Uno così
L’hanno dimessa un’ora fa, ancora un po’ traballante, ma insomma è stata anche peggio.
Ha trascorso una settimana a letto e poi due giorni su una sedia a rotelle finché il dottore non le ha detto: «Anna, quello che potevamo fare l’abbiamo fatto. Non serve più che lei stia qui.»
È uscita con il foglio della terapia e un appuntamento a un mese per la visita di controllo.
Anna conosce quei farmaci uno per uno, sono sempre gli stessi. Ogni tanto smette di prenderli e allora di nuovo l’ospedale, il letto, il dottore e così via.
La sua malattia ha vari nomi, il che significa che nessuno sa di preciso di cosa si tratta.
È cominciata quando aveva diciotto anni, ora ne ha ventisei e nel frattempo non è cambiato nulla.
Appena fuori dall’ospedale c’è un bar, una sosta rituale ogni volta che si conclude un ricovero. È maggio, l’aria è tiepida e c’è il sole, Anna si siede a un tavolino sul marciapiede e quando arriva il ragazzo delle ordinazioni chiede una Coca-Cola.
«Ci vuoi il ghiaccio o il limone?» chiede il ragazzo e Anna fa di no con la testa.
«Liscia, grazie»
Poi si schiarisce la gola e ripete che la vuole liscia.
La voce se n’è andata via durante il ricovero a forza di non parlare con nessuno.
Ci vuole un po’ perché le ritorni, anche se Anna non sa bene cosa farci con la voce.
Non ha avvisato sua madre né suo fratello. E nemmeno Luciano, non aveva voglia di vederlo. E poi sa già che lo troverà a casa anche se vorrebbe tanto che se ne fosse andato via per sempre, stanco di lei e di tutto.
Ma è una cosa assolutamente impossibile: Luciano ha giurato e non è tipo da mancare a un giuramento.
«Dobbiamo sposarci» le dice quando capisce che Anna sta per toccare di nuovo il fondo, «sposarci e avere un bambino.»
Però di matrimonio parla solo in quelle circostanze e dopo sembra dimenticarsene. Anzi, la spia con il timore che Anna riprenda il discorso, sebbene Anna non abbia nessuna intenzione di sposare Luciano né nessun altro.
La Coca- Cola però le fa bene. La tira giù a lunghi sorsi e dopo un po’ le ritorna anche la voce e ne ordina un’altra.
Quando il ragazzo le porta lo scontrino insieme alla bibita gli chiede: «Quanto tempo posso rimanere qui?» e il ragazzo dice sorridendo: «Quanto vuoi, Anna, nessuno ti manda via».
Questo per Anna è sufficiente. Finisce di bere, lascia sul tavolino i soldi più una piccola mancia e se ne va a spasso lentamente lungo il marciapiede.
È vestita alla buona e ha un paio di scarpe che le fanno male. Accanto al bar c’è un negozio di calzature, Anna guarda nel portafogli, poi entra e compra un paio di scarpe basse da poco prezzo. Porta via quelle vecchie nella scatola delle nuove e dopo un po’ decide di gettarle in un cassonetto, ma è talmente pieno che deve spingerle con forza contro la muraglia di rifiuti. E subito le viene l’affanno e comincia a sudare.
Si appoggia al cassonetto per riprendere fiato.
Un signore di mezza età la guarda e si ferma.
«Tutto bene?» le chiede e Anna risponde: «Sì, grazie» e poi «No grazie, non tanto bene.»
«Forse è meglio chiamare un’ambulanza» dice il signore.
Anna fa segno di no con la testa.
«Due minuti e mi passa» dice, e cerca di sorridere per rassicurarlo, «ci sono abituata, ogni tanto mi capita.»
Subito dopo vomita la Coca-Cola sul marciapiedi e si sente meglio.
«Che disastro» dice.
Vede la chiazza bruna e schiumosa ai suoi piedi e si vergogna.
«Ma non stia a preoccuparsi!» dice il signore «Vuole piuttosto che l’accompagni a casa? Ho la macchina qui vicino.»
Anna dice di sì, lo segue e sale in macchina.
«Non è lontano» dice e dopo un po’ «Ecco, svolti la prossima a destra e siamo arrivati.»
A un certo punto gli fa un segno con la mano: «Ci siamo, fermi qui».
Il signore ferma l’auto e scende per aprirle lo sportello.
«Ma è sicura che sia qui? Non c’è niente qui.»
In effetti si sono fermati davanti a un palazzo in costruzione su una breve scarpata. Operai e gru e dei battipalo che scavano fondamenta.
A destra e a sinistra del cantiere si vedono due lunghe strisce erbose oltre le quali ricomincia il quartiere. Passano automobili e autocarri.
“Signora…” dice l’uomo, “mi scusi, signora, come si chiama?»
“Ah sì, io sono Anna” dice Anna.
Sono tutti e due di spalle alla macchina e guardano verso il cantiere.
«Io non credo che lei abiti qui» dice il signore, «qui non… insomma, non può abitare qui. Non le va di telefonare ai suoi?»
E tira fuori il cellulare dalla tasca.
Anna gli detta il numero di Luciano ma poi poggia una mano sulla sua e gli chiede di fermarsi.
«No, grazie, la prego. Davvero, non serve. Se non abito qui… insomma non so dovrei potrei abitare.»
Il signore chiude il cellulare.
«Capita a molti di questi tempi» dice. E poi aggiunge: «Venga un po’ da me, Anna. Ci sono mia moglie mia figlia. Finché non si sarà rimessa in sesto. Forza, venga» e le riapre la portiera della macchina.
Anna risale.
«È strano» dice, «mi sembrava proprio di abitare qui.»
E guarda davanti le innumerevoli strade che l’uomo percorre.
«Ma che mi succede?» chiede a un certo punto.
Il signore di mezza età annuisce.
«È questa vita, Anna, questa vita impossibile.»
«Sa» dice Anna, «poco fa ho addirittura comprato delle scarpe nuove.»
«Ma sì» esclama l’uomo «ha fatto proprio bene! Le scarpe sono la prima cosa.»
Poi mette la freccia e svolta a sinistra mentre Anna gli domanda: «Ma che diranno i suoi? Presentarsi a casa con una sconosciuta…» e le viene da ridere e insieme ha paura.
«E con ciò?» risponde l’uomo allegramente. «Siamo tutti sconosciuti prima di conoscerci, non le pare?»
Ma non varrebbe la pena di incontrarlo, uno così?
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Mi hai commossa. Il racconto ha preso una direzione che non mi aspettavo, e questo la dice lunga sul mio grado di disillusione verso il mondo. Immaginavo il peggio…invece. Sei riuscita a costruire un personaggio di una sensibilità e generosità rare. Vorremmo tutti incontrare uno così. E sai cosa ti dico? Vorrei anche esserlo. Mi hai fatta riflettere su come anche noi, per gli altri, possiamo essere un dono.
“«E con ciò?» risponde l’uomo allegramente. «Siamo tutti sconosciuti prima di conoscerci, non le pare?»”
Un messaggio che suggerisce speranza. Bellissimo 👏 👏
Grazie mille, Tiziana, sei gentilissima.
Anna, le scarpe nuove, il signore che svolta a sinistra, è tutto così semplice e così enorme. Ti viene voglia di crederci, che il mondo funzioni così, che qualcuno ti apra la portiera e dica “venga”. E quella frase finale è una di quelle che ti porti a casa.
Ti ringrazio di cuore, Lino. È vero, ha un carattere edificante, non so, mi e venuto così.
Si Francesca, varrebbe proprio la pena.
E secondo me, uno su mille, è proprio così. Uno su mille non è schiavo di pregiudizi, malessere e astio nei confronti della vita e della gente. Sono le persone che fanno volontariato, quelli che sorridono e dicono “buongiono” quando salgono sul tram. Sono i medici senza frontiere.
Sono pochi ma ci sono.
Bellissimo racconto che parla di sofferenza ma anche di ottimismo.
Un saluto
P.
Grazie, Pasquale, sei gentile come sempre. E sì, sa un po’ di fiaba con un lieto fine, ma servono anche queste.
assolutamente si.
siamo degli inguaribili romantici 🙂
Ciao Francesca, ho letto il tuo racconto tutto d’un fiato. Temendo il peggio. Ho anche pensato che il gentile signore fosse troppo gentile per essere un signore e basta, e non – se mai- un’entità mandata dal sopracielo. Sono molto contento, invece, che per Anna ci sia una possibilità per lo meno di comprensione umana. Questo tuo racconto, ben scritto, mi ha ricordato quella frase – molto vera – per cui a volte è più facile aprirsi con uno sconosciuto che con un familiare (Luciano, genitori).
E che se è vero che alla fine siamo tutti soli in questa vita, c’è sempre spazio per un nuovo incontro e per un po’ di umanità.
Grazie perché ho letto con piacere qualcosa che, poi, è molto lontano dalla mia sensibilità.
Eppure mi è servito.
Sono davvero contenta che tu l’abbia apprezzato, Simone. E grazie per il bellissimo commento.
Non so se, al posto di Anna, accetterei l’invito dello sconosciuto, ma lei non ha ancora capito dov’è casa sua: nella sua vita ci sono solo persone che le concedono il loro tempo per dovere o per abitudine. Si sente di troppo persino al bar, tanto da chiedere quanto tempo possa restare. A pensarci bene, alla domanda ‘Ma non varrebbe la pena di incontrarlo, uno così?’, rispondo di sì, perché ti fa sentire voluta. Un abbraccio, Francesca.
Grazie infnite, Concetta. E sì, hai ragione, Anna è fuori luogo dovunque. Grazie ancora, un abbraccio.
«E con ciò?» risponde l’uomo allegramente. «Siamo tutti sconosciuti prima di conoscerci, non le pare?» Bellissima questa frase e, in generale, il dialogo con lo sconosciuto, mi è sembrato molto vero.
Grazie mille, Melania, gentilissima come sempre.
Mi piace il tuo modo di andare subito al cuore della questione, Con semplicità, senza fronzoli.
Grazie per il bel commento.
Toccante. Un signore così gentile, comprensivo e generoso, fa sempre piacere incontrarlo, conoscerlo o anche soltanto vederlo, tra le righe di un racconto. Tanto più se si é soli, delusi o tristi e disorientati.
Grazie mille.