Uomini e Ombre

Serie: Helena Everblue


La piccola barca a remi, che forse un tempo fu la piuma di una colomba magica, prese il largo. Con la schiena appoggiata al legno, Helena osservava il buio con occhi spalancati: blu cobalto, iridi tempestose.

«Ho paura, Jade» disse alla dama nera, occupata a manovrare.

«Ne abbiamo già parlato, principessa».

«Hai ragione, perdonami».

La costa pian piano si allontanava, mentre placide onde cullavano l’ imbarcazione. Per qualche minuto nessuna delle due disse una parola; rimasero in silenzio tra le sfumature di mare e cielo che si confondevano intrecciandosi nell’oscurità della notte.

Fu la voce della fanciulla a rompere quel silenzio e lo fece con la forza di una domanda che raggiunse il cuore della donna: «Resterai con me?».

«No principessa, è meglio che io faccia ritorno alla capitale».

«Ti uccideranno, Jade!» La fanciulla rivolse agli occhi neri della donna uno sguardo sconvolto, blu intenso.

«Non lo faranno».

«Sì invece!» sbottò la fanciulla, cedendo al vano conforto del pianto. «Hai lasciato che scappassi, credi che te lo perdoneranno?!».

«Me la caverò, non deve preoccuparsi».

«Non puoi dirmi questo! Cosa farò senza di te?» Il volto della fanciulla trasfigurò in una maschera di dolore che la notte fu lieta di celare. «Dove andrò?».

«In un posto che né io né altri dovremo scoprire. Dovrete rimanere nascosta, quasi invisibile».

«No, Jade!».

«È l’unico modo». 

«Jade!». 

«Non dimentichi! Qualsiasi cosa succeda, le sarò sempre fedele».

Forse la fanciulla avrebbe voluto aggiungere altre parole ma la donna si era già tuffata nelle acque scure, lasciandola sola in balia del proprio destino.

Gli anni trascorsi al servizio di Hugo avevano plasmato il corpo di Jonathan Bull delineando le vene tra i muscoli, e la fatica aveva steso una coperta a celare gli oscuri pensieri. Ma il buio trattenuto nel profondo dell’anima non aveva mai smesso di borbottare. Una serpe che disegna onde nella polvere. 

Jonathan, petto in fuori e sguardo sicuro, si sistemò sulle spalle la cassa piena di pesce che stava trasportando, quindi si mosse in direzione dello scricciolo rannicchiato nella disperazione. Attendeva la morte, la fanciulla dai misteriosi occhi cobalto, o forse qualcuno che le offrisse un tozzo di pietà. 

L’uomo dal cuore nero, però, non poteva che offrirle una parte di sé. Follia dall’abisso.

«Che ci fai qui?» le domandò cercando d’ingabbiare la libido in un ingannevole tono minaccioso. «Cambia aria, ragazzina! Iniziamo presto a lavorare, noi!».

Lei sputò vento dalle stanche labbra.

«Che hai? Che hai detto?».

«Ho fame» ripeté la fanciulla.

«Hai fame? Lo capisco! Tutti abbiamo fame, ma senza gialli…».

«Signore, la prego! Qualcosa da mangiare».

Jonathan si guardò attorno, attento che nessuno scocciatore disturbasse il suo gioco. «Lo vuoi un pesce, ragazzina?».

La fanciulla sollevò la testa e, per il tempo di un abbaglio, Jonathan vacillò dinanzi ai suoi occhi di tempesta.

«Che si fottano i soldi! Un bel pesce per la signorina» sibilò immaginandosi mentre affondava in quel giovane corpo. «Un bel pesce grosso grosso!».

Appoggiata la cassa per terra, allungò le braccia per ghermire la bella. Era un suo diritto, la giustizia che lo avrebbe ripagato della perdita di Lhara. Ma, come spesso accade, il fato aveva piani diversi, e per realizzarli si presentò nelle vesti puzzolenti di Hugo.

«Che fai, sei impazzito?!» lo rimbrottò il merluzzaro afferrandogli la spalla sinistra con un’immensa mano.

«No boss, guarda i suoi occhi!».

«I suoi occhi?! Li vedo, Jonathan! Ma dimmi, mio caro amico: sei qui per lavorare o per infastidire le bambinelle?».

«Mi stavo solo divertendo. Ma li hai visti i suoi occhi? Li hai visti bene, boss?».

«Ti pago perché ti diverta?! È questo che faccio?».

«No, boss, certo che no. Solo che quegli occhi…».

«Occhi di qua, occhi di là. Non ci siamo, mio caro amico. Invece di lavorare, te ne stai qui a farmi girare le palle. Io non sopporto quelli che mi fanno girare le palle! Non li sopporto proprio. Alza il culo e porta questo pesce a Markus. Quel vecchio zotico sta cominciando a imprecare».

A coronamento delle sue parole, Hugo esplose un pugno che travolse Jonathan facendolo finire gambe all’aria. L’incredula vittima fece per rialzarsi. Barcollò. Trovato un equilibrio precario, afferrò la cassa e digrignò i denti. La narice destra gocciolava rosso.

«E non azzardarti a sporcare di sangue la merce, se non vuoi ricevere un altro pugno al posto del salario» lo avvertì Hugo, truce.

«Va bene boss, va bene».

Non andava bene affatto.

Jonathan Bull si allontanò accompagnato dall’ira che come sudore gli annebbiava la vista. Borbottò pensieri sbilenchi, e solo quando fu certo di essere fuori dalla portata visiva del merluzzaro abbandonò definitivamente la cassa. Camminò con le spalle curve e la fronte aggrottata. Infine, quasi senza rendersene conto, giunse alla casa magazzino di Cho.

***

Entrò nella tana del nano e la trovò immersa nel silenzio. La merce accatastata un po’ ovunque secondo uno schema apparentemente disordinato. Scansò uno scatolone. La perfetta imperfezione di Cho.

Al silenzio subentrò una risata che andò a spegnersi in un angolo scuro.

«Voglio parlare col capo» disse rivolto al proprietario di quell’accenno d’ilarità. Non riusciva a capire dove si stesse nascondendo, ma era bravo a osservare.

«Ohh, per diletto! Vedo un cuore nero dentro al tuo petto» gracchiò la voce che prima aveva riso. Un movimento furtivo; il guizzo di una sagoma nel buio.

«Ho detto che voglio parlare con il capo!» insistette Jonathan. E osservò, attento.

«L’ombra difettosa» rincarò la voce, «voleva trovarsi una sposa. Una moglie bambina, per giocar con la manina».

«Stai zitto!» sbottò l’uomo toro. «Cho? Capo? Mi riprenda! Sarò bravo, stavolta non la deluderò».

«Il padrone non ha tempo da perdere, ombra difettosa».

Un nuovo movimento, un corpo che sposta l’aria stantia. Jonathan scattò in avanti e afferrò quel corpo, un ammasso di oscurità. Scoprì che quella sagoma aveva un collo, e quel collo era irresistibilmente tenero. Strinse, e strinse, e strinse. Sempre di più, fino a percepire le pulsazioni del cuore nei polpastrelli.

«Lasciami andare!» bofonchiò l’ombra. «Il padrone non sa che farsene di servi inutili come te».

«Zitto, bastardo! Ti faccio passare la voglia di fare rime del cazzo.» Se Jonathan avesse abbassato lo sguardo, avrebbe visto le sue brache rigonfie all’altezza della patta. Nulla a che vedere con l’eccitazione che gli procuravano le bambinelle: un piacevole trastullo. Attese che i battiti di vita dell’ombra di Cho si spegnessero, gustandosi quell’intensità, quel breve ma impagabile senso d’onnipotenza.

Quando, con un ultimo rantolo, l’ombra si spense, la gettò come spazzatura. Al calar della sera gli scarafaggi sarebbero sbucati dai pertugi per saziare la loro brulicante voracità. Provò un moto di invidia per quegli insetti: loro, a differenza sua, avevano un posto dove stare. Macchiandosi di quell’omicidio, si era giocato ogni possibilità di ritorno.

Jonathan Bull non era tipo da soffermarsi a piangere sul sangue versato, quindi, senza perdersi in pensieri vuoti e futili considerazioni, abbandonò il magazzino.

Quando si riaffacciò alla luce, un donnone gli rovinò addosso. Sembrava un grosso topo che stesse fuggendo da una nave di appestati. Agitato. Sconvolto.

«Si scansi» gli disse. Il disprezzo sibilava nelle sue parole. «Ho già perso troppo tempo con voi gentaglia!».

«Potresti almeno scusarti».

«Scusarmi?!» esclamò la donna intizzita. «Io sono l’aristocratica Erphinia della Seconda Casata, e adesso si tolga di mezzo».

Jonathan Bull sollevò le mani in un finto segno di resa. «Quanta fretta! D’altronde quando una signora deve svuotare la vescica, la deve svuotare!» Sghignazzò.

«Ma che diamine succede! Voi della zona bassa non siete altro che rifiuti! La Malattia dovrebbe uccidervi tut…».

Jonathan impugnò il coltello, fido compagno di ogni anima della bassa. Sorrise: quel giorno ci stava prendendo gusto con le uccisioni. Lasciò che la lama venisse ingurgitata nelle grasse carni che celavano il cuore del donnone. Erphinia spalancò le palpebre; sollevò il braccio a indicare una nuvola di fumo oleoso che s’innalzava dal fumaiolo di una nave ancorata al molo. Lo lasciò ricadere.

«Cosa dici? Dovrei prendere quella nave? Perchè no, potrebbe essere divertente».

Quella fu la miserevole fine di Erphinia Cowlow della Secona Casata, fiera abitante della zona alta di Newcity.

Una manciata di marinai nerboruti si stavano apprestando a levare gli ormeggi. Jonathan si guardò attorno; quell’imbarcazione dalla forma stretta e allungata avrebbe intrapreso la via per il Mare Esterno, a caccia di merluzzi, salmoni e chissà cos’altro. Il grosso arpione luccicante posto a prua non lasciava adito a dubbi.

L’uomo toro ringhiò sommessamente; uccidere era divertente, ma altre ombre non avrebbero tardato ad arrivare. Doveva andarsene, sparire per un po’.

Nonostante fosse difettosa, Jonathan Bull restava pur sempre un’ombra. Nessuno lo vide intrufolarsi a bordo. Il suo viaggio stava per iniziare.

Serie: Helena Everblue


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Discussioni

  1. Caro Dario, altro episodio bello carico di “te”: passaggi con voluti doppi sensi, dialoghi secchi e vicende folli… il tutto per mostrarci nel dettaglio un personaggio che sa farsi sia odiare che amare. 🙂 Bull… il cui “destino” sarà altamente connesso con quello di Helena. Ottimo l’incipit e ottima la conclusione del capitolo. Alla prossima! 🙂

    1. Amico, che grande piacere il tuo commento! Per la stima che provo per la tua arte, e per la tua persona.
      Il destino di Helena è legato a quello di Bull, hai assolutamente ragione. Nella terza stagione i due personaggi si scontreranno.😊

  2. “Gli anni trascorsi al servizio di Hugo avevano plasmato il corpo di Jonathan Bull delineando le vene tra i muscoli, e la fatica aveva steso una coperta a celare gli oscuri pensieri.”
    Davvero un buon inizio!

  3. Ciao Dario, la tua impronta oscura è sempre presente, e con Bull il viaggio diventa ancor più interessante. I misteri continuano ad aleggiare attorno ad una trama sempre coinvolgente ben architettata da te. Curioso del seguito😊

    1. Ciao, Antonino. La rivelazione del mistero che rende Helena bambina e donna al contempo è molto vicina.
      Nel prossimo episodio arriveranno i pesci leggendari (e qui immagino i doppi sensi. Ahahah); esistono davvero, altroché!

  4. Chi mi ha preceduto nei commenti ha già sottolineato la meticolosa follia di uno scrittore che tesse la trama come un ragno tesse la tela. A incappare nella ragnatela letteraria sono sia i personaggi (spiati da prospettive differenti) sia i lettori, stimolati dal relativismo di una storia e da un sto temporale. Bravo Dario, bella storia

    1. Boss, tu conosci i mille dubbi che mi attanagliano, e il mio impegno per regalare storie originali. In poche e semplici parole, l’idea di Helena Everblue è quella di dedicare la prima stagione al personaggio positivo (Helena), e la seconda a quello negativo (Jonathan). E nella terza stagione? Ovviamente i due personaggi si scontreranno…

  5. “Scoprì che quella sagoma aveva un collo, e quel collo era irresistibilmente tenero. Strinse, e strinse, e strinse. Sempre di più, fino a percepire le pulsazioni del cuore nei polpastrelli.”
    Questo passaggio mi è piaciuto

  6. Ciao Dario, il cerchio ha fatto il giro ed ha fatto ritorno al punto iniziale. Anche a me piace Bull, chissà se salirà su quella nave o continuerà a bazzicare i bassifondi. Mi chiedo quale corso darà alla storia il prossimo episodio. Un nuovo stacco temporale? Non mi rimane che attendere 😀

    1. Carissima Micol, Bull sale sulla nave e questa lo porterà proprio…e in quel luogo capiremo com’è possibile che Helena sia donna e bambina al contempo. Spiegazione plausibilissima.

  7. “Ma il buio trattenuto nel profondo dell’anima non aveva mai smesso di borbottare. Una serpe che disegna onde nella polvere. “
    Mi sa che il toro incontrerà ancora diverse serpi

  8. Molto interessante vedere con un altro punto di vista l’inizio della storia di Helena.
    Bull è un veramente un bel personaggio, un perdente folle, che descritto dalle tue parole diventa ancora più affascinante.

  9. “Ma il buio trattenuto nel profondo dell’anima non aveva mai smesso di borbottare. Una serpe che disegna onde nella polvere”
    Questo passaggio mi è piaciuto
    le tue immagini sono sempre originali

  10. Nell’episodio, tutto incentrato attorno a quel farabutto di Bull, “imperfetto” persino come cattivo. Personalmente ho apprezzato l’espediente narrativo di riprendere tal quale l’inizio della serie per riagganciare la sua storia