Veleno

Ero sulla soglia di casa. Una mano teneva la borsa, l’altra scivolava nel cappottino. Controllavo mentalmente di non aver dimenticato nulla: la cartella con gli esami, il portafogli, un libro per l’eventuale attesa…
-Emma- Una voce calma, sicura mi chiamò nel silenzio del mattino appena iniziato.
Il sangue si fermò nelle vene, il cuore perse un battito.
Per un’impercettibile frazione di secondo mi bloccai, il braccio a mezz’aria.
“Non può essere. Sebastian.”
Finsi di non aver sentito.
Come se davvero avessi potuto dimenticare la tua voce.
Non riconoscerla tra mille.
Incollai gli occhi al marciapiede e cominciai a camminare veloce.
“Sono in ritardo, non posso perdere tempo con le allucinazioni uditive.” Come se avessi potuto convincermi davvero che quella voce aveva risuonato solo nella mia testa.
-Emma- il tono più forte, una nota di agitazione in sottofondo.
Il capo ancora chino, scorsi le sue scarpe lucide a pochi passi.
Sentivo il tuo sguardo, i tuoi occhi mi tenevano stretta.
Ero paralizzata, il cuore a mille e un ronzio fortissimo nelle orecchie.
Lentamente, alzai lo sguardo.

Sebastian Castelli, era là, proprio davanti a me.
Il più bello di tutto il liceo.
La mia relazione più inebriante.
Il mio dolore più intenso.
Quante volte ci avevo sperato, quante sere avevo centellinato i passi prima di svoltare nel vicolo di casa, nella patetica speranza che tu fossi là, ad aspettarmi davanti al portone.
La figura snella illuminata dalle luce gialla del lampione.
Una rosa in mano per farti perdonare.
O anche niente perché l’unica cosa che volevo era averti. Ti avrei preso anche così, a mani vuote, nonostante il debito di lacrime che mi dovevi.
E invece i giorni si erano accumulati in settimane, stagioni.
Avevo ingoiato i progetti, i sogni, le speranze.
Tutto.
Mi ero barricata in una torre di orgoglio e risentimento.
Avevo perlustrato il mio appartamento da cima a fondo per epurarlo, eliminare ogni foto, ogni biglietto, ogni regalo.
Avevo lucidato pavimenti, sfregato tavoli e mobili, disinfettato cuscini, tende, lenzuola per cancellare qualsiasi traccia del tuo passaggio.
Coltivavo l’inganno di esserci riuscita.
Poco a poco la tua immagine, Sebastian, si era sbiadita, finendo in un angolino della mia mente.
Non era mai svanita, ma ridimensionata sì.
Rimpicciolita.
Ora però rivederti ha spazzato via le mie illusioni e mi impone la verità, l’inutilità di tutti i miei stupidi sforzi.
Una rabbia feroce mi ribolle nelle viscere, pronta ad esplodere.

L’amarezza per quell’amore finito male, senza ragioni né spiegazioni, mi aveva conferito un’aura misteriosa.
Intrigante.
Altri uomini avevano preso a corteggiarmi.
Uno era bello, di quella bellezza troppo perfetta, banale, priva del difetto che rende irresistibile. Con lui al braccio avrei potuto pavoneggiarmi, sfoggiarlo come un bel gioiello nuovo. Ma non avrei mai visto la brace dell’invidia che si attizzava negli occhi delle altre donne quando Sebastian, per disattenzione, mi teneva per mano.
Un altro era divertente, sarebbe stato un ottimo amico travestito da compagno. Tuttavia la follia e la spensieratezza delle nostre gioventù non si erano intrecciate, rendendoci complici. Non sapeva abbastanza di me da capirmi con un solo sguardo. E io non avevo la voglia né la forza di raccontare.
Un altro ancora era ricco sfondato, con lui non avrei mai più dovuto preoccuparmi di niente. Eppure i suoi modi da nobile raffinato, l’albero genealogico, i ritratti ad olio dei trisavoli e le stoviglie dipinte a mano con le iniziali di famiglia, mi indispettivano. Troppo forte era il contrasto con i nostri week-end in moto, un bikini come unico bagaglio.
Tutti avevano in comune un imperdonabile difetto: non erano te.

Scelsi Mario.
Non era affascinante, né spiritoso o particolarmente benestante.
Però era una persona stabile.
Aveva un contratto a tempo indeterminato in comune, un mutuo ventennale, molte abitudini e niente inventiva.
Volevo un compagno solido, devoto. Qualcuno su cui contare, con cui poter costruire qualcosa di duraturo.
Soprattutto volevo qualcuno che mi lasciasse il controllo di me stessa.
Avevo il terrore di perdere ancora la testa, di ridurmi ad elemosinare impegno, attenzione, affetto. O semplicemente una carezza.
Con Mario non c’erano brividi né trasporto.
Ma nemmeno imprevisti o sorprese indesiderate.
Era perfetto.
Non mi ero lasciata guidare dai sentimenti, né dalla passione.
Solo dalla ragione.
E, forse, anche dalle mie paure, ma non lo avrei mai ammesso. Né con me stessa, né con gli altri. Lodavo Mario come il fidanzato ideale.
In
realtà, prima che Sebastian mi seccasse il cuore, uno come Mario non sarebbe riuscito neppure a strapparmi un caffè.
Con lui avrei avuto una vita monotona, ma non mi avrebbe mai tradita o abbandonata.
Un po’ di noia era un prezzo che ero disposta a pagare per una serenità quotidiana.

-Cosa ci fai qui?- la bocca prosciugata, la voce, un soffio appena percettibile.
-Emma, io…- l’incertezza contamina la tua voce, la tua bella sicurezza è incrinata.
Per una volta non sai quali parole scegliere, quale cazzata sparare per convincermi ad ascoltarti, qui, al freddo, in mezzo alla strada, una mattina qualunque di dicembre e allora io voglio essere più rapida di te, voglio ringhiare e azzannare come una belva, colpire per prima per non essere uccisa a mia volta.
Come nel più terribile dei duelli.
Con un gesto della mano ti zittisco, cattiva.
-Sebastian, scordati la mia domanda. Non mi interessa. Non mi interessi più.- scandisco le parole lentamente perché tu capisca che sono definitive -Non ne voglio più sapere niente di te, di appuntamenti annullati all’ultimo momento, promesse non mantenute, amici che sbarcano a casa alle nove di martedì sera e ti portano via per tre giorni senza alcuna spiegazione. Tutto questo lo lascio, molto volentieri, a un’altra fortunata.- sottolineo glaciale.
Riprendo a camminare piano. Senza fretta. Come se tu non ci fossi, perché mi sei indifferente. Come se non sentissi il tuo sguardo bruciarmi la nuca.
Ogni passo mi allontana da te e mi fa sentire un po’ più al sicuro.
Perché lo so che davanti a te sono fragile.
Nuda.
Raggiungo la pensilina.
Quando arriva questo maledetto autobus a mettermi in salvo?

Ci sono persone che ti entrano dentro come un veleno – perché ti rendono malato – e liberarsene é impossibile.
Sono gli amori non vissuti, rimasti intatti nella perfezione dell’innamoramento che non ha dovuto superare l’usura della quotidianità.
Affascinanti e senza tempo come la bellezza a vent’anni.
Basta pochissimo, una esposizione minima, e la tossina del desiderio, della dipendenza torna subito in circolo.

Come i cani randagi fiutano la paura e poi attaccano, tu percepisci le mie debolezze, nonostante la patina fredda dell’indifferenza.
Senti riaffiorare il tuo antico potere e la mia smania di crederti, lasciarmi andare.
Mi corri dietro.
Mi raggiungi alla fermata dell’autobus.
Mi afferri una mano, gli occhi fissi nei miei.
Una scossa elettrica mi fa sussultare.
Lo so che te ne accorgi.
Un bagliore ti accende l’iride.
Intuisci che la vittoria é possibile.
Magari lo fosse.
-Emma, per favore ascoltami. Mi sono comportato come uno stronzo. Un ragazzino immaturo. Ma sono cambiato. Ho venduto la moto. E ho trovato una casa. In campagna, all’ombra di una grande magnolia con i fiori bianchi, come piace a te. Emma, mi manchi.- Sebastian emette un lungo sospiro, come se fosse stato in apnea.-Dio, se mi manchi.-
-Certo, adesso.- gli concedo sarcastica -Ma fra una settimana? O un giorno? O fra dieci minuti?-
La rabbia sale, sale, lava incandescente che mi incendia l’anima.
-Emma, voglio restare, voglio mettere radici. Voglio prendermi cura di te.- Con un passo rapido, Sebastian colma la distanza tra noi, mi afferra le mani e le stringe forte, senza staccare mai gli occhi dai miei.
Il tuo sorriso da canaglia apre una breccia che potrebbe allungarsi in abisso.
Lo vedo il baratro in cui vorrei sprofondare di nuovo.
Ma stavolta non posso.
Non posso più.
Mi divincolo con un movimento secco.
-VATTENE!- ti aggredisce una voce aspra di magma che lascia basita me per prima.
Mi guardi sorpreso.
Mi guardi come se fosse la prima volta.
Come se non mi conoscessi.
C’è qualcosa che ti sfugge.
E hai ragione.
-Emma, credimi. Sono sincero. Voglio te.- mormori mesto, gli occhi un poco offuscati.
Un dubbio si insinua, la vittoria vacilla.
Un autobus accosta.
Faccio cenno al conducente che può proseguire.
-Non prendi il due per andare in ufficio?- sussurri, giusto per spezzare il silenzio irreale che ora ci avvolge.
-Sì, ma oggi devo prendere il cinque.-
-E perché?-
-Perché devo andare in ospedale. Sono incinta, Sebastian.-

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