Una mia responsabilità 

Lo zaino sulle spalle pesa particolarmente questo pomeriggio, non avrei dovuto ostinarmi a infilarci dentro il vocabolario di latino, ma ci sono passati così tanti altri studenti prima di me che c’è scritto buona parte del programma. Mi trascino pigramente verso casa, anche se ho una gran voglia di scappare via. Le suole scollate strusciano sull’asfalto, il buco nel lato destro sembra ingrandirsi ad ogni minimo passo che compio come a volermi ricordare il mio stato di degrado. Alzo gli occhi dalla strada solo per rendermi conto che mancano ancora ben due chilometri a casa mia e ne ho già percorsi uno e mezzo, come ogni giorno. Casa mia è lontana da scuola, ma la mia famiglia non ha i soldi né per un abbonamento né per i biglietti e non posso permettermi di prendere una multa. Non posso permettermi di fare nulla di sbagliato se voglio proteggere Alessia, se voglio continuare a vivere con lei. Mia la sorella, mia la responsabilità. Basterebbe un brutto voto a scuola per mandare tutto all’aria; i miei professori si insospettirebbero e chiederebbero di parlare con i miei genitori e da lì in poi sarebbe una tragedia. Perciò a scuola cerco di essere sempre la migliore, di dare il massimo ed essere una studentessa modello per non insospettire nessuno. Cerco di apparire pulita e curata, anche se in minima parte. Al mattino mi alzo all’alba, corro al parco per lavarmi alle fontanelle finché non c’è nessuno. Riempio delle bottiglie di plastica per Alessia e le lascio scaldare al sole in modo che almeno lei possa avere dell’acqua quantomeno tiepida. Le infilo nello zaino e passo dal fornaio, per fortuna il Signor Roberto mi ha presa a cuore e al mattino mi regala i cornetti bruciati o del giorno precedente. Odio fargli tenerezza, odio il suo sguardo pietoso, ma è l’unica fonte di cibo che non costi quindi devo farmelo andare bene. Mi sono chiesta spesso come vi veda la gente, sarebbe interessante farmi prestare gli occhi dal signor Roberto e analizzarmi, comprendere cosa smuove la sua umanità. Quando mi specchio nelle vetrine io vedo solo una ragazzina di quindici anni troppo magra, troppo bassa e troppo anonima.

Faccio ancora qualche passo, poi il degrado del mio quartiere mi stupra gli occhi fino alla fine. Lo stomaco mi si accartoccia ogni passo in più che faccio verso quella sottospecie di edificio che chiamiamo casa: un enorme palazzo fascista destinato alla demolizione occupato abusivamente. Non abbiamo acqua calda, non abbiamo elettricità, d’estate si crepava per il caldo e d’inverno si muore letteralmente di freddo. Ricordo ancora il mio ex vicino, un uomo di circa quarant’anni con l’aspetto di un ottantenne morto per assideramento. Salgo fino al terzo piano, dove c’è casa mia. La porta è aperta, la cosa non mi sorprende. Quando al mattino esco spero sempre di ritornare e trovare ancora tutti vivi, o quantomeno Alessia. Entro silenziosa, cercando di carpire almeno chi è presente nell’abitazione. Dei gemiti pesanti mi penetrano le orecchie, mi affaccio appena verso quella che dovrebbe essere la camera e trovo mia madre intenta a saltare sul pene di uno sconosciuto. Ai suoi piedi, Alessia gioca con una bambola ignara di cosa accada ad appena qualche centimetro dal proprio capo. Sgrano gli occhi, incredula di fronte alla totale strafottenza di mia madre nei confronti di una bambina di sei anni. Corro nella sua direzione prendendola in braccio e pregando ogni forma di divinità esistente, poco importi a quale nome voglia rispondere, che non abbia visto troppo. La porto in cucina, tiro fuori dallo zaino qualche merendina che ho rubato ai miei compagni di classe e gliele porgo.

-Non c’è niente con il cioccolato, Arianna? – mi domanda con gli occhi speranzosi di una ragazzina della sua età.

Scuoto il capo, non posso permettermi anche di fare una selezione sulle merendine che rubo. Lei scuote le spalle e mangia ciò che ho riversato sul tavolo senza troppi complimenti. Nel frattempo, dall’altra stanza sento che mia madre sta per finire, i loro grugniti sono diventati più insistenti. Mi viene da vomitare, ma non lo faccio perché sarebbe uno spreco di cibo e acqua. Resto a contemplare Alessia, sperando che il suo viso dolce funga da antiemetico e dia sollievo al mio stomaco. Forse dovrei consigliare anche a mia madre dei farmaci, come degli anticoncezionali dal momento che dubito fortemente usi dei preservativi. Non ho idea di chi sia mio padre o quello di Alessia, non sappiamo nemmeno se sia lo stesso uomo. Alle volte mi meraviglio di come sia mai possibile che io e mia sorella siamo quasi in perfetta saluta, certo siamo magre come due chiodi arrugginiti, ma potevamo sempre combattere tutti i giorni con l’Aids dato il nostro tenore di vita. Mi sembra assurdo che io sia arrivata a quindici anni senza mai mettere una sigaretta tra le labbra o un ago in una vena, che sia ancora vergine nonostante la feccia che mia madre si ostini a far entrare in casa o anche semplicemente che io sia viva. Guardo ancora Alessia, non posso cedere un solo pezzetto di vita a nessuno perché ho delle responsabilità. Senza di me, mia sorella non avrebbe mai nulla da mettere nello stomaco, una bottiglietta d’acqua da bere o una felpa per l’inverno. Se la nostra vita dipendesse interamente da mia madre, saremmo concime o cibo per i vermi a quest’ora. La sua unica preoccupazione, il suo unico punto fermo della giornata, è la dose che l’attende. L’ho vista più volte collassata per terra con una siringa ancora che penzola dalle braccia che in piedi ai fornelli, magari a preparare qualcosa da mangiare per noi. Invece le uniche esperienze di mia madre intenta a scaldare qualcosa, è la droga che scioglie nel cucchiaio.

-Arianna, va a prendere il pacco-

Mi sono così persa nei miei pensieri da non accorgermi che ha finito di scopare con lo sconosciuto di turno. Me li ritrovo entrambi alle spalle, nudi, e un moto di nausea mi stritola lo stomaco come un serpente alla vista del membro flaccido tra le gambe di lui. Mi volto all’istante, coprendomi la bacca con una mano.

-Che c’è ragazzina, mai visto un pisello? –

Mi alzo di scatto coprendo gli occhi di Alessia, almeno lei non avrà gli incubi stanotte. Sento mia madre ridere sguaiatamente alla battuta dell’uomo, come se fosse la cosa più divertente del mondo. Tra le dita stringe una banconota da cinquanta, probabilmente è il pagamento appena ricevuto.

-Non mi va adesso-

Non posso e non voglio lasciare Alessia da sola con loro, temo fortemente per la sua incolumità. Sono certa che se quest’energumeno avesse voglia di metterle le mani addosso lei non lo fermerebbe. Guardo mia madre e lei guarda me, ma il suo sguardo è talmente carico di rabbia da costringermi a fare un passo indietro.

-Vuoi che ci mandi quella merda inutile di tua sorella? –

Deglutisco. Sarebbe capace di mandare una bambina di sei anni nel covo dei leoni, di lasciare che la sbranino senza provare la benché minima pietà. Quindi prendo i soldi, tendo la mano ad Alessia ed esco sentendoli ridere alle mie spalle. Cosa avranno mai da ridere, poi?

Cammino lenta, più lenta che posso ho bisogno di aria. Il pusher di mia madre non abita poi tanto lontano da qui ed io voglio prendermi qualche attimo per me, regalare qualche attimo ad Alessia. Vorrei salvare almeno lei, da mia madre, da tutto questo schifo di mondo nel quale siamo state sputate. Vorrei poterle giurare che un giorno finirà, che non dovrà più vedere nostra madre sfiorare l’overdose o sedersi sul primo fallo che le elargisce soldi. Ma posso sperare, solo sperare, che quando torneremo a casa con la dose lei sia morta o scappata con il primo uomo che ha bussato alla sua porta. L’ammazzerei con le mie stessi mani se ne avessi il coraggio, se questo servisse a salvare Alessia. Per mia sorella farei qualunque cosa.

Mia sorella è una mia responsabilità e lo sarà ogni giorno della mia vita.

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