Un’altra infanzia

Serie: Amba Aradam


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: L’incontro con Zhara svela a Michele le circostanze dietro la vittoria di Abebe Bikila. E quelle dietro la morte dei suoi genitori, a causa dell’iprite che sconvolse l’Etiopia.

«E nessuno fece nulla. Un incidente navale! Migliaia di morti per un gas che non ci sarebbe dovuto essere. Un incidente che venne in tutti i modi nascosto. Come altre miriadi di ingiustizie, imprigionate nei roghi, nei fumi di biblioteche che prendono fuoco, ardendo assieme alle testimonianze che racchiudono.»

«Ma i nostri ricordi non possono bruciarli!»

«Soprattutto se li condividiamo» ha detto Zhara arrotolando tra le dita un filo del vestito.

Michele le ha raccontato dei suoi familiari. E le ha chiesto se anche lei avesse sofferto a causa della guerra.

«Oh, sì! Mio padre lavorava nel Tigray. Perciò amo parlare di storie che raccontano l’amore. Abebe Bikila è un giovane atleta, una lepre…»

«… che ha vinto contro la tartaruga! Pensavo a una favola. Racconta di una corsa tra la lepre e la tartaruga. La conosce?»

«Sì. Ed è stato proprio l’amore, la percezione di una mancanza, a rendere il finale diverso per Abebe.»

«La lepre della favola era troppo sicura di sé? Immaginava già come sarebbe finita?»

«Così come un’altra tartaruga, inseguita da un tale Achille, non ancora sapeva che esiste più di una geometria per tracciare strade e percorsi, per unire i punti. Si può cercare se non si dubita? E se non si cerca, si può arrivare da qualche parte? Almeno una?»

In quel momento, davanti a una donna da poco conosciuta, in una città di passaggio, aspettando le carezze prima di dormire, Michele ha visto tutta la sua vita in un unico sguardo. L’ha vista come quando vedeva il Sole tramontare sul mare la sera, o al mattino dietro i monti sorgere la Luna; le ombre avanzare durante il giorno, o la luce notturna farsi strada tra gli spigoli delle cose, mentre il grammofono continua a girare rincorrendo le note.

Ieri Michele ha capito che fare la lepre era stato un modo per non arrivare mai. Pensava di sbagliare, contaminando le parole, ma ogni volta faceva la cosa giusta, perdendo nella realtà. Era diventato come Binda: uno sapeva che avrebbe vinto, l’altro che avrebbe perso. I soldi erano la sola scusa che si potevano concedere per non ammettere il senso d’inadeguatezza che devono aver provato.

E così oggi, in questo momento, con la bici di lato, il muretto pericolante, il volto all’insù, si vede da fuori, dall’alto, mentre guarda il panorama che ha di fronte, più in basso. Ma non prova la bella sensazione di poco fa. Comincia a dubitare – sono immagini sconnesse – i pensieri si susseguono caotici. L’amara realtà esiste? A lungo tastata, avrebbe evidenza, se insistessimo su teoremi e qualità unicamente innati? Meglio tornare all’incontro.

«Se vuole le faccio vedere il finale della corsa. C’è una sola immagine degli ultimi metri. È qui!»

Il vento ha accompagnato la mano di Zhara che sfilava la foto da una cartella.

«L’immagine di chi ama: racchiusa nell’unico scatto del suo arrivo. Lo guardi! Con le mani protese in avanti, le braccia aperte davanti al petto, e i palmi rivolti verso l’arrivo, quasi volesse giustificarsi per una mancanza. Gli occhi sgranati, la bocca pronta a scattare, il capo reclinato… e un’espressione di meraviglia mista a rammarico.»

La stessa di Michele davanti a un aquilone che sembra aver smarrito il proprio filo.

«Guardi la foto. L’espressione del volto è tormentata, non è cosciente di ciò che è accaduto. Abebe non era riuscito a raggiungere il numero 26. Aveva fallito. Lo aveva cercato per tutta la gara senza trovarlo. In quel momento il suo amore era mancanza, privazione, sconfitta. E così ha trionfato. Ha onorato la memoria di chi ha sofferto, soffre, di chi non ha, di chi ha bisogno.»

«Quindi… questo l’ha salvato: ha cercato per tutta la gara un numero inesistente, ha inseguito un miraggio che l’allenatore aveva inserito nella sua mente.»

«Dove risiedono i desideri, sotto le stelle, che attendono il ritorno della vita dalla morte.»

«E l’obelisco?”

“Gli ha ricordato che non poteva rinunciare di fronte a un popolo, alla verità storica, alla memoria del tempo. Perciò non ha mollato. Ha accelerato, e ha staccato il numero 185. Avrebbe comunque lasciato un segno, perdendo la sua corsa personale con dignità.»

«E purtroppo dignità mancò all’Italia» ha aggiunto Michele, guardandosi le mani.

Lì, accanto a un’interprete di cui si era innamorato, e che già stava traducendo le sue follie in qualcosa di più razionale, aveva deciso.

Il traguardo è qui a soli due chilometri. Il secondo corridore dietro di lui neppure lo si vede, alla fine dei tornanti.

La bici si stacca dal muretto. Un tremolio si arresta. Il vuoto sembra colmarsi. Si può fare.

Michele perderà. Eppure vincerà la sua gara personale. L’aquilone non scende più. Deve riprendere la bici e inseguirlo. Tornare indietro nel tempo, all’inizio. Ripercorrerà a ritroso la strada. Il filo scappa via. A volte lo vede. Altre no.

Non importa se il verso è opposto a quello degli altri partecipanti. Capitano situazioni in cui, l’unico modo per vincere, è uscire dal gioco. Non arrendersi per viltà, piuttosto abbandonare con coraggio. Tornerà indietro nel labirinto, forse lo derideranno, forse lo squalificheranno. Probabilmente non correrà mai più in bicicletta.

Eh sì! Potrebbe anche capitare che il gas mostarda non venga usato mai più, da nessun uomo, in nessun luogo. Mai più! Così in cielo, al posto degli aerei, si vedrebbero gli aquiloni approssimarsi alla terra. Fiotti di uomini che li seguono, che li inseguono, per ritrovare la via quando, di tanto in tanto, la smarriranno. Vorticando eretici, rovinosi in tumulti ameni.

E io, che da lontano ho visto crescere Michele, auguro a tutti, a tutti coloro che sentiranno questa storia, e a chi non lo farà, che un imprevisto scambi il numero di chi s’insegue, o un contrattempo faccia ordinare una camomilla in un bar, mentre l’amore traduce le folli emozioni in pensieri, azioni e parole attraverso il vocabolario della ragione.

Se ciò avvenisse, l’errore, leggero, potrebbe ritrovare il suo filo, ricomponendo un aquilone intrecciato a ombre proiettate sul profilo del cielo.

Lontano apparirà planando, ondeggerà etereo, sfiorerà in alto regioni estreme, nuvole dense, evanescenti luminarie, aeree vertiginose eresie; roteando incontrerà teneri acrostici, e, ricucendo ermetiche tracce infantili, canterà amore.

FINE.

Serie: Amba Aradam


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Non so quale sia stata la “lezione” di Abebe, e se davvero ce ne abbia lasciata una, ma la tua versione mi suscita il desiderio che sia andata davvero come dici.
    Tutto si lega con nodi difficili da districare. Ma, in fondo, perché scioglierli? La realtà è contraddittoria e si può pensare che sia un bene che sia così.
    È come il diavolo: un separatore,uno che mette gli uni contro gli altri (come nel Libro di Giobbe) e poi ci pensano gli esseri umani a trovare una via d’uscita, magari ricorrendo a Dio come ultima istanza.
    Sono contentissima della decisione finale di Michele e, soprattutto, del tuo modo elegante e anch’esso appassionato di uscire dal racconto: strappando la pagina, per così dire.

    1. Grazie Francesca per le tue parole, parabole simboliche (proprio per non essere diaboliche) della bella impresa di un uomo e dei brutti orrori di una guerra umanitaria.
      Bella l’immagine dello strappo, anche perché ho davvero strappato qualcosa, nel senso di nascosto. Non avrei potuto fare altrimenti, trattando fatti storici in cui ciò che è importante è ciò che non viene detto, ma occultato.

  2. …ah, poi c’è la parte su Achille e la tartaruga. Mi hai fatto venire in mente il mio prof. di matematica delle superiori che provava a spiegarci i limiti con i paradossi di Zenone 😀 …poverino
    Ciao

    1. Ciao Pasquale, avrei voluto anch’io alle superiori un prof. che mi spiegasse qualcosa. Invece ho dovuto recuperare da solo (e male). Esatto: il riferimento è a Zenone, non a caso Michele il proprio limite lo rincorre senza mai affrontarlo…anzi no…alla fine, forse, lo affronta 🙂

  3. “Il vento ha accompagnato la mano di Zhara che sfilava la foto da una cartella.”
    Non so di preciso perché, ma questa frase mi ha colpito particolarmente. Tutto l’episodio mi è piaciuto, come gli altri, ma questa frase, nella sua semplicità, descrive un’intera scena. Vedo la ragazza, capelli mossi dal vento, intenta a rovistare nella borsa per poi tirare fuori la foto. Hai un bellissimo stile narrativo.
    Ciao

    1. Grazie per farmi notare i pochi passaggi accettabili. Ho una scrittura troppo pesante e poco affascinante (come la mia mentalità) ma spero di alleggerirla anche confrontandomi qui e imparando da chi è più capace di me. E questi commenti, forse, mi aiutano a capire la direzione (come per Michele) e a migliorarmi. Grazie davvero, Pasquale.

      1. Non mettermi in bocca parole che non ho detto 🙂
        Personalmente non trovo per nulla la tua scrittura pesante. Volevo solo dire che con una semplice frase, sei riuscito a dare vita, al meno nella mia testa, ad una scena in movimento.
        Ciao

        1. Hai ragione, scusami Pasquale. Purtroppo nell’ultimo periodo mi sto mettendo fortemente in discussione, e l’autostima ha dei cali bruschi che mi distorcono la realtà. Ti ringrazio per le belle parole.
          Ciao

  4. C’è una bella corrente sotterranea che tiene insieme tutto. Mi ha colpito soprattutto la scelta finale di “uscire dal gioco” ribaltando la corsa; è un gesto narrativo forte, quasi etico, e l’ultima pagina ha un respiro davvero lirico.

    1. Grazie Lino per il riferimento all’etica. Penso che viviamo in una società che ci educa a dividere il mondo solo tra vinti e vincenti. E il problema, per me, è l’avverbio “solo”. Spesso è così, ma ci sono casi in cui c’è la terza possibilità. Le dicotomie sono imprescindibili ma non sempre necessarie. Eppure la nostra cultura ha cercato di cancellare la terza via. Ci rifletto da quando una persona mi fece notare che “La scuola di Atene” di Raffaello è errata. Al centro manca Zenone di Cizio, fondatore dello stoicismo; perché la Stoà era davvero una scuola ad Atene al pari del Linceo e dell’Accademia. Ecco, penso che oggi, da noi (o almeno in ciò che vedo e sento io), manchi questa terza visione.
      Nel mio piccolo cerco di darle voce. Dove non arriva la ricerca del bello, spero che compensi quella del buono o del giusto.

    1. Ciao Concetta, grazie per avermi fatto notare un errore (per rimanere sul tema del racconto). Fino a un secondo prima di pubblicare la storia la parola passione (presente una sola volta nel testo) era (come l’ho corretta adesso) amore. Solo che, un attimo prima di condividere, mi era sembrata di ripeterla troppe volte. E ho fatto il classico errore a cui manca la calma, perché in effetti (e grazie a te me ne sono accorto) ho cambiato il senso del racconto. Ora ho fatto un’inversione per tornare alla versione originale (anche l’ultima parola in origine era amore, e l’ho riscritta, sperando che davvero ripetere aiuti).
      Mi hai fatto capire che il significato non era arrivato perché, giustamente, la passione conduce dal razionale al irrazionale (si patisce, si è patetici, è un patimento), in contraddizione con il messaggio che mi ha spinto a scrivere questa storia. Mi consola pensare che ho fatto lo stesso errore di Michele. E che si può rimediare. 🙂