Un’inattesa convocazione

Serie: L'imperatore dei Mari


Usciti dalla sala della cultura, i sei Incappucciati, trascinando gli stanchi corpi, si diressero direttamente alla sala dei pasti. L’alba annunciava l’imminente arrivo del sole e del giorno. Due fece distendere Sei sul tavolo, prese una candela, un filo, un ago e uno strofinaccio. Paziente, aspettò che l’ago fosse diventato incandescente, infilò il filo nella cruna, strappò la manica della veste del giovane proselito e gli porse lo strofinaccio: «Mordilo. Farà male.»

Sei fece uno sguardo coraggioso, ma dentro di sé fremeva la voglia di urlare e di rifiutarsi. Ciò non era contemplato, doveva fidarsi di Due e stare buono.

Uno sfrigolio precedette un grido sommesso da parte del ragazzo. Due, imperterrito, continuò a far entrare e uscire l’ago, accompagnato dal grossolano filo, dai lembi della ferita, andava chiusa il prima possibile, prima che si infettasse. Sei continuava ad agitarsi rendendo la cucitura lenta e difficile; sbatteva la mano libera e i piedi contro le assi del tavolo, oppure contraeva il corpo inarcando la schiena e scuotendo la testa. Il resto dei confratelli si avvicinò: Uno gli immobilizzò le spalle contro il tavolo, Quattro e Cinque afferrarono le gambe all’altezza dell’articolazione del ginocchio e della caviglia, mentre Tre bloccò l’altro braccio.

Lo strofinaccio scivolò dalla bocca di Sei che liberò un urlo di dolore, l’eco risuonò per diverse leghe accompagnata dal vento che soffiava ancora forte.

Due osservava il risultato del suo lavoro a lume di candela, ne era soddisfatto, adesso stava pestando in un mortaio delle erbe, le spalmò sulla ferita; Sei avvertì una sensazione di fresco sollievo, durò poco. Due intinse uno strofinaccio in acqua bollente e poi fasciò la ferita.

Sei si alzò, mormorò un ringraziamento e si diresse verso gli sportelli in cerca delle scodelle e delle posate, voleva iniziare a sistemare la tavola per la colazione.

«Non sforzare il braccio.» Lo ammonì Due avvicinandosi alla dispensa da cui tirò fuori una bottiglietta in vetro con un liquido rosso-viola «Apri la bocca e alza la lingua. Prenderai tre gocce di quest’olio, tre volte al giorno per cinque giorni, fasceremo la ferita ogni giorno e alla fine della cura sarà tutto solo un vecchio ricordo.»

«Cosa devo fare?»

«Niente. Starai nella tua cella, a riposare. Tre ti insegnerà alcune preghiere, tu le imparerai e pregherai per i prossimi cinque giorni, penseremo noi a tutto.»

Sei non era per nulla d’accordo, non riusciva a immaginare cinque giorni e cinque notti chiuso in cella. Tuttavia annuì obbediente. Prese posto sul suo sgabello e attese che tutti fossero intorno alla tavola. Finita la colazione discese nella sua cella, si buttò sul pagliericcio e con lievi carezze toccò l’impacco preparato da Due, mentre aspettava che Tre lo raggiungesse per istruirlo.

Si sentì una botola chiudersi. Sei si sedette. Passi lenti risuonavano nel corridoio. Tre si affacciò sull’uscio e chiuse la porta alle sue spalle. Aveva in mano alcune pergamene, si sedette al centro della piccola cella, incrociò le gambe e iniziò a leggere; Sei ripeteva ogni frase.

I quattro Incappucciati presero il largo in cerca di pesce e di qualche nave di passaggio, speranzosi di concludere qualche buon affare. Soltanto la pesca andò bene, più di quanto avessero previsto. Non videro nessuna nave, nemmeno in lontananza.

Tornati al fortino pranzarono e alla fine, Tre scese nuovamente nella cella di Sei con le sue pergamene fitte di preghiere e una scodella per il ragazzo, che divorò con famelica avidità. Sembrava che non mangiasse da diversi giorni.

Il pomeriggio proseguì con lo studio dei vecchi libri, mentre Tre, che era incaricato della guardia, lasciò riposare Sei, svolgendo il suo compito passeggiando e meditando sul muschio del faraglione.

Alcune voci attirarono l’attenzione dell’uomo, si voltò verso la spiaggia e vide dei soldati fargli dei segni con le lance. Tre fece cenno di avvicinarsi, scese le scale e attese i visitatori sull’ultimo gradone a filo d’acqua.

«Salve!» Salutò un soldato dentro il suo completo a strisce arancio-viola con le spalline rigonfie, elmo appuntito; impugnava una lancia lunga e uno scudo ovale.

«Come mai questa visita?»

«Ci mandano i Governatori.» Rispose il secondo soldato bardato esattamente come l’altro.

«Questo era più che chiaro. Perché?» Chiese sottilmente Tre.

«Un Consiglio straordinario. È richiesta la vostra presenza. Questioni della massima urgenza.»

«Voi siete solo degli ambasciatori, non avete idea di cosa si tratti, giusto?»

«Esatto.»

«Come immaginavo. Dove?»

«Vi scorteremo noi fino al luogo.»

«Troppe novità.» Asserì stizzoso Tre.

«Questi sono gli ordini.»

«Certo gli ordini. Aspettate qua.»

Tre tornò al fortino, spiegò la situazione al resto dei confratelli. «Non buono.» Disse Uno «Andremo tutti e cinque, non mi fido molto.»

«E io?» Protestò Sei.

«Tu non sei ancora pronto, poi c’è la ferita pure.»

«Ma non devo fare nulla, me ne starò buono ad ascoltare, promesso.»

«Non è sicuro. Probabilmente non resteremo soltanto ad ascoltare. Tu resti qui, è deciso.»

Sei sentì la collera salire lungo le vene fino al cuore, divenne paonazzo, si voltò e di gran carriera si incamminò verso la cella.

I cinque Incappucciati appesero alle corde le loro daghe, infilarono i calzari, salirono a bordo delle loro barchette e raggiunsero le sponde dell’isola. Un manipolo di guardie li precedeva marciando ritmicamente. La gente osservava la scena surreale. Il Consiglio straordinario si sarebbe svolto nel tempio dell’isola. Il Sacerdote, lo stesso che aveva avuto la visione di Xenxo, attendeva i cinque fanatici religiosi all’ingresso, fece strada; i soldati restarono davanti la struttura a presidiare e allontanare i curiosi; sotto l’altare erano state disposte tre sedie con comodi cuscini rossi dai bordi dorati, ben rifiniti.

Dall’ombra sbucarono tre figure, ognuna di esse indossava una veste gialla lunga fino ai piedi, con il collo aperto dai bordi cuciti in nero, così come gli orli delle maniche. Le lunghe barbe fino alla pancia era il segno di una presenza maschile. Ognuno di essi indossava una vistosa corona: il primo della fila la portava di malta, il secondo in pietra vulcanica, il terzo ne indossava una in fine legno nero.

Gli uomini presero posto sulle comode sedute e fissavano i cinque davanti a loro.

«Non eravate sei?» Chiese senza nessuna cerimonia il Governatore di Vulcano.

«Non è ancora pronto.» Rispose asciutto Uno.

«Durante l’ultima convocazione avevate promesso che non si sarebbero verificati altre catastrofi, che avevate trovato il sesto componente, che eravate ormai al completo.» Disse il Governatore di Argilla, seduto alla destra del primo.

«Lo confermiamo.»

«Come si spiega dunque, il fatto di questa notte?» Chiese da sinistra il Governatore di Foresta.

«Quale fatto? Il tornado è stato fermato.»

«Vero. Ma troppo tardi. Diverse abitazioni e imbarcazioni sono state colpite dalla furia dei venti.»

«Le case sono troppo vicine alla costa. Ve lo diciamo da anni, Governatore.» Intervenne Due.

«Non è una scusa plausibile. La vostra posizione è di grande vantaggio, siete in grado di vedere molto lontano, inoltre il vento è vostro amico, o forse il vostro Dio vi ha abbandonato?» Chiese sardonico il Governatore di Vulcano.

«Non sfidi il nostro Dio, Governatore, le conviene.» Sbottò Cinque.

Uno allargò il braccio davanti il confratello, poi disse: «No. Il nostro Dio non ci abbandona e ci parla in modi che voi non potete nemmeno immaginare.»

«Se il vostro Dio vi parla, perché non vi avvisa in anticipo sull’arrivo dei tornado?» Chiese beffardo Argilla.

«Perché ogni tornado è una prova per la nostra fede.»

«Dunque, non state facendo abbastanza? La vostra fede sta vacillando? Altrimenti non mi spiego come sia possibile tale frequenza.» Disse Foresta «Oh Santi Dèi, abbiate pietà di noi.»

Vulcano e Argilla si voltarono verso il terzo Governatore, a tratti divertiti, e per un certo verso anche impietositi.

«Il Consiglio si è riunito, ha discusso, ha pensato, riflettuto attentamente, deciso e adesso delibera che: al prossimo fallimento la vostra confraternita verrà sciolta, voi sarete imprigionati e non avrete mai più la possibilità di riunirvi. Solo il vostro Dio potrà, se vorrà, salvarvi.» Sentenziò Vulcano.

«Voi non potete farlo, non avete idea dell’impegno e della fatica che c’è dietro.» Disse Tre

«Non è un nostro problema, vi siete fatti carico di tale peso, adesso non fatecene pentire.» Disse Foresta tornato in sé

«Governatore, quale altra alternativa avreste, dunque per fermare i tornado?» Chiese Quattro.

«Qualcosa troveremo. Ora andate.» Disse Argilla, poi urlò «Guardie!»

Gli Incappucciati furono scortati dalle guardie alle loro imbarcazioni e osservati a distanza finché non raggiunsero il loro faraglione.

Sei, che si stava annoiando, afferrò le pergamene lasciate da Tre e iniziò ad osservare quelle lettere, più le guardava e più sembrava che prendessero forma nella sua mente, che assumessero un senso proprio, iniziò a bisbigliare, poi alzò lentamente il tono della voce fino a urlare: stava leggendo, non ci poteva credere e non riusciva a capire come fosse possibile, poi si bloccò in mezzo alla cella e pensò: “Magia?”

Abbandonò la cella, aprì con difficoltà la botola, la ferita gli fece male per un attimo ma non se ne curò. Scese veloce i pioli della scala e si diresse alla porta, l’aprì quanto bastasse per entrare di sbieco, raggiunse lo scaffale in fondo, salì sulla sedia e prese il tomo dal quale era uscita la bolla la sera precedente, si accomodò,aprì il libro e iniziò a leggere.

Serie: L'imperatore dei Mari


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Discussioni

  1. ll dono di Magia è magnifico: leggere consente di comprendere il mondo e se stessi. Mi chiedo se questo nuovo atto di ribellione di Sei, abbandonare la cella senza permesso, porterà delle conseguenze. La confraternita non sembra navigare in acque tranquille, la convocazione ha gettato un’ombra sinistra sulla sua esistenza

  2. “«Le case sono troppo vicine alla costa. Ve lo diciamo da anni, Governatore.» Intervenne Due.”
    Questa frase rispecchia un atteggiamento del nostro mondo: l’uomo non ha ancora compreso di doversi piegare alla natura. Poco alla volta ha distrutto, sradicato, trasformato geograficamente il Pianeta senza rispetto per poi piangere dei danni provocati per sua causa