluto addentrare troppo in “tecnicismi” o spiegazioni. Capisco che per chi non è a conoscenza, la sensazione potrebbe essere quella di ritrovarsi un attimo spaesati, ma questa One shot è per me una prova su diversi fronti, personali e non, ad ora non so se ci sarà continuita’.