Una storia triste

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Era la fine degli anni novanta e mancavano pochi mesi al giorno della mia laurea.

Per puro caso avevo saputo che la mia ex maestra elementare viveva in una casa di riposo e avevo deciso di andarla a trovare.

Un pomeriggio, quindi, presi l’autobus e mi recai nel paesino dove si trovava questo istituto.

Quando arrivai sul posto, mi guardai intorno con curiosità.

La struttura era collocata su un’altura ed era immersa nel verde. Da quel punto si poteva vedere il mare che, in linea d’aria, distava circa cinque o sei chilometri.

All’inizio di un lungo viale alberato c’era una enorme pianta di eucaliptus, tanto alta da far girare la testa a chi la guardava.

L’ingresso dell’istituto, invece, era preceduto da una gradinata su cui erano stati sistemati dei vasi di fiori dalle forme e dai colori diversi.

Mi rivolsi in portineria e chiesi della signora Silveni.

La portinaia chiamò un infermiere e gli chiese di accompagnarmi.

L’infermiere, un giovane alto e dalla carnagione scura, all’inizio mi guardò con un espressione stupita, poi accennò un lieve sorriso e, mentre mi conduceva nella camera della signora Silveni, mi chiese: -Lei è un parente?-

-No, perché?-

-Ho chiesto per semplice curiosità. Non viene mai nessuno a trovarla. Da quando l’hanno portata qui, io non ho mai visto venire nessuno-.

Io non dissi nulla, ma quella notizia mi turbò.

Quando arrivammo davanti alla stanza della Silveni, l’uomo bussò leggermente e subito dopo aprì la porta. Poi mi fece cenno di entrare, facendo uno strano sorriso beffardo.

-Permesso?- chiesi io timidamente.

-Non è ancora l’ora delle medicine, lo sa? E’ inutile che viene adesso- borbottò la donna, visibilmente seccata.

Quando entrai mi ritrovai dinanzi ad una persona diversa da quella che ricordavo e da quella che immaginavo. Seduta su una sedia, accanto ad una finestra che affacciava sul giardino, c’era una donna che, secondo i miei calcoli, doveva avere poco più di sessant’anni, ma sembrava che ne avesse più di novanta.

Il viso era solcato da profonde rughe; i capelli, bianchi e radi, erano raccolti sulla nuca in una piccola coda; le mani avevano il dorso rovinato da macchie scure; la schiena era ricurva a causa della gobba; i piedi sottili erano infilati dentro pantofole almeno di due misure più grandi…

Appena vidi l’immagine di quella donna provai un profondo senso di angoscia.

Ricordo che, quando era la mia maestra, la Silveni portava i capelli corti. Già allora erano bianchi e vederli poi radi e stretti in una coda mi suscitarono un strano senso di tristezza, ma allo stesso tempo provai una immensa tenerezza.

Ai tempi in cui ero bambino, per una insegnante portare i capelli lunghi era una forma di civetteria. Forse, dopo aver abbandonato quel ruolo, la donna aveva cercato di permettersi un lusso a cui aveva dovuto rinunciare da giovane.

-Si ricorda di me?- chiesi, avvicinandomi a lei.

La Silveni mi scrutò a lungo, corrucciando la fronte, poi mi disse: -No, chi sei?-

-Sono Alfredo, Alfredo Russo-.

Lei, nel sentire il mio nome, non so perché, ebbe come un sussulto e, dopo qualche esitazione, esclamò: -Ah, ho capito! Tu sei quello che si è rotto la gamba!-

Era così che mi ricordava: come il bambino che si era rotto la gamba!

-Non sai quanti guai ho passato a causa di quel dannato bambino- disse ancora, non rendendosi conto del fatto che stesse parlando di me e che quel bambino ero io -a causa sua e della sua caduta, mi sono presa i rimproveri del direttore-.

Io rimasi in silenzio e lei continuò a parlare, guardando fissa davanti a sé, incurante della mia presenza: -Io lo sapevo bene che Andrea era un bullo. Sapevo che gli faceva i dispetti e che era stato lui a spingerlo giù per le scale…-

Si fermò, si strinse nelle spalle e poi, voltandosi verso di me, aggiunse: -Che cosa potevo fare? Avevo promesso ai genitori di Andrea che avrei aiutato il figlio. Loro ogni domenica mi portavano la ricotta fresca ed il formaggio… Erano persone ignoranti, gente di montagna… l’unica cosa che potevo fare per loro era aiutare il figlio e promuoverlo. Io non avrei potuto cambiare quel bambino. Quello era incorreggibile-.

Stavo assistendo ad una vera e propria confessione per fatti che erano accaduti molti anni prima.

Allora mi ero chiesto il perché del comportamento della mia maestra, ma non ero riuscito a darmi una spiegazione.

Quel giorno, inaspettatamente, mi era stata svelata la ragione della difesa ad oltranza che la Salveni aveva fatto in favore di Andrea, spesso creando delle ingiustizie.

-Ma tu sei nuovo, qui?- mi chiese d’un tratto la donna, fissandomi con evidente curiosità -è la prima volta che ti vedo!-

Con profondo dispiacere dovetti constatare che la mia ex maestra non era più una persona lucida.

-Sono Alfredo, un suo ex allievo- risposi.

-Ah, già Alfredo!- esclamò lei -me lo avevi detto-.

-Sai, perché ho fatto la maestra?- disse, riprendendo a parlare dopo una breve pausa -perché volevo rendermi autonoma. Volevo lavorare e avere uno stipendio. Mio padre voleva che io mi sposassi e avessi dei figli, ma io non volevo sposarmi…-

Io la guardai e annuii, dimostrandole che stavo seguendo il suo discorso.

-Non potevo sposarmi- continuò -io odiavo tutti gli uomini. Mio padre era stato un uomo terribile. Non hai idea di quanto male fece a mia madre. L’aveva tradita, derubata, picchiata. Alla fine l’ha fatta pure morire…-

Si fermò, scuotendo la testa e assumendo un’espressione che esprimeva rabbia e rancore; subito dopo riprese il suo triste monologo: -Io odiavo mio padre e immaginavo che tutti gli uomini fossero come lui. Sai che cosa ha fatto quando è morta mia madre? Ha iniziato una relazione con una donna che aveva abbandonato il marito. Quella donnaccia aveva un figlio e mio padre le dava una barca di soldi per fare studiare il bastardo-.

Rimasi sconcertato da quelle rivelazioni e non aprii bocca.

-E pensa- riprese la donna fissandomi con uno sguardo severo -che a me voleva impedire di studiare. Quando frequentavo il magistrale, la sera dovevo andare a lavorare per pagarmi gli studi… Ti sembra giusto? Io dovevo pagarmi gli studi e lui dava i soldi all’amante perché il figlio potesse andare a scuola!-

Io scrollai le spalle, non sapendo cosa rispondere.

-Ma come? Non dici nulla? Tu approvi il comportamento di mio padre?- rimbrottò lei, aggrottando la fronte.

-Ma no… io…- farfugliai confuso.

-Anche mia sorella dovette pagarsi la scuola superiore e poi l’università- disse la Salveni, guardando altrove e ricominciando il suo doloroso racconto, non curandosi più della mia presenza -ma lei ebbe la forza di non odiarlo. Mia sorella riuscì persino a giustificarlo. Lei era diversa da me. Lei si è sposata, ha avuto dei figli…-

La poveraccia si avvicinò alla finestra e poggiò una mano sul vetro. Guardò fuori, rimanendo in silenzio per lungo tempo, poi si sedette e riprese a parlare: -Io ho sempre tenuto gli uomini lontani da me. Li detestavo. Per me loro volevano solo dominare la donna. Io, invece, volevo essere libera, indipendente… L’unico che osò corteggiarmi fu Erminio, ma io lo rifiutai. Lo ritenevo inferiore a me-.

-Secondo te, è giusto che una donna si faccia dominare da un uomo?- chiese, voltandosi di colpo verso di me.

-Certo che no- risposi io, quasi in un mormorio.

-Certo che no- ripeté lei -eppure nella mia esperienza ho assistito solo a questo: donne sottomesse agli uomini-.

Io mossi le labbra per parlare, ma la Salveni mi precedette e ricominciò a raccontare la sua vita: -Dopo che conseguii il diploma, riuscii subito a trovare lavoro. Non hai idea di quanto fui felice di andare via da casa. Mi mandarono ad insegnare in una scuola elementare di un paesino di montagna. Presi una casetta in affitto e finalmente cominciai a vivere lontano da mio padre. Ero contenta, ma non avevo considerato il fatto che dovevo gestire dei bambini ed io non amavo i bambini. Io non avevo pazienza con i bambini. Non riuscivo ad affezionarmi ai bambini… neppure ai miei nipoti…-

Mentre la donna faceva il suo racconto, io la rividi nella mia classe quando, tanti anni prima, giovane insegnante della scuola elementare di via Dante Alighieri, strillava con noi alunni e afferrava la sua bacchetta per punirci.

Allora mi resi conto che quella maestra non amava i suoi allievi, ma non ne capivo il motivo.

-Non riuscivo ad amare i miei alunni- riprese la Salveni -perché io non ero madre. Non ho mai osato confessarmelo, ma l’ho sempre saputo. Ma come potevo essere madre, senza amare un uomo? Per anni li ho odiati gli uomini e poi, quando oramai non potevo più rendermi attraente, ho cominciato a desiderare un marito ed un figlio…-

Quelle confessioni mi suscitarono un gran senso di tenerezza, ma al contempo mi crearono un enorme imbarazzo.

Quella donna era terribilmente infelice e sola; lo era sempre stata e in quel momento, soltanto in quel momento, osservandola meglio, mi accorsi di quanto fossero magre le sue mani: erano ossute e deformate. Facevano impressione; così come faceva impressione quel corpo esile curvo sotto una orrenda gobba.

-Quando facevo l’insegnante- continuò la Salveni -l’unica mia soddisfazione era fare il mio dovere e istruire i miei alunni… ma quando quel dannato bambino cadde dalle scale per colpa di Andrea e fui rimproverata dal direttore, mi sembrò di avere sbagliato tutto nella vita. Per mesi ho sofferto. Ho riacquistato la mia sicurezza solo quando ho cambiato classe e ho ricominciato con una prima-.

A quelle parole il mio voltò si infiammò, ma la donna non si accorse della mia reazione. Lei guardava fisso davanti a sé.

-Ho odiato Andrea e la sua prepotenza- disse, voltandosi di colpo verso di me e guardandomi con un’espressione che esprimeva autocommiserazione -ma non potevo punirlo perché avevo promesso ai suoi di aiutarlo. I suoi genitori erano due contadini rozzi e ignoranti. La loro condizione non mi impietosiva, anzi quasi mi disgustava, ma sentivo il dovere di aiutarli. Quando la madre di Andrea veniva a casa mia per portarmi la ricotta, aveva sempre le mani sporche e le scarpe piene di terra. La sua trasandatezza mi irritava. Ma non potevo rifiutarmi di aiutarli. Ma credi che sia servito a qualcosa? Andrea è diventato un delinquente…-

Si fermò, guardò l’orologio, un oggettino arrugginito e con il quadrante lesionato, e poi mi disse: -Non è ancora l’ora delle medicine, sai?-

Era evidente che non si era resa conto di chi fossi, tanto è vero che dopo qualche minuto mi chiese: -Ma lei mi sembra una faccia non conosciuta. E’ nuovo qua dentro?-

Era la seconda volta che mi faceva questa domanda ed ancora una volta io le risposi: -Sono Alfredo, un suo ex allievo-.

La mia risposta non aveva senso; quella donna, chiusa nel suo piccolo mondo e con una mente che aveva oramai perso la lucidità, avrebbe subito dimenticato la mia identità.

-Sono sola, sono sempre stata sola- riprese la Salveni con un tono di voce che esprimeva una profonda tristezza, guardando fuori attraverso i vetri della finestra -mi sono sentita tremendamente sola quando è morta mia madre. Mio padre non mi dava affetto e mia sorella era più piccola di me e non poteva confortarmi. Ero io che dovevo occuparmi di lei. Quando mia sorella si è sposata io sono tornata a vivere con mio padre. L’avevo sempre odiato, ma poi lui si era ammalato e mi aveva chiesto di accudirlo…-

Gli occhi della donna divennero lucidi e la voce cominciò a tremare, ma le parole continuarono a scorrere da quella bocca come i fiocchi di neve che cadono incessanti dal cielo: -Lo avevo odiato e poi mi era toccato stargli accanto durante la malattia. Lui non aveva mai accudito mia madre quando era malata. Quando mia madre era a letto, lui usciva con le sue amanti… Era sempre stato un uomo cattivo, egoista, stupido ed io non l’ho mai perdonato. Non l’ho perdonato, ma gli sono stata vicina fino alla fine. Quando è morto, ho sentito un senso di sollievo. Finalmente mi ero liberata di quell’uomo che era stato la causa della mia infelicità e di tutto l’odio che io portavo nel cuore…-

Le rivelazioni di quella povera creatura che, quando ero bambino, avevo visto come una persona fredda ed insensibile, mi angosciarono.

Mi trovavo di fronte ad una donna immensamente infelice che aveva sempre riversato sugli altri le sue frustrazioni e la sua rabbia, perché non era mai stata capace di superare il suo dolore.

Per la terza volta, scrutandomi a lungo, la Salveni mi chiese: -Ma lei è nuovo qui?-

Io sorrisi, non per prendermi gioco di lei, ma perché la sua condizione mi suscitava tenerezza, e per la terza volta risposi: -Sono Alfredo, un suo ex alunno-

-Alfredo…Alfredo…- mormorò lei e, dopo una breve pausa, disse: -Sai, Alfredo, io ho assistito mia madre; dopo la sua scomparsa ho cresciuto mia sorella; poi ho accudito mio padre fino alla morte, ma di me non si prende cura nessuno. Mia sorella mi ha scaricato, rinchiudendomi in questo postaccio. Sono rimasta sola. Non mi viene a trovare mai nessuno. I miei nipoti mi detestano. A nessuno importa di me-.

-Mi dispiace- proferii io, sinceramente addolorato per quella situazione, ma la Salveni mi guardò con sospetto: forse pensava che la stessi prendendo in giro.

-Ti dispiace?- mi chiese, accigliandosi.

-Si, mi dispiace- ripetei io.

-A nessuno dispiace di me. Io sono sola. Hai capito? Sono sola, sola, sola…- gridò e poi scoppiò a piangere, singhiozzando forte.

Dopo qualche istante entrò un infermiere, un ragazzo minuto, con il viso pieno di lentiggini, che con un’espressione divertita, rivolgendosi alla Salveni, disse: -Su, non facciamo i capricci nonnina. Stai buona che ora ti porto le medicine-.

-Vattene via, vattene via. Lasciami in pace- protestò la donna tra le lacrime.

Il ragazzo mi fece l’occhiolino ed io, in evidente imbarazzo, istintivamente uscii dalla stanza. Poco dopo mi raggiunse l’infermiere, il quale, mentre richiudeva la porta alle sue spalle, mi disse: -Hai visto in che condizioni è? E’ inutile che vieni a trovarla, tanto non ti riconosce-.

-Già- mormorai io, sentendo un grande senso di sconforto.

Mi congedai, farfugliando le solite frasi di cortesia, e raggiunsi in fretta l’uscita, impaziente di lasciare quel posto.

Ricordo che quando tornai a casa mi sentii profondamente angosciato e per diversi giorni non feci altro che pensare alla mia ex maestra ed alla sua infelice situazione.

Ai tempi in cui io frequentavo la scuola elementare, la figura della maestra godeva di grande prestigio.

L’insegnante ricopriva un ruolo che era considerato rilevante per la formazione di quella che sarebbe stata la società del domani.

Nessuno, però, si preoccupava di come fosse l’essere umano che svolgeva quella delicata funzione.

Nessuno pensava che dietro la maestra che bacchettava, che istruiva, c’era la persona con la sua storia, i suoi drammi, le sue fragilità.

Io avevo avuto una maestra che aveva sempre indossato la maschera della educatrice severa, fredda, che esigeva molto dagli alunni; ma dietro quella maschera si nascondeva una donna tremendamente infelice, sola, incapace di trasmettere amore a quegli esseri ai quali cercava di trasmettere il sapere.

Non avevo mai sentito affetto per la Salveni e non so neppure io perché mi era sorto quel desiderio di andarla a trovare.

La cosa strana fu che mi ero sempre sentito vittima di quella persona e delle ingiustizie che mi aveva costretto a sopportare, ma dopo averla incontrata in quella casa di riposo, mi sentii quasi in colpa per i sentimenti che avevo provato per lei e per la prima volta sperimentai qualcosa di cui avevo sempre sentito parlare, ma che non avevo mai conosciuto: il perdono.

Quel perdono, tuttavia, non era offerto solo per i torti che io avevo subito da bambino. Io sentivo di dover provare un perdono che andava al di là della mia singola, piccola esperienza di bambino, e che doveva essere estesa a tutto ciò che quella donna infelice aveva fatto nella vita.

Sentivo che si doveva perdonare quella donna per l’odio che aveva provato verso il padre, per tutta la rabbia che aveva covato nel cuore, per l’incapacità di amare i suoi allievi e persino i suoi nipoti, per il disprezzo che aveva provato verso l’unico uomo che l’aveva amata, per il rifiuto del figlio che non aveva mai avuto…

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Pubblicato in Narrativa

Commenti

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    Edizioni Open

    Oltre ad essere triste, come preannunciato nel titolo, questa storia è vera, o quantomeno verosimile, e parla di tanti temi: il rapporto tra società e anziani, la solitudine, la comprensione e il perdono. Grazie Maria per aver condiviso il tuo racconto, l’ho trovato molto coinvolgente.