Uomo di niente
A volte penso a cosa resterà di me quando me ne sarò andato, e mi rendo conto di non aver fatto niente di importante. Penso a come mi ricorderanno le persone che ho conosciuto, e immagino un vuoto di memoria al posto del mio nome.
Quando vedo la gente chiacchierare per strada, sono felice. Mi sembra di vivere in un posto sicuro, in mezzo a persone per bene. Forse sono io il problema, in questa storia, io che non ho mai niente da dire a nessuno.
Penso a quelle persone a cui non ho mai chiesto il nome, pur avendoci avuto a che fare decine di volte. Uomini e donne che ho incrociato, per un motivo o per l’altro, quotidianamente, ma che sono rimaste estranei con cui scambiare solo parole di circostanza.
Avrei voluto aprirmi di più con loro. Avrei voluto fermarmi un po’ di tempo a parlare con il benzinaio, per esempio; andare oltre al semplice scambio “denaro per servizio”. Avrei voluto fermarmi qualche minuto a chiacchierare con l’edicolante, dopo aver comprato il giornale.
Non ho mai guardato una persona negli occhi con l’intenzione di esprimere vicinanza. Ho sempre visto la mia immagine riflessa sui volti di chi mi stava davanti e lì mi sono arrestato, spaurito.
So di essermi comportato male. I miei pensieri, a volte, sono deprecabili. Mi è capitato di sfogarmi contro gli altri a parole, anche, discutendo con parenti o amici comuni. Poi, quando restavo solo, mi rendevo conto di quanto era assurdo il mio comportamento.
Forse anche agli altri capita la stessa cosa; scaricano i loro problemi sul prossimo e poi si sentono male, per questo.
Eppure, tante persone mi hanno aiutato. Anche se il tempo a disposizione era poco me ne hanno riservato, chi più chi meno, una parte. Avrei voluto fare lo stesso.
Avrei voluto dedicarmi a opere di volontariato, essere più presente con la famiglia – per esempio con Nicola, di cui sono padrino -, crearmene una propria. Tante volte ho progettato il mio futuro, eppure non ho mai fatto abbastanza perché i sogni si concretizzassero. Avrei voluto essere più prodigo con il denaro – di cui ho sempre posseduto una quantità maggiore di quella che mi necessitava per vivere -, offrire una cena a mia sorella o qualche caffè agli amici.
Avrei voluto dire: «Vorrei tanto baciarti!» a Marta, quella notte in cui l’accompagnai a casa dopo una serata fra amici, con la neve che la rendeva romantica. L’avrei voluto tanto perché qualcosa mi dice che di lei ero davvero innamorato. Tutte le altre – tutte! – l’ho fatto per soddisfare i miei bisogni.
In tanti mi hanno detto, nel corso degli anni, che ero una persona speciale: papà, i nonni, gli insegnanti.
Sarei potuto diventare qualcuno, se fossi riuscito a focalizzare l’obbiettivo su cui concentrare i miei sforzi. Sono rimasto vago, invece, indeterminato. Ho avuto le carte in regola per raggiungere il successo, ma non le ho giocate. Seduto con le mani in mano ho contato i miei carichi, incerto su come impiegarli. Ho provato a scoprire le ragioni della mia inettitudine nel vivere la vita, ma i risultati delle mie ricerche non l’hanno modificata. Eppure, se torno indietro con la memoria, mi rendo conto di aver avuto un’esistenza felice; solo, non me ne sono accorto.
Vorrei ringraziare tutti. Mamma, papà, Davide e Marina, i miei amici e le persone che, in un modo o nell’altro, hanno fatto qualcosa per me. Non so se questo può servire a recuperare un poco del tempo perduto, ma vorrei farlo comunque. Vorrei ringraziare i miei nipoti Marco, Nicola e Ludovica, e Daria, la mia vicina di casa di viale Indipendenza. Vorrei ringraziare il macellaio del Carrefour e il fruttivendolo del mercato, e i gestori del negozio della pasta fresca, anche se con loro, a dire il vero, non ho mai avuto molto da spartire. Vorrei ringraziare le persone che sono accorse quando ho avuto bisogno: l’idraulico, il dottore… La maestra Rina e i professori delle medie, e tutti coloro i quali hanno trasferito una parte del loro sapere in me; anche a loro vorrei dire: «Grazie!»
Vorrei ringraziare Giovanni per avermi fatto notare, con la sua ironia, che avrei dovuto essere più presente con gli amici se avessi voluto tenermeli stretti. Anche Marta vorrei ringraziare per avermi confermato, tanti anni più tardi, che da ragazzi avremmo potuto stare insieme. Forse sarebbe durato per tutta la vita, il nostro sentimento, o forse no – eravamo così giovani! –, ma di certo sarebbe stato meglio del niente che ho avuto.
Vorrei ringraziare persino chi mi ha messo i bastoni fra le ruote, perché agendo contro di me ha contribuito – non si dice così? – a formare il mio carattere. Infine, vorrei ringraziare la vita stessa per avermi riservato una culla in una famiglia che non ha conosciuto né problemi economici, né tensioni affettive, per avermi permesso di concludere gli studi che ho voluto intraprendere e per avermi dato la possibilità di avere buoni amici. Ho potuto viaggiare, anche se avrei voluto farlo più spesso. Ho avuto l’occasione di apprezzare le diversità di cui è composto il mondo. Tutto questo è più di quanto sia concesso alla maggior parte degli uomini.
Ora me ne vado. Tolgo il disturbo. Quest’inedia di emozioni non la posso più sopportare. Lascio i luoghi in cui l’ho coltivata, perché sono aridi. Lascio le persone che l’hanno sperimentata, perché ho vergogna di quello che ho mostrato loro. Non ho chiesto scusa di persona, perché non ne ho avuto il coraggio. Non ho nemmeno detto: «grazie!», ma avrei voluto farlo. Questo scritto è l’unica cosa che sono riuscito a produrre. Non è molto ma, per me, qualcosa vale. Lo lascio sul tavolo in sala nella speranza che lo leggiate. E, per favore, se fra i mille impegni che costellano la vostra giornata, troverete il tempo di dedicarmi un pensiero, fate in modo che sia positivo, felice, in modo da riscattare almeno in parte il vuoto lasciato da questo uomo di niente.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Un personaggio che, pur riconoscendo di aver avuto una vita felice, è tormentato dal pensiero di non averla meritata. E non se ne perdona una che è una. Questo lo rende interessante, grazie anche al tuo stile narrativo che dà alla storia il tono dell’autenticita.
Il tuo racconto restituisce con lucidità dolorosa il rimpianto di una vita rimasta in potenza, non segnata da grandi errori, ma da occasioni non colte, parole non dette e legami mai davvero vissuti.
La scrittura è semplice e diretta, quasi dimessa, ma proprio per questo efficace. Procede per accumulo di ricordi e rimorsi, senza artifici, lasciando emergere un tono intimo e autentico che rende il senso di vuoto ancora più incisivo.