UNA NUOVA ALBA

Oggi è un giorno migliore. Oggi, è un giorno preso dal passato e portato fino a qui. Non sarei me stesso altrimenti, non sarei il Demetrio che tutti conoscono. E’ difficile scrollarsi di dosso l’odore della pioggia, a maggio. E’ un qualcosa che ti avvolge a trecentosessanta e non ti molla, specie se corri, di mattina presto, fregandotene di tutto e tutti. Dopo aver stretto la mano forte di Giorgio Moroder pensavo che dalla mia vita non potessi pretendere altro. Pensavo fosse tutto, ecco. Ma è sempre la vita stessa a presentarti il conto, prima o dopo. E la linea di demarcazione tra prima e dopo, per me, ironia della sorte si chiama proprio vita. Quando me ne sono accorto, ho deciso di cambiare.

Mi trovo qui ora, con i capelli bagnati e il fiato corto. Mi fa ancora strano parlare all’alba. Li ho perfino tagliati, i capelli. Non mi interessa più fare colpo con la chioma che tocca le spalle. I nuovi inizi partono anche da questi dettagli: provate a chiedere a una donna che si è appena lasciata con l’amore storico. Ma il Demetrio che conoscono tutti, che conoscete anche voi, ora è una persona nuova. Dove sta quindi la crepa in tutto questo? Vi chiederete. Cos’è successo affinché il Demetrio Dj, re indiscusso delle disco emiliane, lasciasse improvvisamente la scena? Potrei tirarmela, come fanno in molti, ripiegando su una conversione religiosa e sulle ali di questo scrivere un libro. Potrei. Ma per dare una svolta alla vita, serve ben altro. A me è servito fare i conti con la morte di mio padre e alla depressione nella quale ero sprofondato i giorni a seguire. Mio padre diceva sempre: non farti sconfiggere. Pronunciava quelle parole negli attimi in cui era felice, fino a pochi istanti prima di morire quando aveva già il fegato eroso dal grande male e sul comodino in fianco al letto dell’ospedale teneva Tu sanguinosa infanzia di Michele Mari.

Papà io l’ho capito solo tardi, col tempo. Quella sua schiena ricurva di sera sui fogli bianchi, il gomito a metà e quel suo sguardo assorto nei pensieri. E la luce, fioca, a proiettare la sua ombra in movimento nella polverosa soffitta. E’ lì che i miei ricordi si appoggiano ora. La scala a chiocciola che portava lassù, quando in pigiama andavo di nascosto a spiarlo. Allora non capivo, c’erano i giochi e le attenzioni di mamma da guadagnare. Fu il tempo a darmi le risposte ai suoi lunghi silenzi; con gli amici li chiamava blocchi. Prendeva la penna in quelle sere e la trattava male, la sbatteva con forza, la violentava in un costante smarrimento. Lunghi sguardi fuori verso la distesa di pioppi e le luci gialle dei lampioni nella nebbia. L’adolescenza fu per me un periodo sordo. Le porte sbattute, le fughe, il mio rifiuto. Poi l’inizio del contagio con le discoteche, la passione smisurata per la house music. Non il solito tunz-tunz-tunz quindi. Io volevo sempre sperimentare, non mi bastava quello che passava il mercato. E’ stata quella la mia grande fortuna (e bravura). Così, mentre i ragazzi facevano la fila fuori al freddo con in mano una riduzione sulla quale era stampato il mio nome in attesa di venire selezionati all’ingresso, io ero già al caldo dietro la mia consolle sul palco, con le cuffie alle orecchie. Una sorta di divinità. Sembrano passati secoli da allora.

Tutte le volte in cui mi sono trovato a viaggiare ho messo il naso dentro a una libreria: mio padre c’era sempre. Quel libro dalla copertina rigida e opacizzata col suo nome impresso in caratteri neri su sfondo bianco, l’elegante cucitura filo-refe, l’inconfondibile profumo della carta avorio all’interno. Quando mi capita, ne prendo sempre in mano una copia e la sfoglio, pagina dopo pagina, alcune volte aprendo a caso. E’ come se in quel momento lui mi parlasse, come non ha mai fatto in vita. Tutte le parole non dette, le ritrovo impresse nell’inchiostro di quelle pagine. Rivedo il volto giovane di mio padre, quando ancora era un uomo attraente, di quelli che si portano appresso l’aria del bello e dannato. Poteva assomigliare a James Stewart, più duro rispetto al George Bailey di “La vita è meravigliosa” ma ugualmente espressivo. Così ho deciso di far valere la mia laurea. Ma questo non significa che con un pezzo di carta in tasca sul quale sta scritto Dottore in scienze della formazione, tutto si sistemi. Qui al Germoglio, la comunità di recupero dei tossicodipendenti per la quale lavoro, il pane te lo devi guadagnare ogni giorno. Lo sanno bene i miei ragazzi. E io assieme agli altri educatori cerco in tutti modi di infondere in loro la speranza, la voglia di lottare, di non mollare mai. Come farebbe un buon allenatore da bordo campo, osservo la mia squadra fatta di nomi, cognomi e soprannomi facendo di tutto affinché possano ascoltare i miei consigli. Consigli, non ordini. E’ fondamentale. Si vince sempre insieme, anche se nel nostro lavoro siamo spesso costretti a piangere sconfitte che a celebrare vittorie. Si va a fare lo spesone insieme, ci si prende cura dei cavalli, si lavora il legno, si fanno crescere le verdure nell’orto, si condividono momenti.

Ho trovato un senso a tutto in questa nuova dimensione. Una realtà che fa spesso a pugni con la vita ma che dalla vita attinge ogni risorsa. Se sono arrivato fino a qui lo devo a mio padre. La sua scomparsa ha dato un senso nuovo a tutto, sovvertendo l’ordine delle mie giornate, dei miei orari.

Mi fa ancora strano parlare all’alba.

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Discussioni

  1. Ciao. Hai descritto un’esperienza che ha cambiato radicalmente la mia vita. Il tempo è un concetto volubile, serve un dramma per comprendere che a importare è la qualità non la quantità. Il risveglio, la voglia di spiegare le ali. Le tue riflessioni hanno colto il segno.