VERSO LA LIBERTA’

Serie: LA STORIA DI MAMMUT E ALBERTO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il mammut si agita perché la troppa peluria lanosa gli fa sentire troppo caldo. Il direttore decide di abbattetlo, ma Alberto non glielo permetterà.

Anche Alberto nel frattempo era divenuto un giovanotto, era cresciuto, aveva cominciato a radersi i baffi e quel poco di peluria sparsa sul viso. In quei quattro anni aveva continuato a studiare tiro con l’arco ed era diventato un vero campione. Mancavano pochi mesi e il contratto con l’istituto di ricerche si sarebbe concluso e saremmo finalmente tornati in Italia. Un giorno, non sappiamo il perché, ma il mammut cominciò a rompere ogni cosa, sembrava impazzito. Intervenne la sicurezza che lo calmò sparandogli addosso proiettili di siringhe narcotizzanti.

Appena l’animale stramazzò a terra, gli uomini della sicurezza gli legarono i piedi con le catene e le fissarono a dei robusti pali di legno conficcati nel terreno. Al suo risveglio, il mammut, riprese a barrire e a strattonare continuamente le catene. Aveva una forza fuori da ogni immaginazione, era riuscito a sradicare uno dei paletti a cui era legato.

«È impazzito!», esclamò il direttore mentre si aggiustava incredulo gli occhiali sul naso, «ha idea di cosa gli stia accadendo, dottor Olivieri?»

«Non capisco», risposi, «deve essere il caldo che lo innervosisce.»

«Il caldo? Anche se siamo in giugno, siamo pur sempre in Siberia…»

«Deve essere l’eccesso di peluria lanosa che ha sviluppato quest’anno a farlo soffrire. Ne ha risentito anche gli anni passati, di questi tempi, ma adesso che la peluria gli è diventata più folta dovrebbe vivere nella parte più a nord della Siberia. Qui in giugno è decisamente troppo caldo per lui.»

«Cosa possiamo fare?», domandò il direttore.

«Dovremmo spostarlo più a nord, in una zona più fredda», risposi con convinzione.

«Avevamo previsto per settembre lo spostamento allo zoo di Novosibirsk, per farlo vedere finalmente al mondo, ma non possiamo correre rischi e nella parte nord non abbiamo strutture adatte», disse il di-rettore, «mi dispiace, ma non possiamo curarci più di lui!», disse con una certa cupa serietà.

«Cosa sta pensando di fare, direttore?», chiesi aggrottando gli occhi.

«Questo mammut è decisamente impazzito. Un animale così grande e per di più folle è pericoloso, non sappiamo come gestirlo.»

«Sia più chiaro, direttore, la prego. Cosa ha intenzione di fare?»

«Dobbiamo abbatterlo, dottor Olivieri!»

«Cosa? Abbatterlo!? Lei è completamente fuori di senno, direttore!», dissi in tono brusco, «non glielo permetterò!»

«Cosa crede di poter fare, dottor Olivieri? Ha svolto un ottimo lavoro fino ad ora. Fra meno di tre mesi, il suo mandato sarà scaduto e se ne potrà tornare in Italia con la sua famiglia. La prego di non crearci alcun tipo di problema, lo dico soprattutto nel suo interesse», disse il direttore, con un tono che celava una qualche minaccia.

«Cosa dirà al mondo? Si rivolteranno i popoli di tutta la Terra, e il suo nome sarà infangato!», esclamai rimbrottando.

«Al mondo diremo che il mammut è morto per incompatibilità con l’attuale clima terrestre. È un animale preistorico e ci crederanno tutti», rispose, «arrivederci dottor Olivieri!», si voltò e andò via.

Tornai a casa e raccontai tutto a mia moglie. Claretta la prese molto male, ma soprattutto era molto preoccupata per nostro figlio.

«Alberto impazzirà se glielo dirai», disse mia moglie.

«Non possiamo non dirglielo, lo scoprirebbe comunque.»

Quando tornò dalla scuola gli spiegammo quello che stava accadendo e subito volle recarsi dal suo amico mammut.

«Alberto, dove vai? Lo sai che senza di me non puoi entrare nell’ISP.»

«Papà, andrò con o senza di te!», disse risoluto il ragazzo.

Lo accompagnai e quando arrivammo, vedemmo il direttore con gli addetti alla sicurezza che stavano fissano dei cavi elettrici alle caviglie del mammut.

«Cosa sta facendo direttore?», chiesi secco e con tono irritato.

«Lo stiamo preparando, lo abbatteremo domani con una scarica elettrica, non soffrirà.»

«Perché vuole ucciderlo, direttore!?», gridò mio figlio con violenza, «Mammut è mio amico e non glielo permetterò!»

«Ne ho già parlato con tuo padre, giovanotto. Il mammut è impazzito, puoi verificarlo da solo», concluse il direttore.

«Non è impazzito!», disse secco il ragazzo, poi si voltò verso il suo amico e lo chiamò con affetto: «Mammut!»

L’animale lo guardava con i suoi grandi occhi impauriti e scuri come la notte. Poi Alberto entrò nel recinto e allungando la sua mano sul viso dell’animale gli sussurrò: «Mammut, ti prego smettila di ribellarti, altrimenti ti uccideranno.» Come se avesse capito quello che Alberto gli stava dicendo, il mammut smise di barrire e non strattonava più, ma il direttore non si persuase dall’idea dell’abbattimento. Tornammo a casa rassegnati, ma non fu così per Alberto. Nel cuore della notte sentii l’allarme suonare, corsi nell’ISP e vidi che c’erano le guardie armate e Alberto col viso colorato da guerriero in groppa al mammut, con in mano il suo arco e le frecce nella faretra, dietro la sua schiena. Aveva liberato Mammut con le mie chiavi e ora voleva uscire dall’istituto insieme a lui, scagliando frecce contro chiunque li volesse ostacolare.

FINE.

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