Una serie di disastri di nome Jessica

«Amo tutto di lei, come mi guarda, come si muove, come mi lecca le palle.»

Siamo tossici di tempo, un passato che non torna. 

«È una dipendenza» mi fa. 

É il delirio di Vix, un giovane pazzo.

«Ti ammazzerà» dico, ma è troppo dentro per uscirne. 

«Sei un cadavere che cammina» fa Ale, ma lui va avanti a parlare come un disco rotto.

«La amo» ripete Vix.

Quante donne bastano per tenere a bada l’idea di saltare la recinzione verso l’altra sponda?

Sostiene che non è una qualsiasi, che ha qualcosa, che lo distrae dall’ammettere che, in fondo, è una del mucchio. Cerco di fargli capire che si sta portando a letto una versione distorta di sé stesso. 

«Il sesso è sopravvalutato» interviene Ale «l’idea che qualcuno voglia scoparti è già la scopata.» 

Descrive il sesso come un trucco per illuderci che l’amore sfugga al dominio del corpo, mentre ci ritroviamo schiavi della carne. 

«L’amore non ha nulla a che fare col sesso» dico «una messa in scena di ciò che pretende di significare.»

«In realtà non ti manca il sesso» rivolgendomi a Vix «ma l’ossessione di essere posseduto.»

Dopo aver tagliato i ponti, lui e la sua ex si cercano ancora, consci che dopo aver scopato, si butteranno in altri guai, in altri letti.

«Cosa ci scopiamo allora?» mi lancia Vix.

«A questo punto della storia» dico «ti scopi gli errori che hai commesso.»

La mia vecchia relazione era un coacervo di contraddizioni. Il vero legame tra noi era il sesso eccezionale. Ogni volta che ci illudevamo di amarci, finivamo a letto. Senza il sesso? Due bastardi pronti a ferirci. Fuori dalle lenzuola, la realtà si sgretolava, impedendoci di essere qualcosa.

Non si è mai veramente nulla, finché essere qualcosa significa essere qualcuno.

Se foste al posto di Vix, il viaggio sarebbe una caccia malata per scovare tracce delle vostre ex in ogni cosa che incontrate.

«L’amore è una pianta» blatero «bisogna che ve ne prendiate cura.»

Anche se capire questo sistema è complicato, c’è del vero. Le piante, per quanto fragili, se annegate nell’acqua ti mandano a cagare; se le trascuri, muoiono. Le relazioni funzionano allo stesso modo.

«Cos’è l’amore?» Chiede Vix, perplesso.

L’amore è ciò che scegli di essere, direi, ma quello che mi esce dalla bocca è:

«Una scheggia mortale.»

Intanto Vix, va su e giù come un pendolo, cercando di sgrovigliare il pasticcio in cui si è cacciato. Quella ragazza gli ha scavato così tanto dentro da renderlo incapace di riconoscersi. Una serie di disastri di nome Jessica, con la quale finisce a letto, per poi ritrovarsi solo, a marcire nei suoi pensieri.

«Per ora va bene così, poi chissà… » dice.

Nel frattempo sono passati quattro lunghi anni.

Siamo ammucchiati in questo tugurio da così tanto che non ci facciamo più caso. La conversazione salta avanti e indietro, tagliata solo dal risucchio delle nostre sigarette elettroniche.

«È l’intuito, cazzo» dice Vix, ripercorrendo un briciolo di ricordo «mi sono innamorato di lei per questo» confessa «che schifo ricordarsi tutto.»

«Quanto è valsa la pena darle tutto, vista la merda in cui sei finito?» sbuffando tabacco al rum verso di lui.

«Le ho dato tutto, perché credevo ne valesse la pena!» dice, emergendo dalla nebbia come un fantasma punitivo. 

Ora si gode le rovine del castello che si è tanto divertito a demolire.

Per molti, digerire l’idea che una storia sia conclusa è come ingoiare un licenziamento senza preavviso: un’amara pillola che non era nel contratto.

«Tu non sei equilibrato» diceva sempre la mia ex «devi scegliere da che parte stare.»

Essere da qualche parte significa rinunciare ad altri luoghi, altrettanto vivibili, dove ti troveresti se non fossi lì, con lei, a riempire un vuoto. “Stare” è un concetto che appare alieno a chi decide di allontanarsi da altre possibili dimore della vita. Le dimore di cui parlo sono disseminate in spazi diversi, in diversi luoghi, dove un singolo amore non basta.

«L’amore che descrivi è un’utopia» mi ritrovavo a sentire «se ami qualcuno ci sei sempre, ogni istante.»

«Anche se vado a pisciare?» chiesi.

«In un certo senso» rispose.

Voleva farmi bere l’idea che chi ama è immune dagli errori. Che razza di amore è questo?

Non poter tenere le redini la mandava in bestia.

«Sei destinato alla solitudine» mi rimproverava.

Una profezia che faceva sorridere, dato che ero il primo ad ammettere quanto fossi un lupo solitario.

La regola era esserci, punto. Avevamo stabilito all’inizio che non ci saremmo fatti del male, ma la verità è che la clausola del menefreghista, entrava in gioco al primo scricchiolio emotivo.

«Non sei abbastanza presente» e aveva ragione cazzo, io non lo ero.

«Vuoi che ci sia?» indagavo.

«Voglio sempre che tu ci sia» se ne usciva.

Dopo innumerevoli tentativi di esserci, arrivai a capire che, a dirla tutta, non importava un cazzo a nessuno. La mia presenza era solo un modo per incollarmi il culo alla sua tavola rotonda di bizzarrie familiari, con suo zio che si divertiva nel rompermi le palle.

«Ragazzo, prenditi cura di lei» mentre si ingozzava di rosbif con sugo di piselli e patate arrosto. 

Lo zio era il sottone di una riccona seduta dall’altra parte della tavola, una sessantenne ancora in forma, con un ardore vitale che le pulsava nelle vene. Mentre mi sorbivo il suo maritino con la sindrome del servitore zelante, lei mi lanciava occhiate da: scopami qui, ora.

Mentre la mia ragazza mi ignorava, tra chiacchiere banali con il resto dei parenti, io rimanevo intrappolato in questo eterno impasse.

Prima che il dessert facesse la sua comparsa, la signora decise di farmi una visitina mentre ero impegnato in un intenso sfogo al bagno, cercando di liberarmi dello stress di quelle due infinite ore di pranzo insopportabile. Si materializzò fuori dalla porta del cesso come un’assatanata in cerca di un’ultima follia di gioventù. Entrò di scatto, rimproverandomi per la mia sbadataggine nel non aver chiuso la porta a chiave. Eccola, afferrandomi ancora mentre cercavo di scrollarmi, colpendomi con un bacio umido e invadente sul viso.

«Hai lo stesso sapore che avevo alla tua età» mormorò, prima di manipolarmi.

Terminato il lavoro, mi lasciò lì, indifferente delle tracce sparse che ingerì con l’abilità con cui aveva consumato l’ultimo pasto del pranzo domenicale. Con le braghe alle ginocchia e la faccia stanca, mi riassettai, dando un’occhiata alla scena del disastro e sgattaiolando via da quel guaio, come se nulla fosse successo.

«Lei ne è mai stata al corrente?» mi incalzano i ragazzi.

«Neanche per sogno» ribatto «certe cose è meglio se rimangono nel dimenticatoio.»

Che guadagno avrei avuto a dirlo? Ci sono finito in questa trappola.

«Il punto è sempre lo stesso» dico «ci lasciamo scopare di continuo senza rendercene neanche conto, mentre crediamo che l’amore abbia a che fare con tutto questo schifo.»

Quando meno te lo aspetti sei vittima di qualcuno.

«Gli stessi taboo di merda che creiamo finiscono per stuprarci.» sputo fuori.

Ed eccoci, qui, ad inalare merda chimica mentre ci crucciamo sull’unicità dei rapporti.

«Quindi, credi ancora che sia davvero così speciale?» rivolgendomi a Vix. 

«Ma che palle, voi e le donne!» sbotta Ale «che poi, se non hanno gli occhi azzurri, non le cago nemmeno.» 

Nel mezzo di questa nebbia di sproloqui e fumo, diventiamo ombre sfocate e ancora mi chiedo: 

Qual è la differenza tra noi e loro?

«L’istinto di conservazione» dico «ibernare ogni emozione.»

Intravedo nelle donne quel senso di fecondazione: trattenere tutto dentro, alimentarlo con il solo scopo di amarlo, farlo ovulare fino a distruggerlo.

«È questo il motore di tutto.»

Un mistero incomprensibile, poiché gli esseri umani sono progenie di madri eterne che non ci ameranno mai. «Ogni creatura in questo mondo si prepara alla propria fine.»

Moriamo nell’esatto momento in cui veniamo concepiti.

«L’amore consiste nel distruggere la stessa vita per cui dovremmo sentirci benedetti» irritato. «Io non ho scelto di essere amato» continuo «né decido chi amare.» 

I ragazzi mi ascoltano.

«Non sarò grato per avere ricevuto la condanna del bene, quello che ci ha reso dipendenti, convinti di essere stati salvati dalla possibilità di essere orfani di noi stessi, del nostro stesso incubo.»

«Ci hanno sedato per anni con un amore bugiardo» sbotto «che ora seppellisco sotto tonnellate di aspettative infondate, di falsi nomi che non porterò mai!»

Comincio a sferrare pugni al muro.

«Ci hanno fottuti, disabituandoci al dolore, quello vero, l’unico che provereste se quel maledetto amore di cui vi lamentate non avesse mai bussato alle nostre porte!»

Vix e Ale, travolti dalla mia furia selvaggia di cane scatenato, si ritraggono spaventati, lasciandomi martellare quel muro fino a scavargli un buco dentro. Sale in me la brama di chi vuole vedersi sgretolare avanti a sé ogni cosa, piccando a forza su ciò che credevo fosse qualcosa per cui valesse la pena annientarsi.

Dentro di me, una nozione distorta di amore, estranea al mondo concreto.

«Creiamo per chi distrugge!» con la voce di un diavolo stanco e la gola in fiamme. «Ci distruggiamo per chi amiamo!»

Ora ditemi.

Cos’è questo amore?

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Discussioni

  1. Creiamo per distruggere, il che è un inevitabile fine ma non uno scopo. L’errore è concettualizzare l’amore ascrivendo ad esso accezioni legate esclusivamente alla ricerca del perpetuo e reciproco piacere. Nessuno ha scelto di essere amato eppure è inseminata nel profondo la voglia di diventare tutt’uno con ciò da cui è stato diviso con la nascita. È amor proprio non voler amare gli altri; è amore voler codividere parti di sé agli altri. In ogni caso che si crei o si distrugga, l’amore è pur sempre l’identica coscienza che muove l’eterno.

  2. “Intravedo nelle donne quel senso di fecondazione: trattenere tutto dentro, alimentarlo con il solo scopo di amarlo, farlo ovulare fino a distruggerlo.” Non ci avevo effettivamente mai pensato. Tu lo hai scritto e io ci rifletto. Alla fine, mi chiedo ‘cosa siamo?’ O meglio’come ci vedono?’ O ancora ‘come noi stesse ci vediamo se ci mettiamo allo specchio?’ Trovo molta intelligenza e consapevolezza nelle considerazioni che inserisci fra i dialoghi. Il termine giusto, forse, è quello inglese ‘smart’ che noi tentiamo all’infinito di tradurre per poi continuare a utilizzarlo perché ci serve così come è. Ho anche pensato se si potesse ribaltare il punto di vista dal maschile al femminile, ma questa volta credo proprio di no. Va bene così, un testo tutto al maschile che fa pensare, e tanto, soprattutto se maschio non sei. Macigni che pesano sulle spalle. Ci starebbe perfettamente bene una drammatizzazione di quelle che fai sul tuo canale instagram, o magari c’è e mi è sfuggita. Io, nel frattempo, me lo rileggo e ci penso su. Complimenti

    1. Ciao Cristiana, grazie per i complimenti. Questo senso distruttivo dell’amore, sia dal punto di vista maschile che femminile, ci coinvolge tutti, facendoci diventare parte di questo vasto organismo che muove ogni cosa. Ho sempre creduto che ogni conflitto sia alimentato da un amore incondizionato che, talvolta, può trasformarsi in una forma nucleare e devastante. Sul mio canale instagram creerò sicuramente qualcosa a riguardo molto presto. 🫀

  3. Molto bella e intensissima questa descrizione della furia da frustrazione di chi realizza la estrema volatilità ed ambiguità dell’amore. In giovane età una delle cose che accade più di frequente è legarsi con qualcuno perché c’è una forte intesa sessuale, che poi spesso viene a mancare con la conoscenza reciproca. Più ci si conosce, meno si è intrigati dall’altro.
    E poi l’enorme differenza nel sentire fra uomo e donna, il che non significa però che uno(a) sia meglio dell’altra(o). Significa solo che non ci si capisce del tutto, e che finché c’è la colla del sesso le cose filano lisce e si fa pace a letto (scusate la semplificazione al limite del grottesco, in realtà è assai più complesso) ma quando questa passa, allora tutto si scioglie.
    E questo accade anche quando ci si rende improvvisamente conto del fatto che chi abbiamo accanto non è chi pensavamo. Allora si diventa intolleranti, insofferenti. E si rompe tutto.
    Da vecchi ci si insulta e ci si fa i dispetti, da giovani si prendono a pugni i muri. E qualche volta l’altro.

  4. molto eloquente l’immagine che hai scelto come copertina. Non esiste alcuna risposta definitiva alla domanda che opponi alla fine del racconto. In realtà, io credo, su questo argomento esistono solo domande definitive.